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Queer As Folk Season 6, NC-17/Yaoi/Rosso Completa - 14 Capitoli
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[ Autore: way_to_the_end ] [ Rating: Rosso ] [ Genere: Romantico, Erotico, Sentimentale ] [ Capitoli: 14 ] [ Personaggi: Brian Kinney, Justin Taylor, Un po' tutti ]
[ Pubblicata: 27/03/2009 ] [ Aggiornata: 16/04/2009 ] [ Completa? - Sì ]
[ Categoria: Telefilm > Queer as Folk ] [ Nota: Yaoi ]



6x01

-Justin-

Passai le dita sulla pelle ruvida e bianca della giacca e la strinsi tra le mani.
La sirena di una macchina della polizia risuonava da qualche parte in lontananza. Anche quello mi ricordava Pittsburgh e Liberty Avenue e Furore nel suo covo in cima alla città.
Le luci della strada entravano nel appartamento e il parquet del pavimento si tingeva di diverse sfumature colorate.
Chiusi gli occhi per un momento.
Le sue dita scivolavano tra i miei capelli come sempre e si chiudevano stringendoli. La sua bocca risaliva lentamente il mio collo fino a trovare le mie labbra.
Era ancora tutto così vivo nella mia mente. Come se Brian fosse da qualche parte con Michael e gli altri e io lo stessi aspettando a casa.
La differenza era che da tre anni non tornava a casa.

-Brian-

“Hai visto il nuovo articolo?”.
Emmett mi buttò un giornale sull’arte sotto al naso e si sedette davanti a me ordinando la sua solita ciambella.
“Hai visto cosa dicono?”.
“Me lo lasci leggere?”.
C’era un articolo su una mostra d’arte di New York.
“Dalla provincia alla capitale americana dell’Arte. Quella che era la giovane promessa della Pennsylvania in due anni è riuscito a diventare tra i giovani talenti più apprezzati. La sua ultima mostra a Brooklyn è stato un successo e molti dei suoi lavori sono stati venduti”.
“Brian?”.
“Che c’è Emmett?”.
“Stai sorridendo?”.
“Chiudi quella cazzo di bocca”.
“Ogni tanto torni il Brian Kinney che eri, vero?”.
Alzai gli occhi dalla sua foto, dal suo viso sorridente e fissai Emmett.
“Lo so lo so “chiudi quella cazzo di bocca”. Messaggio ricevuto”.
“Vado al lavoro”.
“Domani sera usciamo? E’ un po’ che non ci facciamo una bella serata tutti assieme. È il compleanno di Ben potresti venire a festeggiarlo con noi da Woody’s”.
“Avrò da fare probabilmente”.
Mi alzai e presi la giacca infilandomela.
“Ciao Brian”.
“Ciao Loretta”.

-Justin-

“Allora?”.
“Cosa?”.
“Tornerai a Pittsburgh per il tuo compleanno?”.
“Non lo so ancora Dan”.
“Bè fammelo sapere così magari ti organizziamo una festa”.
“Certo. Magari”.
Si chiuse la porta dello studio alle spalle e mi lasciò di nuovo solo.
Avevo dipinto così tanto da avere i crampi alla mano, o almeno credevo di averlo fatto. Quando guardai cosa stavo dipingendo, mi accorsi di aver passato il pennello sempre nello stesso punto.
Mancava soltanto un giorno al mio compleanno. Non avevo festeggiato i precedenti due e non avevo motivo di festeggiarlo quel anno.
Sentii il telefono suonare.
“Pronto?”.
“Ehi topino”.
“Deb?”.
“E’ una cazzo di vita che non chiami. Dovevi portare il culo qui per Natale ricordi?”.
“Si io…”.
“Sei stato impegnato”.
“Si”.
“Ho letto l’articolo della tua nuova mostra. Me l’ha portato Michael”.
“Dicevano cose carine?”.
“Ti adorano Raggio Di Sole e anche tutti noi ovviamente”.
“Certo Deb, grazie”.
“Allora, quando riporti il tuo bel culetto da queste parti?”.
“Non…”.
“Non ci provare neanche! Domani è il tuo cazzo di compleanno. Ventiquattro anni. Chi l’avrebbe mai detto. Mi sembra ieri che andavi in cerca di Brian per Liberty Avenue e guardati adesso. Un artista di successo”.
“Già… come passa il tempo”.
“Topino tua madre è preoccupata non ti vede da un anno e anche io sono preoccupata. Lo siamo tutti. Mel e Linsday ci hanno detto che sei stato da loro per il ringraziamento e se ce lo avessi fatto sapere, saremmo venuti su da voi. Ci manchi”.
“Anche voi mi mancate Deb. E’ solo che…”.
“C’è qualcuno che avrebbe davvero piacere di vederti. Credo tu lo sappia. Da quanto non vi sentite?”.
“Da poco”.
“Quando lo hai chiamato l’ultima volta?”.
“Due mesi fa”.
La sentii sospirare all’altro capo del telefono.
“Cazzo topino è distrutto. Non avrei mai pensato di vedere Brian Kinney ridotto a quel modo”.
“Già… senti Deb”.
“Non dire “devo andare ho molto da fare” o stronzate del genere. Domani sera è il compleanno di Ben e andiamo tutti quanti a festeggiare da Woody’s. Vedi di portare le tue chiappe tanto carine da queste parti per le nove di sera”.
Attaccò prima che potessi trovare una scusa per non andare.
Rivedere tutti dopo tanto tempo. Rivedere Brian dopo tanto tempo.
Poggiai il pennello sulla tela e guardai il colore colare e coprire il suo volto.
Mi guardai attorno. Ero sorpreso di essere riuscito a fare un’altra esposizione senza dover mettere quei quadri in mostra. L’idea che qualcuno li comprasse non la sopportavo. Quelli erano per noi. Erano per lui.


Edited by waytotheend - 24/4/2009, 17:15
 
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6x02

-Credi di aver fatto bene, Mamma?
-A fare cosa?
-A immischiarti un’altra volta.
-Ogni volta che l’ho fatto, ho salvato il culo a quei due.
-Si ma è la loro vita. Se Justin non è tornato qui da un anno magari è perché non vuole.
-Stronzate.
-Domani è il suo compleanno, magari gli andava di passarlo in qualche locale di New York con i suoi amici. Gente della sua età magari.
-Non è mai stato un problema per lui che voi foste tutti quanti più vecchi e non lo sarà di certo adesso. Gli serviva una piccola botta per farlo tornare. Sapere che ci importa ancora di lui anche se sono tre anni che non vive più qui con noi.
-Magari adesso ha la sua vita e…
-Stronzate Michael. Se Ben fosse partito non vorresti tornasse per ogni occasione?
-E’ diverso per loro.
-Perché?
-Perché loro sono Brian e Justin.
-E allora?
-Allora loro non sono come gli altri. Loro sono portati per il successo e hanno successo. Guarda dove è arrivato Justin in soli tre anni e guarda cos’ha Brian adesso. Hanno bisogno dei loro tempi non hanno bisogno di qualcuno che metta a posto le cose per loro che gli offra l’occasione di ricontrarsi o che faccia loro da cupido. Hanno il loro modo di essere e non c’è bisogno che tu ti immischi.
Deb si sedette sul divano del salotto di Michael e restò in silenzio per alcuni minuti.
-Allora cosa? Dovremmo lasciar perdere?
-Brian non è più come era all’inizio. Justin l’ha reso…
-Umano?
Michael annuì.
-Se vogliono stare assieme non saranno 373 miglia di distanza ad impedirglielo.
-Allora perché Brian non è andato da lui?
-Perché non vuole interferire con la sua vita. Magari perché ha paura di un altro violinista o di un pittore o di un qualunque altro ragazzo più giovane che potrebbe essere al suo posto adesso, al fianco di Justin.
-Ne avrebbe motivo soltanto se non lo sentisse da quando è partito ma Justin è venuto qui molto spesso e…
-Non sa che Brian è cambiato veramente. Quando è venuto qui, sono sempre andati al Babylon o da Woody’s come ai vecchi tempi, e non scommetterei troppo sul fatto che sia certo che Brian non cada nelle vecchie abitudini e al punto in cui hanno lasciato le cose prima della partenza di Justin, credo che preferirebbe morire che vederlo mentre si scopa qualcun altro.
-Ascolta, se Justin domani verrà, sarà perché lo ha voluto. Io gli ho solo fatto sapere
-Che gli vogliamo ancora bene. Lo so.

***************

- Justin -

-Allora, torni a Pittsburgh?
-Si… credo di si.
-Allora salutami Daphne quando arrivi.
-Senti Dan
-Dimmi.
-Perché non vieni anche tu? In fondo sei l’unica persona con cui ho legato qui a New York, vorrei farti vedere da dove vengo.
-Conoscerò finalmente il ragazzo dei tuoi ritratti?
Gli sorrisi.
-Forse.
-Allora vado a fare le valigie.
-Grazie.
Appena uscì dall’appartamento chiamai Daphne.
-Tua madre ha detto che domani torni per il tuo compleanno.
-Si ci stavo pensando.
-Non pensarci troppo. Sono almeno tre mesi che non ci vediamo.
-Senti…
-Che c’è?
-Come sono le cose lì da…
-Dall’ultima volta che ci hai fatto visita cioè un anno fa?
-Già.
-Al solito. Emmett ha lasciato il suo ragazzo da qualche settimana, Ted e Blake si sono sposati e Gus…
-Si Gus l’ho visto da poco.
-Giusto. Dal Ringraziamento. Perché non sei passato a trovarci?
-Non volevo tornare così all’improvviso e poi Melanie e Linsday ci tenevano che io passassi le vacanze da loro con Gus e JR.
-Non avrai ancora paura di non piacere più a Brian, vero?
-No.
-Bene perché saresti incredibilmente stupido. E per quanto riguarda gli altri, stanno tutti bene. Hunter partirà per il College e Michael e Ben stanno ancora felicemente insieme.
-Avrei voluto esserci al matrimonio di Ted.
-Già. Pensavo ti avessero invitato.
-Lo hanno fatto. Solo che…
-Non volevi piombare all’improvviso?
-Smettila. Semplicemente non volevo creare imbarazzo. Insomma, prima non ci vediamo per mesi e poi torno per il matrimonio per poi ripartire.
-Devi essere impazzito. Smettila di preoccuparti di non far più parte dei tuoi vecchi amici. D’accordo?
-Si.
-Ne parliamo domani quando vieni ok?
-Va bene.
-Arrivi in aereo?
-Si con Dan.
-Bene allora a domani Justin.
-Ciao Daphne.

- Brian -

-Ehi Brian. Ci sei?
Sbattei qualche volta le palpebre e mi accorsi della mano di Cintya che mi passava davanti agli occhi.
-Si che dicevi?
-Che la riunione di domani è stata cancellata dalla Brown Athletics.
-Perché?
-Viaggio d’affari improvviso.
-Perfetto.
-Bè così hai la giornata libera.
-Non ho molto da fare ultimamente fuori dalla Kinnetik.
-Potresti andare a fare un viaggio ad esempio a non so…
-New York?
-Leggi nella mente?
Le sorrisi.
-Cintya…
-Ti prenoto il biglietto?
-Lascia stare.
-Brian perché non…
-Non ti ci mettere anche tu.
-Gli farebbe piacere se tu andassi a trovarlo. Da quando è partito, sei stato a trovarlo soltanto una volta.
-Ho molto lavoro.
-Anche lui. Ma ha sempre trovato il tempo per venire a trovarti anche se da un anno a questa parte… vi siete lasciati?
-No. Ma lui…
-Ha la sua vita?
-Già.
-Questa si che è una scusa poco convincente. Da quando non vi sentite?
-Due mesi.
-Magari se gli facessi sapere quanto ci tieni…
-Possiamo lasciar perdere?
Raccolsi i fogli dalla scrivania e presi la giacca.
-Vado a casa.
-Brian ascolta magari entrambi credete di dover lasciare il giusto spazio all’altro ma non dovreste parlarne? Un momento prima vi dovevate sposare e quello dopo non vi chiamate per due mesi? Che diavolo ti è successo?
-Lui è giovane.
-E…?
-Deve fare le sue esperienze.
-Ho idea che tu sia l’unica esperienza che voglia farsi.
-Molto fine.
Sorrise e uscì fuori dall’ufficio.
Spensi le luci sulla scrivania e mi avviai verso la macchina.

***************

-Allora Deb?
-Viene domani per il suo compleanno.
-Ne sei certa?
-No Emmett. Ho cercato di farlo sentire in colpa e…
-Non stiamo parlando del Gay Pride e di Michael.
-Non potevo mica costringerlo?
Emmett sospirò e prese a fissare il telefono.
-Magari se Brian…
-E’ inutile. Non ha intenzione di interferire secondo Michael.
-Ma se non sappiamo se viene o meno, come faremo per la festa? Dopo tre anni, questo è il primo compleanno che festeggia con noi e dobbiamo fare le cose in grande anche se ovviamente ora è abituato alla vita mondana della City e dei locali alla moda di Chelsea o del West Village, a schiere di ammiratori della sua arte e artisti di grande livello. Mi domando che diamine ha ancora da offrire Pittsburgh a quel ragazzo.
-Già beh sono certa che alla fine verrà. Pittsburgh ha ancora da offrirgli una famiglia… e una casa.
-Deb, si è preso un attico su Madison Avenue.
-Si beh è soltanto più ricco ma è ancora il nostro raggio di sole. E domani le sue chiappe saranno in questa cucina.
-Non metterci troppo il pensiero Deb. Topino è cresciuto dopo tutto e lui non è Michael.
-Non è nemmeno più un piccolo Brian Kinney per fortuna.
Emmett sospirò e fissò Deb negli occhi.
-Facciamo così. La festa per Ben è da Woody’s e Brian lo sa quindi se avremmo fortuna verrà lì domani sera. Ma lui ovviamente non sa nulla del probabile arrivo di Justin e non possiamo organizzare una mega festa di bentornato-compleanno senza che lui lo venga a sapere quindi facciamo la festa a Ben e se Justin verrà, Daphen lo porterà lì e diventerà una doppia festa… tripla festa.
-Credi che funzionerà?
Emmett alzò le spalle.
-Possiamo soltanto provarci.
 
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6x03

- Brian -

Sentii bussare alla porta di ferro del loft e così mi alzai dal letto.
“Ehi ho pensato di venire a vedere come stavi”.
“Mamma Taylor!”.
Jennifer mi sorrise e mi spostai di lato per farla entrare.
“Quando la smetterai di chiamarmi così? Ormai non sono più la signora Taylor”.
“Ma sei ancora la madre di Taylor Junior”.
Mi sorrise ancora e si sedette su uno degli sgabelli della cucina.
“Lo hai sentito?”.
“Non hai parlato con Deb?”.
Scossi la testa mentre le versavo del wiskey.
“No non lo sento da qualche settimana… forse un mesetto”.
“Se sei venuta per avere sue notizie, non l’ho sentito nemmeno io ultimamente”.
“Sono venuta per lo stesso motivo degli ultimi due anni”.
“Sono ancora vivo”.
“Si lo vedo”.
Alzò il bicchiere in aria e lo fece scontrare con il mio.
“Verrai alla festa di Ben domani sera?”.
“Perché continuate a chiedermelo?”.
Alzò le spalle. “Semplice curiosità”.
Si guardò attorno mentre beveva il suo wiskey . “Non l’hai più venduta. Ho perso il conto delle volte in cui mi hai fatto cercare acquirenti per sbarazzartene”.
“Succede sempre qualche imprevisto dell’ultimo minuto quando voglio vendere”.
“Già magari è un segno”.
“Non credo nel destino”.
“Non credi in molte cose Brian”.
“Hai passato troppo tempo con Debbie”.
Poggiò il bicchiere vuoto sul bancone e si alzò.
“Domani sera fatti vedere alla festa. Ci saremo tutti… tutti quanti e se mancassi proprio tu…”.
“Una festa in più… una in meno”.
“Ormai non hai più l’età” disse ridendo mentre apriva la porta di ferro del Loft.
“Mi chiedevo da dove avesse preso il suo spirito Justin”.
“Ci vediamo domani sera?”.
“Se non avrò altro da fare…”.
“Tipo passare la sera a guardare i vecchi film di James Dean? Ti aspettiamo alle otto da Woody’s”.
Sparì nell’ascensore prima che avessi il tempo di dire qualunque cosa.

-Justin-

Dan sorrise all’hostes che ci passava accanto per controllare che avessimo le cinture allacciate.
“Sei nervoso?”.
“Un po’”.
“Non è molto che non prendi un aereo in fondo”.
“Si ma…”.
“Ti troverà ancora uno schianto”.
Mi diede un colpo sulla spalla e si infilò le cuffiette nelle orecchie.
“Svegliami una volta a Pittsburgh”.
“Dura soltanto un’ora e quaranta il volo”.
“Devo arrivare riposato”.
Mi sorrise e chiuse gli occhi.
“Le posso portare qualcosa signore?”.
“Ehm no grazie”.
Per un secondo Dan riaprì gli occhi per squadrare l’hostess.
“Amico, grazie per la prima classe”.
“Ma ti pare”.
“Spero che non pensino che io sia gay. Mi rovinerei la fama”.
Alzai gli occhi al cielo e risi.

-Brian-

Sentii un peso morto piombarmi addosso e mi svegliai di scatto.
“Sorgi e splendi ehm… fidanzato di Raggio Di Sole”.
“Dacci un taglio”.
“Senti alzati. Rimettiti in sesto stai da schifo”.
Mi strappò il cuscino dalla faccia e mi si sedette vicino.
“Oggi è una bella giornata non trovi?”.
“Lo era fino a quando non mi sei saltato addosso. Ti spiacerebbe alzarti dal mio cazzo di letto?”.
“Ecco il tuo solito umore”.
Si tirò in piedi e mi lanciò addosso il cuscino.
“Muoviti”.
“Che abbiamo da fare?”.
“Io niente. Tu devi trovare un regalo per mio marito…”, rise. “E per il tuo”.
“Ascoltami. Mi stai ascoltando?”.
Mickey alzò gli occhi al cielo e scosse la testa.
“Si Brian ti ascolto”.
“Levati dalle palle”.
“Hai un qualche contratto che ti obbliga ad essere gentile soltanto una volta l’anno?”.
“Sono stanco. Stavo dormendo…”.
“I quaranta si fanno sentire vero?”.
“Fanculo ne ho 32”.
“A meno che il tempo per te vada all’indietro, ne hai trentacinque”.
“Fanculo”.
“Lamentati mentre ti lavi e ti vesti”.
Tirò via le coperte dal letto e se ne andò verso la cucina urlando “ti faccio il caffè”.

******************

“Ora che mi hai trascinato fuori da casa, ti spiacerebbe dirmi dove cazzo stiamo andando?”.
“Te l’ho già detto”.
“Vuoi comprare una fritella a tuo marito?”.
“Che?”.
“Stiamo andando al Diner”.
“Passa a fare un salutino a Debbie”.
“Michael…”.
“Non rompere per una volta ogni tanto”.
Mi trascinò per il braccio dentro la tavola calda.
“Guarda chi si vede! Che vi porto tesori?”.
“Portagli un caffè Mamma”.
“Brian?”.
“Solo il caffè”.
“Sempre di buon umore vero?”.
“Anche per me il caffè Ma”.
“Arrivano!”.
Deb si allontanò sorridente come sempre.
“Allora”.
“Che altro c’è?”.
“Che ne diresti di un blocco per… scrivere i suoi romanzi?”.
“Ti prego. Usa un po’ di fantasia”.
“Magari se ti sforzassi un po’. Io il mio regalo l’ho già preso”.
“E io non verrò alla festa”.
“Brian!”.
“Michael!”.
“Non rompere come sempre. Stasera porti il culo da Woody’s e stai con noi… e chiama Justin!”.
“Altro?”.
“Cerca di sorridere ogni tanto!”.
 
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6x04

- Justin -

“Justin! Justin!”
Quando alzo gli occhi vedo Dafne che sventola le braccia per salutarmi.
“Daph!”.
Mi corre in contro e mi abbraccia.
“Ah quanto mi sei mancato!”.
“Anche tu!”.
Restiamo stretti fra le braccia l’uno dell’altro per qualche istante e poi Dan arriva a separarci.
“A me niente saluti?”.
Si guardano per qualche istanti arrossendo e poi Daph abbraccia anche lui.
Scuoto la testa e sorrido.
“E’ bello avervi in città. Finalmente Justin si è deciso a portarti con lui”.
“Si non vedevo l’ora di gustarmi la vita notturna di questa frenetica città”.
Ridono, mentre iniziamo ad avviarci verso l’uscita dell’aereoporto.
“Ti sono venuta a prendere da sola. Tua mamma ti sta facendo una torta e Michael è al negozio con Ben per fargli vedere il suo regalo. Sta sera poi c’è la festa da Woody’s. Non eravamo sicuri che saresti venuto quindi abbiamo pensato di fare una sola festa per entrambi”.
“E’… fantastico”.
“Brian non sa che sei venuto” mi risponde anticipando la domanda a cui stavo pensando. “Non volevamo dirglielo se poi non riuscivi a venire”.
“E’ ok lo vedrò sta sera”.
Daphne scuote la testa mentre mette in moto la macchina.
“Non siamo sicuri verrà. Cynthia ha detto che oggi aveva una riunione a Scranton. Magari resta lì tutto il giorno”.
“Non ti dovrebbe chiamare per gli auguri?”, mi chiede Dan.
“Non è tipo da compleanni”.
Per un po’ restiamo in silenzio poi il telefono di Daphne suona.
“Ehi Em! Si è qui in macchina fra poco siamo da te e Deb. Cosa? No no la torta la porta Jennifer. Ok Em, ciao”.
“Em?” le chiedo ridendo.
“Si beh sai la novità? Sono rimasta senza amici etero. Passo le giornate con Emmett e Debbie e ogni tanto usciamo anche a fare shopping” si mette a ridere.
“Senti Daph”.
“Dimmi”.
“Vorrei passare prima per casa. Vorrei fare una doccia prima della festa”.
“Ok allora ti porto al Loft”.
“No Brian non c’è. Intendevo da mia mamma”.
“Ok si certo. Come vuoi”.
Prende il telefono e richiama Emmett per dirgli che ci vedremo alla festa e che porterò un amico e poi ci porta a casa di mia mamma.
Appena la macchina imbocca il vialetto, lei e Tucker escono sulla porta di casa. Giurerei stia già piangendo.
Ci corre in contro appena scendiamo dalla macchina e mi stringe in un abbraccio più forte di quello di Daphne.
“Oh Tesoro mio sei a casa!”.
“Mamma non respiro”.
“Oh Justin finalmente”.
“Mamma!”.
Si scosta sorridendo e con gli occhi lucidi e mi guarda attentamente.
“Sei dimagrito!”.
“Grazie”.
Mi sorride e mi abbraccia ancora. “Buon compleanno tesoro”.
Mi da un bacio sulla guancia e si rivolge a Dan.
“Ciao”.
“Salve signora. Io sono Dan”.
Si stringono la mano e mia mamma ci guarda confusi.
“Lui è…”.
“NO!”.
Sospira. “Per fortuna”.
Dan si avvicina e mi dice ridendo “te l’avevo detto che sarebbe finita così. Ricordami di non andare in giro con te da queste parti”.
Alzo gli occhi al cielo e sorrido mentre vado da Tucker che mi stringe la mano e mi fa gli auguri di buon compleanno a sua volta. “E’ bello riaverti qui Justin”.
“Grazie”.
Entriamo in casa e ci sediamo in salotto a prendere un the.

- Brian -

“La riunione finirà per le sei e mezza. Sei già arrivato?”.
“No”.
“Se ti sbrighi a tornare non ti perderai la festa di Michael e Ben”.
“Lo sai che queste cose sono sempre più lunghe di quanto si dica”.
“Posso menzionare il fatto che trovo ridicolo che tu abbia accettato una riunione del ultimo momento fuori città soltanto per avere una scusa per non andare a…”.
“Posso dirti che non ti riguarda?”.
“Certo. Allora ci vediamo domani in ufficio capo?”.
“Si a domani Cynthia”.
Chiudo il telefono e lo buttò sul letto vicino a me.
Fuori piove e anche se la riunione finisse in tempo, non arriverei a Pittsburgh prima della mezza notte.
Resto a fissare il cellulare pensando se chiamarlo o meno. Magari potrei guidare dalla parte opposta e anziché tornare a Pittsburgh, andare a New York ma non posso piombare senza avvertirlo.
E’ come quando partì per Los Angeles. Ogni giorno mi dico che devo andare a trovarlo ma mi impongo di non trovare tempo o trovo sempre un modo o una scusa, per evitare di prendere un aereo e volare da lui.
A volte è come se fossimo tornati in dietro.
So di poterlo perdere, so che starei male a vederlo andare via di nuovo, ma non faccio niente per farlo restare. A volte leggere tra le righe diventa difficile, se fossi stato in lui, mi sarei arreso probabilmente. Sono stato un vero bastardo in più di un occasione e tutto per non aprire la mia cazzo di bocca.
Il display del cellulare si illumina. Michael. La quinta chiamata di oggi.
“Che altro c’è?” chiedo seccato.
“Ciao Brian. Allora torni per la festa?”.
“Non credo”.
“Non tirare fuori le solite scuse del cazzo. Non hai niente da fare lì dopo la riunione, quindi perché non porti il culo qui? Non ti fa bene restare tutto il tempo da solo”.
“Michael mi ascolti? Mi stai ascoltando?”.
“Ancora con questa storia. Si Brian ti ascolto”.
“Lasciami stare. Sto alla grande”.
“Ogni volta che sta lontano, fai sempre la stessa cosa. Cerchi l’autodistruzione. Lasciami pure dire che arrivati a dove eravate arrivati, non pensavo che avresti ricominciato con le tue solite stronzate dopo ogni volta che riparte. Stai male questo è normale, tutte le persone che hanno la persona che amano lontano stanno male, ma escluderti da tutto e tutti non ti porterà a un cazzo di bene. Hai capito?”.
“Grazie per l’analisi”.
“Ecco che ritorna il carattere da stronzo”.
“Possiamo lasciar stare?”.
“No ascoltami tu adesso Brian. Stasera porta il culo da Woody’s e basta. Se continui a deprimerti in questo modo, quando vedrai Justin sarai ridotto ad uno straccio”.
“Primo non sono depresso e poi che cazzo c’entra Justin. Prima che riesca a rivederlo avrò tutto il tempo di morire e risorgere”.
“Brian Kinney la fenice”.
Lo sento ridere all’altro capo del telefono.
“Fallo per me ok? Non te ne frega niente della festa, lo so, ma fallo per me. Non posso festeggiare in pace se so che ti stai per suicidare”.
“Non ho alcune intenzione di suicidarmi”.
“Sei vicino ai trentanove, ricordi?”.
“Sono lontano dai…”.
“Hai trentasette anni Brian!”.
“Se cercavi il modo di tirarmi su il morale, complimenti”.
“Se sei abbastanza incazzato, magari verrai qui di persona per darmele. Ti aspettiamo per le otto”.
“Non verrò”.
“Fossi in te ci ripenserei. A dopo”.
Chiude la chiamata e io lancio il cellulare dall’altro lato della stanza.
Fanculo a tutti.
Sento bussare alla porta ma non rispondo e il rumore continua.
“Chi cazzo è?”.
La porta si apre lentamente e una donna che sembra Debbie entra.
“Mi scusi se la disturbo ma la Endovir ha fatto sapere che la riunione di questo pomeriggio deve essere cancellata. Hanno detto che si scusano per il contrattempo e che le spese della camera restano a loro carico comunque”.
“E perché…”.
“La moglie di uno dei soci è entrata in travaglio e hanno dovuto cancellare la riunione. Scusi ancora per il disturbo”.
Si richiude la porta alle spalle e resto ancora una volta solo in quella cazzo di stanza di albergo.
Deve essere una cospirazione. Come se il cazzo di universo mi stesse obbligando ad andare a quella cazzo di festa.
Prendo la giacca e la borsa che mi ero portato con il vestito per la riunione e lascio l’albergo.

- Michael -

“Cosa ha detto?”.
“Le solite cazzate”.
Emmett è nervoso continua ad andare avanti in dietro per la cucina.
“Lui è arrivato?”.
“Si ho sentito Daphne e ha detto che ci vedevamo direttamente da Woody’s. Se Brian non viene…”.
“Avremmo dovuto dirglielo che ci eravamo intromessi”.
Mi guarda e alza le sopracciglia.
“Non era consigliabile. Sai come è suscettibile sull’argomento Justin. L’altro giorno Ted era in ufficio a fare pranzo con Cynthia e Brian lo ha sentito parlare con lei di come sarebbe stato bello andare tutti a New York come quando Justin era scappato per andare a fare il go-go boy e lui si è incazzato. Lo ha licenziato!”.
“Licenziato?”.
“Si ma poi lo ha riassunto”.
Sbuffa e si butta sul divano.
“Vedrai che verrà Em. Non preoccuparti”.

- Justin -

“Sei pronto per la festa di stasera?”.
“Si Mamma”.
Mi guarda e sorride.
“Noi non veniamo. Io e Tucker intendo”.
“Perché?”.
“E’ tanto che non vieni e preferiamo lasciarti ai tuoi amici. Avrete tante cose da dirvi. Emmett probabilmente vorrà sapere dei ragazzi carini che hai conosciuto e Michael vorrà parlarti di Furore e Debbie vorrà…”.
“Abbracciarmi fino allo sfinimento”.
“Già. Quindi vai e non preoccuparti”.
Le sorrido e l’abbraccio.
“Grazie”.
“Ora va a vestirti che si sta facendo tardi”.
Annuisco e mi dirigo verso il bagno.

- Brian -

Guardo l’orologio nel cruscotto mentre imbocco Liberty Avenue. Sono in fottuto orario e non devo nemmeno passare per casa per cambiarmi. Magari potrei aspettare da qualche parte che si faccia più tardi ma senza accorgermene sono già arrivato davanti a Woody’s.
Vedo Michael e Hunter che stanno discutendo e Ben che cerca di divederli. Mi viene anche da sorridere. Quanto diamine sono cambiato.
Poi arriva Emmett saltellando e gli piomba addosso.
Ridono fra di loro per qualche secondo e poi Emmett mi vede e inizia a sbracciarsi per salutarmi.
Potrei mettere in moto e andare via ma apro lo sportello e mi avvicino a loro.
“Guardate chi è in perfetto orario” scherza Michael.
“Ehi Ben buon compleanno”.
“Grazie Brian”.
Ci stringiamo la mano e poi vedo che Michael ed Emmett mi fissano sorridenti.
“Che cazzo avete voi due?”.
“Niente” rispondo all’unisono.
Entriamo dentro Woody’s e Debbie è già li con Karl, Theodor e Blake.
Fotutte coppie felici.
Sorridono più a me che non a Ben.
“Si può sapere che avete tutti quanti?”.
Un altro coro di niente.
Ci sediamo e iniziamo a bere.
“Deb dov’è la torta di Jennifer?” chiede Michael.
“L’ha portata questo pomeriggio Tucker. È nella macchina di Emmett”.
Si alza e mentre noi ordiniamo il terzo giro di birra, lui esce in strada.

- Justin -

“Non preoccuparti, saremo elegantemente in ritardo” mi dice Daphne mentre parcheggia.
“Sono le nove. Siamo scortesemente in ritardo”, le rispondo.
Dan ci guarda e ride.
“Potreste passare per una coppia”.
Io e Daph ci guardiamo e scoppiamo a ridere.
“Noi due?” chiediamo insieme mentre Daph parcheggia l’auto.
Dan si unisce alle nostre risate mentre scendiamo dall’auto.
“Ci sono ragazze da queste parti?” ci chiede Dan mentre attraversiamo la strada.
“Si ma…”.
“Sono Lesbiche” finisce per me Daph.
“Sarà la serata più bella della mia vita” scherza.
Mentre sto per aprire la porta, Michael esce fuori.
Mi guarda per qualche secondo e poi mi abbraccia.
“Ehi Justin finalmente”.
“Sono mancato per fino a te?”.
Si mette a ridere e mi lascia andare.
“Certo che si! Mel mi ha detto che JR ha una cotta per te”.
“Ha soltanto tre anni”.
“Sa già riconoscere i bei ragazzi”.
“Ciao Michael”.
“Ciao Daphne”.
Poi vedo che nota Dan stare fermo dietro di me e guardarsi in giro.
La stessa espressione di mia madre.
“Tranquillo è etero” gli dico prima che possa chiedere.
Mi sorride e gli porge la mano.
“Io sono Michael”.
“Io sono Dan”.
“Sto andando a prendere la torta di tua madre nella macchina di Emmett gli altri sono già tutti dentro”.
“Ti do una mano?”.
“Non preoccuparti Justin vai dentro”.
“Vengo io a darti una mano” si offre Daphne e ridendo di allontanano.

- Brian -

Mi guardo in giro mentre bevo la quarta birra.
“Quanto cazzo ci mette?”, sento chiedere Debbie.
“Magari ha incontrato qualcuno che conosce”, dice Emmett.
“Cazzo!” sento dire Ted.
“Non è Justin quello?” chiede Blake.
In un secondo il mio sguardo passa dalla punta della mia scarpa alla porta.
Sta entrando. Sorride. Si guarda in torno e tiene la porta aperta per qualcuno. È sempre gentile.
Poi entra un ragazzo. Alto poco più di lui, capelli castani e pelle scura. Gli mette una mano sulla spalla e gli sorride. Gli si avvicina all’orecchio e dice qualcosa ed entrambi scoppiano a ridere.
“Oh cazzo” dice Debbie per tutti quanti.
Emmett sembra non farci caso. Sventola un braccio verso di lui e urla “Tesoro! Tesoro siamo da questa parte”.
Justin si volta verso di noi.
I nostri sguardi si intrecciano e lui smette di sorridere per qualche secondo.
Giurerei che gli brillino gli occhi mentre mi fissa. Poi sorride. Sorride in quel modo di sempre. Quello per cui Debbie lo ha chiamato Raggio Di Sole.
Il ragazzo dietro di lui si guarda in torno e gli dice ancora qualcosa e Justin, senza distogliere lo sguardo da me, ci indica.
Il tempo che gli serve per attraversa la sala e arrivare da noi, mi sembra infinito e non riesco nemmeno ad alzarmi e corrergli dietro come vorrei.
Mentre si avvicina sorride sempre di più e prima che possa dire qualsiasi cosa, Emmett si alza e corre ad abbracciarlo. Lo solleva da terra e lo stritola.
Justin ride e lo abbraccia a sua volta e poi insieme arrivano al nostro tavolo.
Non smette di guardarmi e non smette di sorridere.
Debbie si alza e lo abbraccia più forte di Emmett e io mi ritrovo a pensare “Lasciatelo venire da me”.
Penso di alzarmi ma poi lui mi guarda e so che non serve. Adesso deve salutare gli altri e poi avrà tempo soltanto per me. Noi abbiamo bisogno di tempo per queste cose.
Ben lo abbraccia e gli fa gli auguri e anche Ted. A Blake stringe la mano. Si sono visti ancora poco in fondo loro due. Non hanno ancora legato del tutto.
Poi abbraccia anche Karl e Emmett torna a mettergli le braccia attorno al collo e gli da un bacio sulla guancia.
“Buon compleanno tesoro”.
“Grazie a tutti ragazzi e Deb”.
Lei sorride e ha gli occhi lucidi.
“Vorrei presentarvi Dan”.
Tutti trattengono il respiro per qualche secondo. Temono un altro Ethan. Forse lo temo anche io.
“Prima che vi preoccupiate, con me Justin non fa niente se non dividere il suo studio dove passiamo ognuno il tempo con il pennello in mano… quello per dipingere intendo. Io poi sono anche etero”.
“Va tutto bene Dan” gli dice Justin ridendo.
“Si non puoi essere il suo tipo. Sei troppo giovane” scherza Ted mentre si risiede.
“Queste battute non passano mai di moda?” gli risponde Raggio di Sole.
E non riesco a smettere di fissarlo e non riesco a parlare. Mi sento come una sciocca ragazzina o una lesbica.
“Loro sono Deb, Karl, Ted, Emmett, Blake e Ben”.
“Dove è Daphne?” gli chiede Emmett.
“E’ fuori a dare una mano a Michael con la torta”.
Si gira verso di me di nuovo e mi rigala il sorriso più grande.
“Dan lui è Brian”.
Il ragazzo si fa avanti e mi porge la mano.
“Finalmente ti conosco. Dovresti andare a casa di Justin su alla City. È una sotto specie di tuo museo”.
Vedo Justin tirargli un pugno e arrossire.
“Ah lo sapevo! Non farà altro che dipingerti”, dice Ted.
Ben si mette a ridere mentre torna con una birra per Justin e una per Dan.
Michael arriva e posa la torta sul bancone.
“Visto che facevi bene a venire?” mi dice ridendo e passando un braccio attorno alle spalle di Justin. “Non hai idea di cosa cazzo ci è toccato fare per convincerlo”.
Bastardo. Lo sapevi e non mi hai detto niente.
“Hai perso la lingua?” mi chiede Debbie dandomi uno schiaffo dietro la testa.
“Mamma!” protesta Michael.
“Debbie è appena tornato il suo amato. Sarà in stato di schock” dice Ted.
“Non provocarlo troppo” gli dice Emmett e ridono.
“E’ come quando Justin era appena tornato dall’ospedale” dice Michael.
Grazie per avercelo ricordato, penso.
Ma Justin continua a sorridermi. Nemmeno a lui va di parlare davanti a tutti.
Allora fa un passo in avanti e mi si ferma davanti. Mi prende semplicemente le mani nelle sue e mi si avvicina ad un orecchio.
“Mi sei mancato” mi sussurra.
E mi ritrovo a stringere le sue mani tra le mie come se avessi la paura potesse sparire.
“Prima che vi mettiate a farlo sul tavolo, mangiate un po’ di torta così poi potrete andarvene” ci dice Debbie.
Justin si siede sullo sgabello vicino al mio e non mi lascia la mano.

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- Justin -

“Ehi topino dove hai lasciato la mamma?” mi chiede Deb.
“Non è voluta venire. Ha preferito lasciarmi stare da solo con voi”.
“Forse sapeva quale sarebbe stato l‘after-party” scherza Emmett.
Brian è ancora in silenzio. Mi tiene la mano e sento i suoi occhi addosso. Vorrei che potessimo alzarci e andare via adesso.
“Quanto resterai?” mi chiede Blake.
Sento la mano di Brian stringere più forte la mia.
“Una settimana”.
“Così poco?” chiede Emmett.
“Ha una mostra tra poco. Deve finire dei quadri” mi anticipa Dan.
Debbie si alza e viene ad abbracciarmi ancora.
“Sono proprio fiera di te Topino. Lo siamo tutti quanti”.
Le sorrido.
Ben si alza in piedi e propone un brindisi.
“C’è tanto da festeggiare per questa volta. Justin che è tornato, anche se per poco, i suoi ventiquattro anni i miei…beh meglio non dirlo”.
Ridiamo tutti e brindiamo.
Daphne taglia la torta con Debbie e io e Brian mangiamo in fretta. Abbiamo lo stesso pensiero in mente “vogliamo stare soli”.
Appena poggio il piatto vuoto sul tavolo, Brian è già in piedi.
“Dove ve ne andate?” ci chiede Debbie.
Io guardo Brian e Michael ride. “Dove credi che vadino?”.
“Justin sarà stanco del viaggio ovviamente. Quindi lo porto a casa”.
Mi passa il braccio attorno alle spalle appena ho infilato la giacca.
Dio come mi era mancato sentirmelo attorno.
"Non ha mica attraversato l'Attlantico" scherza Ted.
Brian gli alza il medio e ridiamo.
“Torni con Daphne?” chiedo a Dan.
Si guardano e sorridono e poi Dan fa di si con la testa.
“Grazie per la festa ragazzi”.
Ben mi abbraccia. “Auguri ancora”.
“Grazie per aver diviso la festa con me”.
Sorride e torna a sedersi.
Sento gli occhi di Brian addosso e capisco che dobbiamo muoverci ad uscire da Woody’s.
Appena siamo fuori mi si avvicina e mi sussurra in un orecchio “comunque, mi sei mancato anche tu”.
Lo guardo negli occhi e sorridiamo nello stesso istante.
Poi andiamo verso la Corvette senza smettere di tenerci abbracciati.
Come se non fossi mai partito.
Quando entriamo nell’auto, mi da un bacio veloce, a fior di labbra e poi mette in moto.
“Andiamo in West Virginia?” gli chiedo.
Scuote la testa. “Non sapevo che venivi, così non l’ho fatta pulire. Sarà piena di polvere e dovremmo guidare per mezz’ora nella notte”.
“Glielo hai detto?”.
Sorride continuando a fissare la strada davanti a noi.
“Cosa? Che ti ho comprato un castello?”.
“Si”.
“No. Perché avrei dovuto?”.
“Allora…”.
“Non ci sono ancora andato a vivere. Te l’ho promesso quando sei tornato la prima volta”.
“Giusto. Quando ci saremo sposati ci andremo a vivere. Però così non sprechi troppi soldi? Voglio dire, due case e il Babylon…”.
“Sono ricco straricco”. Ride e si volta per un secondo dalla mia parte. “Soprattutto da quanto non devo più mantenere gli studi ad una certa persona”.
Ridiamo assieme e mi sento finalmente a casa. Finalmente felice e finalmente completo.

- Brian -

Apro la porta di ferro del Loft ed entro. Justin resta sulla porta. Si guarda attorno.
“Non entri?”.
Lo vedo sorridere.
“Certo”.
Si guarda ancora attorno e poi incrocia di nuovo i miei occhi.
“E’ tutto uguale”.
“Ho cambiato le luci sul letto”.
Scuote la testa mentre ride.
“Pensavo che non saresti più tornato”.
Ed ecco che mi ritrovo a ripetere le stesse cose di quattro anni prima.
“Ho avuto da fare. Saresti potuto venire”.
“Non volevo interferire”.
Apro il frigo e ci prendo due bottigliette d’acqua. Lui si siede su uno degli sgabelli. Dove mi piace vederlo.
“Potevi chiedermi se mi avrebbe dato fastidio una tua interferenza”.
“Ora sei qui”.
Abbassa gli occhi per un secondo ma quando mi riguarda in faccia, sorride di nuovo.
“Per poco”.
“Lo sapevamo quando sei partito”.
Ci guardiamo in silenzio poi vado a sedermi accanto a lui.
“Come vanno le cose?”.
“Ho preso un Loft. Più piccolo di questo e lo divido con Dan. Lo studio invece lo paghiamo assieme”.
“Ti sei preso un Loft?”.
“Ho pensato che nel caso fossi venuto a trovarmi per un po’ più di tempo, ti sarebbe piaciuto sentirti come a casa”.
Che stupido.
Mi avvicino a lui e gli sfioro le labbra con le mie. “Non mi serve un altro attico per sentirmi a casa”.
“La mia mancanza ti ha reso romantico vedo”.
Mi sorride e mi accarezza il viso con la mano. “Mi sei mancato”.
“L’hai già detto”.
“Voglio fartelo capire per davvero. Non voglio che tu possa pensare che… in qualche modo, io ti abbia sostituito. Non l’ho fatto quando ero a Los Angeles e non l’ho fatto a New York. Per me ci sei sempre e solo tu”.
“Sei ancora un ragazzino sognatore”.
“Certe cose non cambiano mai”.
Resto a guardarlo dritto negli occhi. Poi gli passo un dito sulle labbra.
Altre cose cambiano invece. Se potesse rendersi conto di quanto mi ha stravolto la vita. Forse sono i quaranta che si avvicinano o che non scopo da un secolo, ma mi sento maledettamente e drammaticamente romantico e cazzo… anche fottutamente innamorato.
Resto a guardarlo negli occhi. Sembrano più blu del solito ma forse è solo la mancanza che rende perfette le cose già belle.
Distoglie un attimo il suo sguardo dal mio e si guarda ancora in torno.
“Hai… di recente… hai portato qualcuno qui?”.
Lo guardo e sorrido. È lo stesso di sempre.
“No”.
Aspetto la prossima domanda che so arriverà.
“E al Babylon…”.
“Sei”.
“Sei?”.
“Non ho scopato con nessuno al di fuori di te ma al Babylon sei ragazzi mi hanno fatto un pompino”.
Lo guardo e ride.
“Sei? Che fine ha fatto Brian Kinney?”.
“Mi sono dato una regola”.
Si alza in piedi, si ferma davanti a me e mi prende le mani tra le sue. Poi poggia la sua fronte contro la mia e continua a fissarmi.
“Che regola?”.
“Uno ogni sei mesi”.
“Uno ogni sei mesi?”.
“Hai intenzione di ripetere tutto quello che dico?”.
“Mi sembra soltanto incredibile. Per tre anni vivi da solo e ti fai in tutto sei ragazzi? E non ci scopi nemmeno?”.
Alzo le spalle in risposta. “Non mi andava di giocare senza il mio compagno di giochi preferito”.
“Devi essere impazzito”.
Gli passo le braccia attorno ai fianchi e lo tiro a me.
“E tu Raggio di Sole?”.
Lo bacio. Un bacio veloce e non approfondito.
Lo sento stringersi contro di me. Chiude gli occhi e sussurra contro le mie labbra un “No”.
“No nessuno?”.
“No. I ragazzi ci provavano e ci provano ma sono tutti così…”.
“Come?”.
“Giovani e inesperti”.
“Potresti far loro da maestro”.
“Il Brian Kinney della Quinta Strada?”.
Ridiamo insieme e sento le sue braccia chiudersi attorno al mio collo.
“Ma all’inizio…”.
“Ne abbiamo già parlato quando sei venuto la prima volta. Mi hai detto “Me ne sono fatti alcuni ma alle regole di sempre” e io ti ho detto che andava bene perché alla tua età facevo lo stesso e tu mi hai risposto…”.
“Io non scopo ogni cosa che si muove”.
Ridiamo ancora. Come se non se ne fosse mai andato.
“Non potrei avercela con te per una cosa come questa”.
“Saresti distrutto. Staresti malissimo e ti sentiresti uno stupido”.
Lo stronzo ormai mi conosce fin troppo bene.
“Sei giovane”.
“Smettila di ripeterlo non userò la mia età per andare a scopare in giro. Non sono come te”.
“Lo so. Non lo sei mai stato nemmeno quando fingevi di esserlo per poter restare con me lo stesso”.
“L’età ti ha fatto bene. Riesci per fino a fare discorsi seri su di noi”.
“E’ vero”.
Apre gli occhi. Mi guarda e sorride.
“Brian”.
“Che c’è?”.
“Ti amo”.

- Justin -

Lo vedo sorridere quando glielo dico. Può fare il sostenuto quanto vuole ma so quanto gli farebbe male se lo lasciassi ancora. Mi ha lasciato andare per il mio bene, ma adesso parliamo di altro. Di tanto altro. Non mi ha più lasciato andare come accadde con Ethan o come prima della bomba. Non mi ha lasciato andare senza dire le cose che contano e dopo tutto, non mi importa se non mi dirà più ti amo perché non gli chiederò più di fermarmi, di dire cosa voglio sentire dire… non lascerò più che mi lasci andare via. Adesso so veramente come è fatto. So come prenderlo, so leggere tra le righe delle cose che dice. So ascoltare le parole che si tiene dentro e che non sa ancora dire.
Ma in fondo la gente ha ragione quando dice che non serve urlare una cosa al mondo perché sia vera perché ci sono quelle cose che noi percepiamo e non vediamo ma sappiamo che esistono, che sono li per noi e che soltanto noi siamo in grado di capire perché sono rivolte esclusivamente a noi.
Forse ci vorrà un’altra bomba prima di sentirgli ridire che mi ama, ma ora ho capito che non mi importa più.
Forse sono cresciuto. Non sono più il ragazzino che gli chiedeva di provare i suoi sentimenti.
Adesso ho imparato ad ascoltare le cose che lui non sa dire.


- Brian -

Lo stringo fra le mie braccia e sento le sue labbra muoversi sul mio collo.
Ciò che non ammetto neppure a me stesso è che quando inizi a fare l’amore, il sesso non ti soddisfa più. Non ho un cazzo di motivo per andare a cercare in giro quello che lui può darmi ogni volta.
Magari se lo avessi capito prima, non avremmo avuto tanti drammi, ma non saremmo nemmeno stati noi. Forse non saremmo arrivati a dove siamo adesso.

Gli passo una mano tra i capelli. Mi sono mancati anche quelli. Lo stringo fra le mie braccia ma lui fa un passo in dietro e scende con le mani lungo il mio petto.
Sorride, sorride in quel modo un po’ da bambino e un po’ da gatto seduttore. Sorride e mi bacia. E mi accarezza.
Gli faccio scivolare via la giacca di pelle bianca giù dalle spalle e nel momento esatto in cui inizio a sbottonargli i bottoni della camicia, sento le sue mani fare lo stesso.
E accompagna ogni bottone aperto con un bacio. Forse è stato l’effetto dell’ambiente Newyorkese ma mi sembra così maturo adesso. Un vero uomo in tutto e per tutto.

Torna a baciare le mie labbra e questa volta è uno dei nostri baci. Uno di quelli che ti fanno sentire bloccato a terra, che ti fanno girare la testa e che sanno di amore e di passione e di sesso tutto assieme.
Uno dei nostri baci.
Passe le sue mani tra i miei capelli e continua a baciarmi e sorridiamo insieme. Non sono mai stato bravo con le parole e ora mi chiedo se dovrei dire qualcosa, almeno provarci e fargli sentire veramente quanto mi è mancato. Poi mi ricordo che mi conosce che lui cazzo mi conosce veramente, in un modo tutto suo che è diverso dal modo in cui mi conosce per fino Michael.

- Justin -

Avercelo ancora contro di me, mi fa sentire vivo per la prima volta dopo mesi.
Fare sesso con i ragazzi giovani e carini della City non è la stessa cosa. Loro non sono uomini e soprattutto non sono il mio uomo e non mi conosco nello stesso modo.
Anche quando tra noi era la prima volta, era già una cosa diversa.
Non ci conoscevamo, ma a me sembrava di conoscerlo da una vita e invece, ogni volta in cui eravamo in una serata a quattro o a tre o anche da soli ma con qualche d’un altro, mi sentivo come mi sono sentito a New York. Uno scopatore e basta.
Non c’era tutto quello che per me c’è sempre stato fin dalla prima volta nello stare con Brian.

Si alza dallo sgabello e senza smettere di baciarmi, mi fa scivolare via la camicia nello stesso momento in cui io la faccio scivolare via a lui.
Non abbiamo perso la sincronia conquistata dopo tanti anni.
Quando sono partito la prima volta, mentre facevamo l’amore era come se stessi male. Ricordo il sapore dolce amaro del farlo prima di dirsi arrivederci e con la fottuta paura che potesse essere un addio.
Poi, ogni volta che torno a casa, tutto è diverso.
Quando mi bacia, quando mi prende, quando veniamo, quando siamo insieme, l’uno accanto all’altro o uno dentro l’altro, è tutta un’altra cosa. È il sapere “sei qui. Va tutto bene fino a quando sei qui. Ti ho ritrovato e mi sei mancato fottutamente da morire”.
Me lo fa capire in ogni gesto ed è per questo che non gli chiedo di dirmi che mi ama o altre cose del genere.

Nel giro di un secondo siamo arrivati nella camera da letto.
Mi sorride mentre inizia a slacciarmi i pantaloni e io faccio lo stesso.
Quando gli vedevo baciare gli altri, prima del nostro patto, non sorrideva mai mentre se li baciava e anche se non l’ho mai sottolineato per farglielo notare, sorride spesso quando invece bacia me.

Ci stacchiamo per un secondo. Ci guardiamo negli occhi e stiamo sorridendo finalmente felici.
Mi spinge sul materasso e mi sfila i pantaloni. Poi si toglie i suoi e mette le mani ai lati dei miei fianchi per qualche secondo. Mi guarda negli occhi e poi squadra ogni centimetro del mio corpo.
“Che c’è?”.
Scuote la testa.
Deve essere uno di quei momenti in cui si trattiene dal dirmi una cosa che giudicherebbe da lesbiche o da Michael e Ben.
Allora mi alzo sui gomiti e lo fisso dritto negli occhi e gli ricordo che siamo soli e lui diventa serio per qualche istante e mi dice “sei bellissimo”.
La seconda volta in vita mia che me lo dice. Rido come un bambino, come la prima volta che me l’ha detto mentre indossavamo i nostri completi Hugo Boss e gli butto le braccia al collo e lo tiro a me.
Lo bacio e faccio scendere le mie mani lungo la sua schiena.
Sentirlo così mio, è stata la cosa che mi è mancata di più perché so che in quel modo, è stato solo con me. Con gli altri è freddo è quello che sta sopra è quello che comanda con me è se stesso anche quando crede di riuscire ad essere quello di un tempo.

- Brian -

Passo le mani sul suo petto… tra i suoi capelli… sulla sua pancia piatta e perfetta… sulle cosce più muscolose di un tempo… lungo le sue gambe…
Inarca la schiena mentre gli sfilo i boxer e sorride beato con gli occhi chiusi mentre gli bacio il petto e scendo verso l’ombelico e oltre.
Stringe i miei capelli tra le mani e dice il mio nome ed è tutto fottutamente perfetto.
Appoggiò le mani ai lati della sua testa e lo bacio ancora. Questa volta il bacio è meno irruento ma più passionale.
Apre gli occhi e mi fissa quando ci stacchiamo e le sue mani viaggiano lungo la mia spina dorsale fino a trovare l’elastico dei boxer e abbassarlo.
In un secondo siamo entrambi nudi e il suo sguardo si sposta dai miei occhi a tutto il resto e mi sembra quasi di essere tornato indietro di otto anni.
Poi mi ricordo quanto tutto quanto sia fottutamente cambiato.
E decido che non mi importa se ho mandato a puttane il modo del cazzo in cui la pensavo quando ci siamo conosciuti, così come lo pensai quando decisi che lo avrei sposato perché lo volevo mio per sempre. Soltanto mio.
Mi alzo da lui e mi metto a cavalcioni.
Mi stendo verso il comodino. Mi viene quasi da ridere a pensare che il secondo cassetto è ancora vuoto ad aspettare soltanto la sua roba. Così come sono vuote le sue stampelle nell’armadio.
Prendo un condom e non serve nemmeno che glielo chieda.
Me lo sfila dalle mani e apre la bustina con i denti e lo sfila fuori e mi guarda dritto negli occhi mentre me lo mette.
Il semplice sfiorare delle sue dita mi manda brividi in ogni angolo del corpo. Fottute mani d’artista.
Prendo le sue caviglie tra le mani e me le poggio sulle spalle. Lo guardo ancora e gli accarezzo i capelli prima di prendere il lubrificante e metterglielo.
“E’ freddo” dice sorridente.
“Si scalderà” gli rispondo e mi guarda sorpreso. “Che c’è?”.
“Vedi, avevo ragione”.
“Su cosa?”.
“Ti ho colpito dal primo momento. Quando stavo per mollare la scuola, mi hai sorpreso ricordandoti di quello che ti avevo detto e lo hai fatto ancora. Mi ami”.
“Non aveva il tono di una domanda l’ultima parte”.
Mi guarda intensamente e serio. Poi sorride.
“Ti amo anche io” mi dice e mi tira a se per baciarmi.
Mi passa le braccia attorno alle spalle e mi stringe contro di se.
Gli scivolo dentro e lui sospira. Restiamo fermi per qualche secondo.
“Aspetta” dice in un sussurro.
Abbassa le gambe dalle mie spalle e me le avvolge attorno ai fianchi. Apre gli occhi e mi fissa.
Faccio scivolare le mie dita tra le sue e gli stringo le mani mentre mi inizio a muovere.
Essere dentro di lui. Sentirlo così vicino e così soltanto mio.

- Justin -

È dolce come l’ultima volta. Come ogni prima volta quando torno da New York. E mentre si muove dentro di me, sospirando e ansimando, stringendo le mie mani tra le sue, guidandoci entrambi verso lo stesso punto, mi rendo conto che potrei passare tutta l’eternità a New York senza mai riuscire a chiamarla casa.
Mi bacia con passione e si muove dentro di me con il suo fare esperto di sempre… nel modo perfetto che usa sempre quando stiamo assieme, quel qualcosa che viene dopo tanto tempo passato insieme… e mi sento a casa.

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- Brian -

“Allora?”.
“Cosa?”.
Mickey gira per il negozio sistemando i fumetti sugli scaffali.
“Come è andata ieri sera?”.
Chiede e ride.
“Come vuoi che sia andata?”.
“Alla grande come sempre”.
Scende dalla scala e mi fissa.
“Ogni volta che viene il tuo piccolo Raggio Di Sole, tu ti illumini. Magari non lo noti e forse non lo nota neppure lui, ma noi si. Ti iniziano a brillare gli occhi e sorridi sempre come un cretino. E si vede che sei totalmente e follemente e irrimediabilmente innamorato”.
Prendo un fumetto dal bancone e glielo tiro.
“E ovviamente, così come un tempo, ti incazzi”.
“Chiudi un po’ quella cazzo di bocca”.
“Quindi Justin è l’unico a cui dai il permesso di vederti umano?”.
Continua a fissarmi ridendo.
“Quando glielo chiederai?” mi chiede ad un tratto.
“Che cosa?”.
“Lo sai cosa. Di sposarti”.
“Quante volte te lo devo dire ancora?”.
“Non hai intenzione di interferire. Certo certo. Ma perché per una volta, una volta soltanto, anziché spingerlo fuori dalla porta, non stendi una mano e gli chiedi di restare?”.
“Sarebbe interferire”.
“Chiedigli di restare”.
“Devo tornare a lavoro”.
Alza gli occhi al cielo e ride. “Dato che non c’è una doccia vai a lavoro”.
“Che vuoi dire?”.
“Niente. Una battuta che Justin capirebbe al volo. Buona giornata”.

- Justin -

“Come è andata ieri sera?” mi chiede Daphne.
“Ho più motivi io di chiederlo a te” dico lanciando un’occhiata al divano su cui Dan russa.
“Sta dormendo sul divano non nel mio letto quindi non penso tu abbia molto da chiedere”.
“Mi sembri delusa”.
Ridiamo e lei mi tira un pugno nella spalla.
“Stronzo”.
Le faccio la linguaccia e usciamo dalla sua camera per andare al Liberty Diner.
“Lo avete fatto?”.
“Dopo otto anni me lo chiedi ancora?”.
“Non si sa mai”.
“Abbiamo giocato a carte tutto il tempo”.
“Si certo come no. Hai quella faccia”.
La guardo e lei non smette di sorridere.
“Quale faccia?”.
“Quella da “ho toccato il cielo con un dito” che vorrebbe anche dire “ho passato tutta la notte tra le braccia di Brian”. Hai sempre questa espressione quando sei felice”.
Non riesco a trattenermi e le sorrido.
“Hai ragione”.
“Siete raggianti quando state assieme. Soprattutto da quando ha messo la testa apposto. Sei riuscito a renderlo come dire…”.
“Umano?”.
Annuisce.
“Si. E’ bello aver visto tutto quanto. Quando non c’eri, ogni volta in cui non ci sei, lui è spento. Certo cerca di non darlo a vedere ma ormai che ha l’età che ha e non va più a scopare in giro, gli è più difficile fare lo strafottente. Ma non gli va che tu lo sappia, non vuole che tu ti debba sentire in colpa per qualcosa. Quindi quando poi tu arrivi è come se arrivasse la primavera”.
“Non credi di esagerare?”.
“Justin tu non ti rendi conto di che effetto gli fai. Insomma, voleva sposarti, vuole sposarti, è chiaro che ci tiene e ormai tu questo lo sai molto più che bene però non puoi vedervi da fuori quando state assieme. Quando può guardarti, può parlarti o stringerti a se, è tutta un’altra persona. Quando non ci sei è il Brian degli inizi, quello stronzo e freddo con tutti tranne che con Michael e quando invece tu ci sei, è una persona fantastica”.
“Ma quanto tempo passi con loro?”.
“Con Brian poco, ma con Michael ed Emmett ore intere e quando c’è Brian in giro si porta dietro una specie di aurea grigia. È deprimente senza di te. Dico sul serio”.
“E’ una bella cosa?”.
“Certo”.
“Non mi va di pensare che stia male a causa mia”.
“Sta male perché ti ama. Non puoi farci nulla”.
Mi sorride mentre entriamo nel Liberty Diner. Emmett e Ted sono seduti al bancone per la colazione e parlano con Debbie.
“Raggio Di Sole!”.
“Ehi Deb!”.
“Che bello vederti entrare qui dentro di nuovo!”.
Fa il giro del bancone e mi stringe a se.
“Ciao Tesoro” mi saluta Emmett sventolando la mano.
“Ciao Emmett”.
“Fossi in te non lo chiamerei più Tesoro” gli fa notare Ted mentre mangia i cereali.
“E perché?”.
Mi siedo sullo sgabello vicino ad Emmett e Daphne mi si siede vicino. Emmett mi passa un braccio attorno alle spalle e mi tira più vicino a lui.
“A te da fastidio?”.
“No lo fai da… praticamente sempre”.
“E’ meglio limitarsi ad un “ciao Justin”. Non si sa mai”.
Daphne scoppia a ridere assieme a Debbie e poi ordina la sua colazione.
“Sta sera che fai?” mi chiede Emmett.
“Non lo so ancora”.
“Immagino sarai impegnato con Mr. Kinney”.
“Probabile”.
“Nel caso ti andasse di cambiare aria dopo otto anni, io vado da Woody’s con Luke”.
“Chi è Luke?” chiedo.
Ted ride. “Il suo nuovo ragazzo. Dovresti vederlo”.
“Ma è magnifico Em!”.
“Grazie Tesoro!”.
Emmett si sporge a darmi un bacio sulla guancia ma una mano lo tira in dietro e stacca il suo braccio dalle mie spalle.
“Tieni le mani apposto Honeycutt”.
“Mr Kinney è venuto a marcare il territorio” dice Ted. “Ti avevo avvertito”.
Mi volto verso Brian e gli sorrido. Lui si abbassa e mi da un bacio sulle labbra.
“Ciao Tesoro” gli dico.
“Ciao Tesoro?” mi imita Emmett. “Questa poi”.
“Chiudi quella cazzo di bocca”.
“Sempre il solito”.
Debbie si ferma e ci fissa.
“Eccovi tutti di nuovo qui. I miei ragazzi e Daphne”.
Debbie sorride e mi pizzica una guancia.
“E tu Raggio Di Sole. Sei raggiante quando torni a casa. Più di quando vivevi qui tutti i giorni. E fai risplendere anche Brian”.
Nello stesso istante in cui io abbasso lo sguardo imbarazzato, Brian mi da un bacio sulla guancia. Mi volto a guardarlo e lui mi sorride.
Daphne mi da un pizzico nel fianco e quando mi giro verso di lei mormora “Hai visto che intendevo?” poi si alza e ci saluta e va via.
“Allora, che ti porto?” chiede Debbie a Brian.
“Un caffè nero senza zucchero”.
“Arriva”.
Brian si siede sullo sgabello di Daphne e mi prende la mano nella sua.
“Stamattina non c’eri” gli dico.
“Non volevo svegliarti. Mi sono alzato presto per andare da Michael”.
“Sembrate una coppiettina di sposi” scherza Emmett. Poggia il mento sulle mani e ci fissa.
“Quasi sposi” lo corregge Ted.
“Niente che sia senza rimedio”.
“Non avete cose da fare voi due? Ted va a lavoro o ti licenzio”.
“Certo capo”. Si alza, lascia i soldi sul bancone e va via.
Emmett resta a fissarci. “Lo so che lo dico ogni volta che torni Tesoro, ma quando vorrete portare a termine la camminata all’altare, fatemelo sapere così posso arrivare in Cina e riprendere le Gardenie Dorate”.
Non ci lascia rispondere. Prende la sua borsa e va via.
Debbie torna con il caffè per Brian e dei Puncakes per me.
“Sei dimagrito un po’ troppo”.
“Lo dice anche mia mamma”.
“Dalle retta. Che diamine fai a New York tutto il giorno?”.
“Dipingo?”.
“Ah già. Bravo Raggio Di Sole”.
Mi da un altro pizzico su una guancia e mi sorride. Poi va verso i tavoli per servire i clienti.
“Potrò mai vederli quei quadri di cui parlava Dan ieri?”.
Brian mi guarda e sorride. Poggia la fronte alla mano sinistra e con la destra si porta la tazza di caffè fumante alla bocca.
“Quando verrai a trovarmi”.
“Come mai non ne ho visti nelle tue mostre?”.
Alzo le spalle e guardo da un’altra parte. Ho paura di sembrargli sciocco a spiegargli il perché.
“Ehi?”.
“Perché…”.
“Sicuramente erano i più belli”.
“Perché erano i più personali. Non mi andava di venderli in giro o di metterli in mostra in una galleria d’arte” lo guardo negli occhi. “Sono nostri”.
Resta a fissarmi per qualche secondo e poi si avvicina e mi bacia.
“Brian?”.
“Dimmi”.
“Ti va se andiamo a trovare Mel e Linz?”.
“Perché? Ci sei stato pochi mesi fa”.
“Si ma vorrei andarci quando ci sei anche tu”.
“Fammi andare in ufficio a sistemare un paio di cose, e poi andiamo”.
“Così?”.
“L’azienda è mia dopo tutto”.
Gli sorrido. “Grazie”.
“Per il poco di tempo che vieni a passare qui, mi va di accontentarti. Hai finito la colazione?”.
“Non ho molta fame”.
“Se non mangi Debbie non ti farà uscire da qui. Quindi muoviti e quando hai fatto raggiungimi”.
“Ok”.
Si alza e mi da un bacio sulla guancia prima di uscire dal Diner.
Se quando ci siamo conosciuti, qualcuno mi avesse detto “sarai tu quello che lo farà capitolare. Che lo trasformerà in un monogamo, che gli ha fatto rivedere la sua teoria del “non credo nell’amore. Credo nelle scopate”, non gli avrei mai e poi mai creduto. A volte è bello sbagliarsi.

- Brian -

“Allora vai a Toronto?”.
“Con Justin”.
“E’ tornato?”.
“Si”.
“Fallo passare per un saluto”.
“Perché tutti quanti adorate quel ragazzo?”.
Cynthia sembra pensarci per qualche secondo.
“La prima ragione che mi viene in mente?”.
“Avanti”.
“E’ stato l’unico ad avere le tue palle. In tutti i sensi questa affermazione possa essere intesa”.
Prima che possa dirle qualsiasi cosa, sfodera un mega sorriso e se ne esce dall’ufficio dicendo “Buona vacanza in Canada”.
***********

Justin sta salendo nella Corvett con uno dei suoi mega sorrisi.
“Non posso crede che lo stiamo facendo veramente”.
“Tra tutte le cose che abbiamo fatto, questa è l’unica per cui tale affermazione è fuori luogo”.
“E’ solo che non pensavo che avresti assecondato questo mio capriccio”.
“E’ un po’ che non vedo Gus, quindi…”.
“Ora mi tirerai di nuovo fuori la storia del “Non lo faccio per te ma per me”, vero? Sappi che non funziona tanto lo so che ci tieni a me”.
“Adesso sembri di nuovo un adolescente del cazzo”.
“Quel adolescente del cazzo ti ha fatto capitolare. Non potevi sopportarmi ma non riuscivi a fare a meno di me”.
Mentre ci allontaniamo da Pittsburgh vedo la stessa espressione soddisfatta stampata sulla sua faccia di quando mi feci sfuggire la preoccupazione sul fatto che lasciasse lo stato per andare all’università. Stupido Raggio di Sole. Non crescerà mai.

***********

Cinque ore e quattordici minuti dopo, eravamo parcheggiati fuori casa di Mel e Linz.
Non c’eravamo ancora stati insieme da quando si erano trasferite lì.
Quando andavo a trovarle io, era perché Justin mi mancava troppo e non ne potevo più di stare a Pittsburgh.
In un modo o in un altro, non riconducevo un ricordo di Justin a quella casa o a quella città e potevo andarci quando la mancanza faceva più male, ora mi sarei portato una parte di noi anche qui e non avrei avuto più posti dove scappare.

La porta si apre e Gus esce fuori con Mel e Linz.
Resta fermo sulla porta per qualche istante ma appena Linz gli dice di venire, lui si mette a correre. Justin è più avanti di me di qualche passo e così corre prima di lui. Justin si inginocchia sul vialetto così che Gus possa passargli le braccia attorno al collo e Raggio di Sole lo abbraccia con la stessa energia.
“Zio Jus”.
“Ehi campione”.
“Sei tornato presto questa volta. La mamma Linz ha detto che non potevamo giocare per tanto tempo”.
“Beh adesso sono qui con Papà e possiamo passare tutto il giorno a giocare”.
“Promesso?” dice staccandosi da lui per poterlo guardare negli occhi.
“Certo che si. Vero Papà?” chiede Justin voltandosi verso di me.
Sorrido a tutti e due e vado a prendere Gus in braccio che mi abbraccia subito.
“Mi sei mancato Papà”.
“Anche tu”.
Guardo Justin per qualche istante. Ci fissa e sorride. Giurerei abbia per fino gli occhi lucidi. Poi si volta e va da Mel e Linz. Abbraccia Linz e da un bacio sulla bocca a Mel. Lei è il Michael di Justin per cui non rientra nel nostro patto.
Faccio scendere Gus e insieme ci avviamo verso casa.
“Ho imparato a giocare a calcio”.
“Calcio?”.
“Si nella mia scuola c’è una squadra di calcio e Mamma Mel ha detto che potevo giocarci e adesso sono capitano”.
Alza la mano per farsi dare il cinque. Un figli etero. A me proprio.
“Ehi straniero”.
Bacio Linz e abbraccio Mel. Entriamo in casa e ci sediamo tutti in salotto. Gus sale sulle gambe di Justin e gli racconta dei disegni che fa tutti i pomeriggi.
“Non aspettavamo di vedervi arrivare così presto e soprattutto assieme”.
“Justin voleva passare. Ho pensato di accontentarlo e poi non vedevo Gus da molto” spiego a Mel.
Linz sale al piano di sopra e torna dopo qualche minuto con Jenny Rebecca in braccio che si sta stropicciando gli occhi.
“Jenny! E’ venuto zio Justin hai visto?” le urla Gus.
JR ride e si fa mettere a terra da Linz e corre anche lei da Justin.
“Se abitassi più vicino, ti chiederemmo di far loro da babysitter ogni giorno” gli dice Linz mettendosi a sedere sul bracciolo della poltrona dove è seduta Mel.
Anche Jenny lo saluta dicendo “Zio Jus” e per quanta forza possa avere una bimba a quattro anni, spinge via Gus e si siede lei sulle gambe di Justin.
Per qualche motivo non riesco a non guardarlo. Non riesco a smettere di fissarlo. Emana una luce diversa da quella che solitamente ha in torno. È un Raggio di Sole più splendente attorniato da bambini che litigano per avere la sua attenzione.
Si accorge che lo guardo e mi sorrise.
“Jenny saluta lo Zio Brian” le dice Mel.
JR si volta e mi sorride. Ha gli stessi occhi di Mel soltanto un po’ più luminosi.
Sventola la sua piccola mano verso di me e urla “Ciao Zio Brian”.
Sentirmi chiamare “Zio” mi fa sentire incredibilmente vecchio. Dannazione ai bambini.
“Vado a fare il the” dice Linz alzandosi e andandosene in cucina.
“Justin gli badi tu?” chiede Mel.
“Posso farlo anche io” le dico e lei sorride.
“Magari potete farlo insieme” mi risponde e scompare in cucina con Linz.
“Mi fai un disegno Zio?”.
“Facciamo che ti do una mano a farne uno tutto tuo”.
Gus gli fa di si con la testa e scende dal divano dopo averlo abbracciato di nuovo.
“Poi te lo regalo e lo porti a New York”.
“Certo”.
Corre su per le scale mentre Jenny si mette a giocare con la frangia di Justin.

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- Justin -

“Restate per cena?” ci chiede Mel.
“Zio Jus resta” mi dice JR mentre la tengo in braccio.
Guardo Brian che è seduto sul divano con Linz e parla con lei.
“Brian?”.
“Certo perché no”.
“Potete restare anche per la notte. Ripartirete domattina o quando volete” ci offre Linz.
JR ride e mi passa le braccia attorno al collo e mi stringe.
“Che bello”.
Gus arriva di corsa in salotto. Ha una scatola di tempere e un foglio di cartoncino li poggia sul tavolino e mi guarda.
“Zio dormi in camera con me?”.
Mel scoppia a ridere e Linz si trattiene a stento.
“Che c’è?” chiede Gus confuso.
“Lo zio Jus e il papà dormiranno nella stanza degli ospiti” dice Linz.
“Perché non puoi dormire con me?”.
“Possiamo passarla una notte separati” interviene Brian.
Gus lo guarda e sorride. Poi va da lui e gli da un bacio sulla guancia.
“Grazie papà”.
“Voglio dormire anche io con Gus e lo zio”.
“Jenny non mettertici anche tu. Dormirai nella tua stanza” le dice Mel.
“Ma perché Gus può?”.

- Brian -

Justin sorride. E’ bello vederlo così felice.
“Facciamo così. Quando verrai a trovarmi a casa, dormiremo tutti e tre assieme. Faremo un campeggio nel salotto ok? Metteremo la tenda al posto dei divani e staremo in piedi tutta la notte a disegnare”.
Cerco di immaginarmi una casa che non conosco, un salotto che non ho idea di come sia fatto, e ce li metto lì stesi sul parquet a ridere come tre bambini. A volte è ancora il ragazzino che ho conosciuto la prima volta.
“Non dovreste chiedere il permesso alle mamme?” scherza Linz.
“Tesoro affiderei Jenny a Justin nel mezzo di un uragano, e non penso che ci siano problemi per Gus”. Mel mi guarda e ride. “O no?”.
“Quindi possiamo andare?” chiede Jenny.
“Non adesso ragazzi. Mi sono trasferito da poco quindi devo ancora sistemare tutto quanto. Verrete la prossima volta che Brian verrà a trovarmi ok?”.
“Allora te li mandiamo per il College” dice Linz.
“Ok, sarà meglio preparare la cena. Voi andate a lavarvi le mani”.
Mel prende Jenny e Gus e li porta di sopra e Linz va in cucina.
Justin resta un po’ in piedi poi decide di venirsi a sedere vicino a me.
Poggia la testa sulla mia spalla e io gli passo un braccio attorno alle spalle.
“Pessima battuta” dice.
“Era la verità. Da quando sei partito, non sono praticamente mai venuto. Sei sempre stato tu a salire su un aereo e venire fino a Pittsburgh. Dovrò decidermi a venire a vedere se il tuo Loft è meglio del mio”.
Lo sento ridere.
“Nessuno Loft è meglio del tuo Mr. Kinney”.
“Nemmeno quello di un artista?”.
“No. E’ poi Dan ci porta le ragazze, quindi non ti piacerebbe stare lì”.
“Dormi con…”.
“No. A volte resto nello studio anche la notte. Non mi va sempre di tornare lì. Il motivo è facile da capire. Non avrei nemmeno dovuto comprarlo quel posto”.
“Allora perché lo hai fatto?”.
“Per mitigare il dolore della tua mancanza. Pensavo che ricreando un pezzo della nostra vita lì, avrei sentito di meno la tua mancanza, ma è inutile dire che mi sbagliavo. Quando tornerò, credo che lo venderò. Prenderò un appartamento a Soho o nell’East Village dalle parti dello studio”.
“Devi trovarne uno grande”.
“Non penso di continuare a vivere con Dan in realtà. Ma se ne trovo uno da quelle parti abbastanza grande, potrei dividerlo in studio ed appartamento… così…”.
“Non avresti più motivi per muoverti di casa?”.
“Sei tu quello festaiolo nella coppia, ricordi?”.

-Justin -

Mi bacia sulla testa e sento le sue braccia stringermi più forte.
“Prendine uno più grande per quando verrò da te”.
Alzo gli occhi e lo fisso.
È serio ma dopo qualche istante mi sorride.
“Che c’è Raggio di Sole?”.
“Vuoi venire a trovarmi?”.
Fa un cenno con la testa e mi da un bacio a fior di labbra.
Sto per chiedergli perché ha cambiato idea, ma Linz mi chiama dalla cucina.
“Ti andrebbe di venire a darmi una mano, Justin?”.
“Sta arrivando”, risponde per me Brian.

- Brian -

La cena mi ha ricordato i pranzi che passavamo qualche Domenica a casa delle Lesbiche quando stavamo ancora tutti quanti giù a Pittsburgh.
Quando io facevo finta non fossimo una coppia, ma ci ritrovavamo quasi ogni settimana a questi ridicoli pranzi a quattro perché Justin non riusciva a dire “no grazie” ogni volta che incontrava Linz o Mel per strada e gli chiedevano “perché non venite da noi tu e Brian Domenica?”.
“A cosa pensi?” mi chiede Linz mentre sistemiamo il letto della camera degli ospiti.
“A niente”.
“A Justin?”.
“In quale dizionario la risposta niente corrisponde a Justin?”.
“Nel tuo”.
Resta in silenzio per qualche istante. Poi mi sorride.
“Questa volta gli chiederai di restare?”.
“L’ho spinto io a partire, come potrei adesso andare da lui e dirgli “Oh Justin a proposito di New York, sono stato un grande coglione a farti partire da solo. Resta qui nella pallosa monotona Pittsburgh e manda a puttane il tuo futuro”. come?”.
“Doveva andare lì per farsi conoscere. La gente voleva comprare i suoi quadri e ora li compra. Lui voleva esporre e ora espone. Ha ottime recensioni e sempre nuovi contratti. Non gli serve restare lì per crearsi altri contatti. Adesso bastano i suoi quadri esposti nella casa di qualche riccone del West Village o dell’Upper East Side. La gente parla di lui, e sai come funzionano queste cose. Dopo tutto lavori nel Marketing. È facile. Io sono ricca, vengo a casa tua e vedo un quadro. Allora ti chiedo “Chi è il pittore? Dove espone” e vado a comprare un quadro per casa mia e da lì parte tutto. Sono passati tre anni Brian, tre anni cazzo. Chiedi a quel ragazzo di restare, è tutto quello che vuole. Ora sa di potercela fare per conto suo, che non deve più niente a nessuno di noi. Adesso sa stare al mondo da solo ma non penso sia quello che vuole. Voleva renderti orgoglioso di lui, voleva poter essere fiero di se stesso, e ce l’ha fatta, sul piano lavorativo, professionale, artistico, ha tutto quello che voleva e prima che partisse per New York, aveva tutto quello che voleva anche per quanto riguarda i sentimenti. Gli hai fatto realizzare i suoi sogni, spingendolo fuori dalla porta, fuori dallo stato, rinunciando a lui quando più ne avevi bisogno, ora lasciagli realizzare i suoi sogni in cui ci sei anche tu. Lasciagli avere la felicità che ha sempre voluto. Quando non voleva partire, mi disse che New York non era il sogno di tutta la sua vita ma tu lo eri, quindi perché non gli dai una mano a realizzare anche quello?”.
La guardo. Non sta sorridendo.
“Linz…”.
“Non ti chiederà di poter restare. Tocca a te farlo. Lo sai che potete essere veramente felici assieme. Dopo tutto quello che avete passato, che quel ragazzo ha sopportato e dopo che tu sei riuscito a capire che lui è tutto quello che vuoi, manda a puttane tutto il resto e tienitelo con te. Non aspettare ancora”.
Mi viene vicino e mi abbraccia. Poi mi guarda negli occhi e mi sorride. Ha gli occhi un po’ lucidi.
“Buona notte Brian”.
Esce dalla stanza e si chiude la porta alle spalle.

- Justin -

“Allora hai finito il disegno?”.
“Eccolo”.
Mi passa il foglio su cui a disegnato sei persone e mi guarda serio.
“Cosa dici Zio Jus?”.
“Vediamo. C’è molto talento questo è certo. Il tratto è ancora un po’ in certo e il colore è steso in maniera poco uniforme ma sicuramente trasmette molte emozioni ed è un lavoro pieno di vita”.
Lo guardo e sorrido e lui scoppia a ridere.
“Allora ti piace?”.
“Certo che si”.
Mi salta addosso e mi abbraccia.
“E’ per te. Siamo io, Jenny, la mamma Linz e la mamma Mel e papà Brian e questo qui che tiene JR in braccio sei tu”.
“E’ bellissimo grazie Gus”.
“Puoi portarlo a casa tua e di papà. Quella con la piscina. Così poi posso venire finalmente a giocare lì con la scusa di vedere dove lo avete appeso”.
“Papà non ti ci ha mai portato?”.
“No diceva che era per te e che quindi senza di te non ci poteva portare lì perché ti sarebbe dispiaciuto. Ha detto che quando saresti stato la sua donna di casa, saremmo potuti venire tutte le estati”.
“La sua donna di casa?”.
“Dice così perché Zio Emmett dice che sei sua moglie ma a Papà non piace quando dice così e allora adesso dicono “Donna di Casa” quando parlano di te nella vostra casa”.
Sbadiglia mentre sorride ancora e si alza dal tappeto per andare sul letto.
“Ora di dormire” gli dico.
“Ti faccio spazio basta spostare Pooh” mentre lo dice, prende il grande pupazzo con cui dorme e lo lancia dall’altro lato della stanza. “Ecco”.
“Grazie”.
Alzo le coperte e mi sdraio vicino a lui.
Inizia a raccontarmi della squadra di calcio dove gioca, della ragazza che gli piace nella sua classe e di come non sa come chiederle di uscire e mentre mi parla dei suoi progetti per la sua festa di compleanno, si addormenta.
Resto per un po’ sveglio a guardarlo dormire.
È sempre più simile a Brian anche se non ho alcuna idea di come fosse quando era così piccolo.
Sento la porta aprirsi e mi volto. Brian è sulla porta e ci fissa.
“Vi disturbo?”.
Gli sorrido. “Gus si è appena addormentato”.
Si richiude la porta alle spalle e avvicina lo sgabello della scrivania di Gus al lato del letto.
“Che c’è? Non riesci a dormire?”.
“Ho parlato con Linz”.
“L’ultima volta che lo hai fatto, poi abbiamo annullato le nozze e mi hai fatto partire per New York”.
Per un secondo guarda da un’altra parte. Sta cercando di evitare di dirmi cosa pensa. Ormai lo conosco fin troppo bene.
“Che devi dirmi?”.
“Ecco…”.

- Brian -

Lo guardo negli occhi. Rende impossibile mentirgli o tenergli qualsiasi cosa nascosta quando ti fissa a quel modo se adesso dovesse dire anche il suo solito “Brian” mi ritroverei di nuovo come una lesbica del cazzo.
Gus si gira nel letto e abbraccia il braccio di Justin.
“Credo pensi che io sia Pooh”.
Ridiamo per un momento ma so che non lascerà correre. Non lo fa mai. Mi tira fuori sempre tutto. Dannazione.
Scende dal letto e mi prende per mano e usciamo dalla stanza per non far svegliare Gus.
Lo guardo e so che sta per dirlo.
“Brian”.
Ha vinto lui. Come sempre.
“Sono stato spesso un coglione con te”.
“Credo che possiamo essere d’accordo su questo”.
“E lo sarò anche adesso a chiederti quello che devo chiedere”.
Mi fissa negli occhi.
“Ma ho deciso che non me ne importa un cazzo se prima ti ho detto una cosa e adesso, dopo tre anni, ti chiedo l’opposto”.
“Brian che…”.
“Resta”.
Ha lo sguardo confuso. Apre e chiude la bocca un paio di volte.
“Sc… scusami?”.
“Voglio che resti. Non qui a Toronto ma a Pittsburgh. Non voglio che tu riparta e che debbano passare altri sei o sette mesi o anche un anno prima di rivederci. Voglio che resti e che mi sposi”.
Continua a fissarmi in silenzio.
“Pensavo che volessi venirmi a trovare prima quando mi hai detto dell‘appartamento… intendevi farlo fra un anno?”.
“No pensavo di chiederti di sposarmi e venire a New York a vivere da te. Di aprire una filiale della Kinnetik a New York e passare ogni cazzo di momento libero a casa con te ma so che non me lo lasceresti fare”.
“La tua vita è a Pittsburgh, non ti farei mai trasferire a causa mia”.
“Non lo farei soltanto per te ma anche per me”.
“In che modo trasferirti a New York, lasciare tutti quanti e aprire una nuova società che ti farà spendere milioni di dollari a causa della concorrenza che avresti, può essere per te?”.
Mi ero già preparato la risposta a questa domanda. Lui mi conosceva dannatamente bene ma io conoscevo lui.
“Potrei avere la mia vendetta”.
“E su cosa?”.
“Ricordi quando ci conoscevamo da poco e dovevo andare a lavorare a New York ma poi andò tutto a puttane?”.
“E allora?”.
“Verrei a New York per fotterli tutti… non letteralmente”.
“Brian…”.
“Cosa?”.
“Non te lo lascio fare”.
Gli sorrido.
“Sapevo che lo avresti detto. Stupido Raggio di Sole”.
“Non voglio che rinunci ad essere il migliore qui per venire da me… per me”.
“E’ per questo che ti ho chiesto di restare. E sono un coglione a farlo perché so che hai la mostra tra una settimana e mezzo e che lì hai il tuo studio e tutti vogliono i tuoi quadri e sei un cazzo di artista con un fottuto successo li ma…”.
“Ho già avuto tutto quello che volevo dal mio lavoro”.
“E’ quello che ha detto Linz”.
“Beh Linz ha ragione. Sono partito e lei aveva ragione nel convincermi ad andare perché lo avrei rimpianto ma non è tutto quello che voglio stare lì da solo e avere successo e sentire la tua mancanza ogni sera che torno in quel cazzo di Loft e tu non ci sei”.
Resta in silenzio qualche istante e abbassa gli occhi. Poi torna a guardarmi e sorride.
“Non mi hai mai chiesto di restare da quando ci conosciamo”.
“Tu, più di chiunque altro, dovresti sapere che le cose cambiano”.
Gli sorrido e gli poggio le mani sulle spalle.
“Voglio restare. Non chiedermi se ne sono sicuro perché lo sono e questa volta, nessuna fottusissima New York mi farà cambiare idea. Ma…”.
“Cosa?”.
“Questa volta dovrai sposarmi veramente”.
Lo tiro a me e lo bacio.
“Si”.
Si stacca e mi passa le braccia attorno al collo. Lo fisso negli occhi e lui è raggiante e splendente come tre anni prima forse anche di più e decido che fanculo a tutto e tutti con lui posso essere chi cazzo voglio. Mi resta ancora una cosa da dirgli.
“Quando te ne sei andato con… quell’Ian” e dal suo sorriso so che mi deve essere uscito con una smorfia di disgusto il suo nome. “E poi sei venuto a fare lo staggista seduttore alla Vengar, mi hai detto che avrei dovuto fermarti e dirti che ti amavo e che come sempre non lo avevo fatto. Adesso ti ho chiesto di restare quindi mi manca ancora una cosa da fare…”.
“Non serve. Lo hai già fatto una volta e non…”.
“Serve invece fare questa cosa e cioè dirti che ti amo e farlo quando non hai rischiato di morire o stai per partire ma farlo soltanto perché voglio dirtelo”.
“Brian… dico sul serio”.
“Ti amo Justin”.
Mi guarda come la prima volta in cui gliel’ho detto. Non mi stancherò mai di guardare l’effetto che gli fa l’essere amato.

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- Justin -

Stiamo in piedi davanti alla vetrina del Liberty Diner e fissiamo il bancone dove Michael, Emmett e Ted stanno facendo colazione e parlano con Debbie.
“Non dovremmo entrare?” chiedo a Brian.
“Certo” lo dice ma non si muove.
Sono passati due giorni da quando mi ha chiesto, ancora una volta, di sposarlo. Incredibile a pensarci. Quando me l’ha chiesto la prima volta mi è sembrato irreale ma che dopo tre anni non abbia cambiato idea mi ha quasi sconvolto.
Appena tornati da Toronto siamo andati a Britin. Abbiamo deciso di fare lì il ricevimento per cui abbiamo dovuto portare lì Dorota per far dare una pulita in giro ma era tutta una scusa per evitare di doverlo dire a loro ma ora siamo costretti perché ci serve Emmett e Michael sarà il testimone di Brian.
Ne abbiamo parlato a lungo, volevamo essere completamente sicuri che questa volta saremmo arrivati fino al “si” e Brian ha perfino lasciato che facessi la lista di nozze in un negozio che vende qualcosa oltre ai vestiti di Prada, quindi sono del tutto certo che se entriamo lì dentro e diamo loro la notizia, questa volta accadrà veramente.
Credo sia per questo che da venti minuti siamo fermi qui fuori.
“Tu lo dici a Debbie e Emmett e io a Michael e Ted” dice Brian.
“Perché devo dirlo io a Debbie?”.
“Perché sei il suo Raggio di Sole, il suo piccolo Topino. Non vorrà saperlo da nessun altro se non te”.
Sospiriamo nello stesso istante.
“Per l’ultima volta Justin…”.
“Sono sicuro di volerti sposare. Tu lo sei?”.
“Cazzo si”.
“Bene”.
“Bene”.
Ci muoviamo verso la porta ed entriamo.
Si girano subito a guardarci. Emmett si sbraccia come suo solito nella nostra direzione.
“E se lo dicessimo a tutti quanti in una volta?” chiedo in sussurro a Brian mentre ci avviciniamo a loro.
“Sarà meglio”.
Gli stringo la mano e ci fermiamo alle loro spalle.
Debbie ci fissa raggiante e Michael,Ted e Emmett voltano gli sgabelli verso di noi.
“Ehi dove eravate finiti?” ci chiede Debbie.
“Non dite dalle ragazze perché Mel ha chiamato ieri per sapere se eravate arrivati e se avevate deciso per tutto” dice Michael. Ha un’espressione confusa e ci fissa. “Allora?”.
Guardo un attimo Brian. Ci sorridiamo.
Questa volta potremmo vedere le loro facce, anche se non sarà lo stesso dato che è il nostro secondo annuncio di nozze.
“Eravamo a Britin” dico.
Emmett corruga la fronte e sorride. “Britin?”.
“E’ casa nostra” risponde Brian.
“Ah la casa che gli hai comprato per farti dire di si?” chiede ancora Emmett.
“Chiudi quella cazzo di bocca Emmett” gli risponde Brian.
“Si è quella. Eravamo lì per…” sospiro mentre continuano a fissarci. “Per pulire”.
“Si dice così adesso?” scherza Ted.
Brian gli da un pungo in una spalla. “Taci”.
“Stavamo pulendo, veramente… perché” mi fermo un attimo per cercare il modo migliore per dirlo senza provocare urletti in Emmett che farebbero girare tutti quanti all’istante.
“Perché ci sposeremo lì tra due settimane” finisce Brian.
Aspettiamo una loro reazione ma ci fissano semplicemente. Debbie poggia i bricchi con il caffè sul bancone e si mette una mano sul fianco come fa sempre.
“Chi cazzo deve crederci sta volta?”.
“No facciamo sul serio” le rispondo. “E vorremmo che fossi tu ad organizzare le nozze, Emmett”.
“Io lo farei con piacere ma…” si schiarisce le voce e guarda Michael.
“Ma se lo farete per davvero”.
“Ma che cazzo di problema avete tutti quanti?” chiede Ted.
Si alza in piedi e mi abbraccia e sta per abbracciare anche Brian ma poi opta per una stretta di mano e una pacca sulla spalla.
“Congratulazioni ragazzi”.
“Grazie Theodor” gli dice Brian sorridendo.
“Questa volta però portacelo a quel cazzo di altare, Justin” mi dice Ted.
Annuisco e gli sorrido. “Certo”.
“Bene. Allora vado a lavoro a sistemare quelle cose per cui ora non avrai tempo. Ti serve qualcosa, Brian?”.
“No dillo a Cynthia da parte nostra. Grazie Theodor”.
“Ancora congratulazioni ragazzi”.
Ci saluta ed esce fuori dal Diner.
Brian fissa Michael in silenzio con le sopracciglia alzate.
“Beh ecco… congratulazioni?” dice con un sorriso.
“Grazie Michael” gli dico.
“Ma che cazzo. Dovreste essere più felici”.
“E se poi mandate di nuovo tutto all’aria?” chiede Emmett.
“Non lo faremo. Non ho intenzione di andare da nessuna parte” gli rispondo per tutti e due.
“Sicuri al cento per cento?”.
“Si Emmett”.
“Allora…” si alza e mi abbraccia sorridendo. “Congratulazioni Tesoro” e mi bacia.
Debbie gli da uno schiaffo in testa dei suoi. “Raggio di Sole adesso è un impegnato non puoi baciarlo e soprattutto davanti a suo marito”.
“Non è ancora suo marito”.
“Chiudi quella cazzo di bocca, Emmett” gli dice Debbie, fregando la battuta a Brian. “Congratulazione ragazzi, e che questa sia la volta buona”.
“Grazie Debbie” le dice Brian.
Debbie fa il giro del bancone e viene ad abbracciarci entrambi, poi va a servire i clienti.
“Allora, sempre l’idea delle Gardenie Dorate?” mi chiede Emmett.
“Se non ti spiace” gli rispondo sorridendo.
“Ma certo che no Tesoro. Meglio che mi metto subito all’opera, a proposito, dovrete farmi vedere, come l’avete chiamata? Britin? Così saprò esattamente cosa fare”.
“Certo. Domani mattina?”.
“Ok”.
Mi da un bacio sulla guancia questa volta e esce anche lui dal locale.
“Allora, sono ancora il tuo testimone?” chiede Michael a Brian.
“Se la smetti di fare lo stronzo”.
“Non sarei più il tuo migliore amico”.
Si abbracciano e Brian lo bacia come sempre.
“Fate pure io non vi guardo” scherzo.
Michael ride. “Hai deciso chi sarà il tuo testimone?” mi chiede.
Scuoto la testa. “Pensavo a Ben o a Mel”.
“Ben?” mi chiede Brian.
“Si. Quando ci eravamo lasciati, mi ha lasciato venire a casa sua e quando Michael mi ha dato il materasso di Hunter, non se l’è venuto a prendere. È stato un vero amico per me quindi avevo pensato a lui”.
Mi fissano.
“Sarà entusiasta di farlo”.
Gli sorrido.
“Bene ora è meglio che torni a lavoro e inizi a pensare al vostro regalo di matrimonio. Ci vediamo più tardi”.
Salutiamo Michael e poi ci sediamo sugli sgabelli vicino al bancone.
“Agli altri lasciamo un messaggio in segreteria?” mi chiede Brian.
“Si così non dovremmo rispondere ancora e ancora e ancora alle stesse domande”.
Mi guarda e sorride e mi da un bacio prima di ordinare il suo solito caffè nero senza zucchero e un panino al tacchino senza maionese.

- Brian -

Ci buttiamo sul letto del Loft esausti.
Justin sospira e si volta verso di me.
“Sono felice” dice.
Giro il viso verso di lui e lui è raggiante.
“Si vede”.
Per un attimo si scurisce e sospira ancora.
“Devo tornare a New York per un paio di giorni”.
Mi guarda preoccupato.
“Non mi arrabbierò”.
“Sicuro?”.
“Hai le tue cose da dover sistemare no? Quindi è normale che ci devi tornare. Non ho mai pensato che non saresti mai tornato a New York e avresti lasciato tutte le tue cose lì. E poi devi portarmi i miei quadri”.
Riesco a farlo ridere di nuovo.
“Starò via soltanto un giorno o due”.
“Pensi di vendere il Loft?”.
Fa un cenno con la testa.
“Non vendere il tuo studio”.
“Perché?”.
“Così se ti andrà di andarci per dipingere quando stare qui o a Britin ti farà passare l’ispirazione, avrai dove andare”.
“Ti amo”.
“Lo so. Me lo ripeti da otto anni”.
Si volta a fissare il soffitto.
“Voglio che prima di vendere il Loft, sia questo che il mio, ci facciamo l’amore quindi devi venire con me per dare l’addio a quello a New York e poi torneremo qui e lo faremo anche qui”.
“Non voglio vendere questo Loft”.
Si volta di scatto verso di me e mi fissa incuriosito. Mi alzo sui gomiti e mi avvicino a lui.
“So quanto ci tieni a questo cazzo di posto, me lo hai detto, ricordi? Non lo venderò e poi potremmo annoiarci in mezzo al nulla da soli, così potremmo venire qui di tanto in tanto”.
“A ricordare i vecchi tempi?”.
“Non usare quella parola”.
“Quale? Tempi?”.
Ride e si avvicina a me.
“Sai quale razza di stronzetto”.
Scuote la testa e continua a ridere. Mi bacia e si siede sulle mie gambe.
“Ricordare?”.
Gli do un pizzico nella pancia e lui bacia ancora.
“Allora volevi forse dire vecchi?”.
Mi alzo di scatto e lo spingo sul materasso.
Prendo i suoi polsi tra le mie mani.
“Mi hai detto tu di ripetere”.
“Sei un piccolo stronzo”.
“E’ uno dei tanti motivi per cui mi ami alla follia”.
“Fanculo Taylor”.
“Certo Mr. Kinney”.
Mette le mani sulle mie spalle e mi spinge in dietro. Ride come un bambino mentre mi slaccia i bottoni della camicia e si sfila la felpa.
Si abbassa e mi mordicchia il collo. Gli passo la mano tra i capelli e li stringo.
“Se li tagli un’altra volta ti ammazzo”.
Lo sento ridere contro la pelle del mio collo mentre inizia ad aprirmi i pantaloni.
“Pensavo trovassi sexy il mio taglio militare”.
“Mi piace avere qualcosa da stringere mentre ti cavalco”.
“Fottutto stronzo. Quando sarai mio marito, dovrai parlarmi con più rispetto”.
Lo spingo di nuovo sotto.
“No altrimenti non sarei più me, ricordi? Tu mi adori”.
Mi passa un braccio attorno al collo e mi tira su di lui.
“Vero”.
Gli slaccio i pantaloni e in un secondo siamo nudi.
Ride mentre mi passa le mani tra i capelli e mi bacia il collo e il petto e la pancia.
Mi tira a se facendomi cadere di lato e ne approfitta per mettersi su di me a cavalcioni.
Passa le mani sul mio petto mentre con la testa scende sempre più giù. Inarco la schiena e sento le sue mani spingermi contro il materasso.
“Questa volta facciamo a modo mio” dice alzando gli occhi nei miei.
Gli brilla una luce in fondo a quel blu.
Gli sorrido.
“Soltanto per questa volta” gli dico.
Lui mi sorride di più. “Vedremo”.
Riprende a scendere verso il basso. Mi bacia la pancia, l’ombelico e poi evita attentamente la zona che a me interessa e mi bacia le cosce.
Fottutissimo Raggio di Sole.
Passo ancora le dita tra i suoi capelli e li stringo.
“Justin”.
Mormora qualcosa che non capisco e poi torna su. Apro gli occhi e mi fissa.
“Sei bellissimo. Fanculo a tutto quello che ti passa per la testa”.
Ride e mi bacia. Lo stringo contro di me e gli sento allungare il braccio verso il comodino. Prende un condom e lo apre con i denti fissandomi dritto negli occhi.
“Mettimelo”.
Stupido ragazzino.
“E non protestare” mi dice ridendo.
Si alza un po’ così da avere lo spazio fra i nostri corpi e glielo infilo.
Sospira e il respiro caldo sulla mia pelle mi fa rabbrividire.
Mi piega le gambe e mi lascia un ultimo bacio sulle labbra prima di nascondere la testa nell’incavo del mio collo e scivolare lentamente dentro di me. Sospiriamo nello stesso istante e lo stringo contro di me e lui sorride e mi bacia il collo mentre inizia a muoversi piano.
Mi accarezza i capelli con la mano destra mentre con quella sinistra cerca di tenersi un po’ alzato.
Dannato lui e i suoi modi da perfetta donna. Quando è lui quello sopra non riesce mai ad essere soltanto scopare e mi fa sentire sempre in quel modo strano quando poi abbiamo finito e esce da dentro di me buttandosi sul letto al mio fianco ad occhi chiusi e sorridente. In quei momenti mi manca anche se è a pochi millimetri da me. A volte mi chiedo se ho lo stesso effetto su di lui che lui ha su di me.

***********

Sento bussare alla porta del Loft. Apro gli occhi e vedo che Justin dorme ancora. Fuori si è fatta sera.
Mi alzo e mi infilo i suoi pantaloni grigi e vado ad aprire.
“Dove cazzo è mio figlio?”.
Jennifer entra nel Loft. “Dove?”.
Sono ancora troppo assonnato per rispondere così alzo la mano e indico il letto.
Gli tira via le coperte da dosso e non si ferma nemmeno quando vede che è ancora nudo.
“Mamma?” urla svegliandosi di soprassalto.
“Come cazzo hai potuto farlo?”.
“Cosa?”.
“Ti sposi e mi lasci un messaggio in segreteria?”. Si gira verso di me e mi fissa. “Da te non me lo aspettavo proprio dopo tutto quanto… Brian come…”.
Guardo confuso lei e Justin.
“Mamma non urlare con Brian”.
“Non hai detto niente a tua madre?” gli chiedo.
“Avevamo deciso per i messaggi in segreteria”.
“Si ma non per tua madre. Quando lo hai fatto?”.
“Mentre eri in bagno da Woody’s”.
“Che razza di…”.
“Allora verrai?” le chiede Justin.
Jennifer gli si avvicina e gli da uno schiaffo in petto.
“Razza di scemo”.
Restano per qualche istante a fissarsi poi Jennifer inizia a piangere.
“Oh Tesoro sono così felice per voi due” si gira verso di me. “Brian sarà un piacere averti in famiglia ma questa volta arrivate fino in fondo”.
Alzo gli occhi al cielo e poi le sorrido. “Certo signora Taylor”.
Lei ride e abbraccia ancora Justin.
“Va a metterti qualcosa addosso diamine”.
“Sei piombata in casa senza avvertire, altrimenti mi sarei fatto trovare vestito anche se…” mi guarda e sorride. “Qualcuno mi ha rubato i pantaloni”.

6x09

- Justin -
Quando arriviamo davanti al Diner per prendere Emmett, sono appena le otto della mattina.
“Perché non ci hai fatto andare nemmeno Gus a Britin?” chiedo a Brian mentre parcheggia l’auto.
Alza le spalle. “Non lo so”.
Gli sorrido. “Mi avete aspettato?”.
“Pensavo di far portare gli anelli a Gus. Anche se adesso è cresciuto andrà bene lo stesso vero?”.
“Hai un’abilità innata nel cambiare discorso quando non ti va di parlare”.
Mi guarda e sulla sua faccia esce il suo solito sorrisetto.
Scendiamo dall’auto e davanti al Liberty Diner troviamo anche Ted e Michael oltre ad Emmett.
“Che cazzo ci fate qui tutti quanti?” chiede Brian ai ragazzi.
“Siamo curiosi” dice Michael.
“Di cosa?”.
“Della casa! Ieri ho chiamato Linz per darle la notizia, ma lei già lo sapeva, ha detto che hai richiesto la mano di Justin mentre eravate da loro due e le ho chiesto se lei avesse visto la vostra casa ma nessuno l’ha vista tranne voi due a quanto pare, ma mi ha detto che quando Justin le disse della casa, la descrisse come un castello con tanto di piscina e scuderie. Quindi l’ho detto a Ted in confidenza e Ted ha chiamato Michael… sempre in confidenza”.
A me viene da ridere ma se gli sguardi potessero uccidere, Emmett sarebbe già steso a terra.
Gli metto una mano sul braccio. “Non ti arrabbiare. Tanto prima o poi sarebbero venuti, giusto? Quindi che importa se vengono adesso? Siamo assieme giusto? Allora non importa. Gli faremo fare un tour”.
Ci guardiamo un attimo negli occhi e gli sorrido.
“Siete le ultime persone a cui confiderei un segreto, sapete?” gli chiede.
“Allora possiamo venire?” chiede Ted.
“Se portiamo soltanto Emmett, poi vi direbbe comunque la strada, vero Emmett?” gli chiedo.
“Probabile”.
Mi volto verso Brian. “Potremmo portare comunque soltanto lui e ucciderlo subito dopo”.
“Tesoro ci serve per organizzare le nozze ricordi?” gli chiedo serio.
“Allora possiamo tenerlo prigioniero fino al matrimonio”.
“Va già meglio”.
“Ragazzi, vi sento” dice Emmett.
Ci voltiamo verso Emmett, Ted e Michael.
Michael ride, sa che scherziamo, ma Ted e Emmett sanno che da Brian ci si può anche aspettare tutto.
“Emmett, rilassati, stavamo solo scherzando” gli dico.
Si sforza in un sorriso e da una pacca sulla schiena a Ted.
“Ma certo! Lo sappiamo! Allora dov’è questa casa?”.
“In West Virginia” rispondo senza smettere di sorridere.
“In… in West Virginia?” chiede Michael.
“Era l’unico posto in cui ho trovato un castello” dice Brian.
Mi passa un braccio attorno alle spalle e ci avviamo verso la Corvette.
“Li abbiamo scioccati”.
Mi spinge contro la macchina e mi bacia. “Come sempre”. Ridiamo.
Brian mi apre lo sportello e salgo in macchina e aspettiamo che Emmett, Ted e Michael salgano nella loro auto e poi Brian mette in moto e parte e gli altri ci seguono.

- Brian -

“Stavo pensando ad una cosa”.
“Mmh?”.
“Per i vestiti”.
“Hugo Boss” dice ridendo.
“Possiamo cambiare”.
“Ero uno schianto nel mio smoking quindi scordatelo”.
Ride mentre guarda fuori dal finestrino.
Non ci veniamo dall’ultima volta in cui è stato qui.
“Non è cambiato niente tranne una cosa”.
Si gira di scatto verso di me e mi fissa. “Cosa?”.
“Ho preso una delle sette camere da letto e l’ho trasformata in uno studio per te. Nel caso volessi diventare una casalinga non disperata”.
Scoppia a ridere.
“Che c’è?”.
“Lo hai fatto”.
Lo guardo confuso.
“Fatto cosa?”.
“Hai pensato a noi sposati a vivere qui”.
“No che non l’ho fatto”.
“Oh avanti Brian. Altrimenti perché mi avresti fatto uno studio?”.
“Per non farti annoiare quando saresti tornato per Natale o il Ringraziamento o la Pasqua”.
“No perché altrimenti non avresti aggiunto la frase “Nel caso volessi diventare una casalinga”. Ah avanti dimmelo che lo hai fatto”.
Perché quando sono con lui mi sfugge più di quanto vorrei dire?
“No che non l’ho fatto”.
“Con te è sempre così”. Incrocia le braccia al petto e diventa serio. “Quando dici di no vuole sempre dire si. Come quando ti dico qualcosa e ti da fastidio e io ti dico “Non ti arrabbiare” e tu te ne esci con “Perché cazzo dovrei incazzarmi” e invece sei incazzato eccome. Ormai non mi freghi più”.
“Se lo sai già allora perché me lo chiedi?”.
“Perché quando ti irriti diventi più carino? O forse perché alla fine mi accorgo di avere veramente ragione e mi sento più felice. Capisco che per quanto tu possa essere veramente stronzo alle volte, e quanto cazzo lo sei stato in passato, mi ami lo stesso. Da sempre”.
Sbuffo e per fortuna siamo arrivati così non dobbiamo continuare a discutere ancora su questa stupidissima cosa. Mi rendo conto che ha ragione e che un tempo mi avrebbe dato molto più fastidio capire che mi ero fatto conoscere così tanto da qualcuno.

Michael, Ted ed Emmett arrivano qualche istante dopo di noi, mentre sto aprendo la porta.
“Porca puttana” dice Emmett.
“E’ un cazzo di castello” urla Michael.
“L’aveva detto Linz ma… è veramente enorme”.
Justin ride mentre mi prende la mano.
“E dovreste vedere le scuderie e la piscina e i campi da Tennis. È full optional”.
“Come Brian” scherza Emmett.
“Avrei accettato anche io di sposarlo dopo aver visto una cosa come questa” dice Ted e prima che io possa colpirlo, ci pensa Michael.
“Chiudi quella cazzo di bocca Theodor”.
Justin e Emmett scoppiano a ridere.
Apro la porta. “Se le signore vogliono accomodarsi”.
Tiro dentro Justin per la felpa e lui mi da un bacio mentre gli altri si guardano attorno.
Sono talmente presi che potremmo sparire e non se ne accorgerebbero.
“Posso andare a sbirciare il mio studio?”.
Lo guardo e gli sorrido. “Dopo il si”.
“Così non posso più tirarmi indietro”.
“L’ho fatto apposta”.
Ci diamo un altro bacio e quando ci stacchiamo, Justin mi resta attaccato con un braccio attorno alla vita.
“Emmett, allora, pensi che possa venire fuori qualcosa di elegante e carino per il nostro matrimonio?” gli chiede Justin.
“Cazzo che si”.
“Allora è perfetto”. Si stacca da me e mentre si allontana con Ted ed Emmett gli sento dire “Pensavamo di farlo in giardino. La primavera è quasi arrivata, per cui possiamo fare almeno una parte della funzione nel giardino. Da questa parte, vi faccio vedere”.
Mi piace fottutamente da matti vederlo girare per casa e sapere che ci resterà per sempre.
Michael mi si avvicina e mi sventola una mano davanti agli occhi.
“Ancora lo fissi quando si allontana?”.
“Fanculo Mickey”.
Ride e scuote la testa. “Come cazzo fa a sopportarti?”.
“Mi ama”.
“Come tu ami lui”.
“Siamo diventati così…”.
“Patetici? Fanculo. Facciamo quello che vogliamo come sempre. Ho sposato Ben perché volevo una famiglia e adesso è il tuo turno di costruirtene una, lascia il passato alle spalle e fregatene di come avresti considerato una scena del genere qualche anno fa, perché, il Brian Kinney di qualche tempo fa, non avrebbe mai e poi mai fissato qualcuno uscire da una stanza con l’espressione che hai tu adesso”.
Mi volto verso di lui. “Sembri quasi triste della cosa”.
Alza le spalle e sospira. “Un tempo credevo di poter essere io. Intendo il ragazzo giusto per te, quello che ti avrebbe fatto finalmente crescere e diventare adulto, quello che ti avrebbe cambiato per sempre la vita, ora capisco che quello non era il mio ruolo, non lo è mai stato. Credo di averlo sempre saputo da quando Justin è arrivato ed era il motivo per cui lo odiavo. Non mi sarei mai aspettato di essere veramente felice per voi due o di vedervi convolare a nozze felici e contenti. Ogni tanto è bello sbagliarsi. La differenza è questa tra noi. Se io fossi andato via con David e non fossi più tornato, ti sarei mancato ma tutto qui, se Justin invece andasse via per sempre, ti lascerebbe un vuoto vero dentro, la consapevolezza di poter essere per fino tu, Brian Kinney, una persona a cui importa della gente. In qualsiasi momento fosse finita tra voi, lui ti avrebbe lasciato cambiato, una persona migliore. Sono felice che tu possa essere una persona grandiosa senza doverlo perdere”.
Quando finisce di parlare si volta verso di me e sorride. Lo abbraccio.
“Questo era veramente patetico, vero?”.
Rido. “Soltanto un po’”.
“Mi fai vedere la casa?”.
Annuisco e ci dirigiamo verso il salone.
Resta un po’ a guardare il caminetto spento.
“E’ molto romantico come posto”.
“Se dovessimo dare un nome a tutte le stanze di questa casa, come si fa nei veri palazzi, allora questo lo chiamerei “Il Salone Del Si”. Un po’ da lesbica forse come nome”.
“E’ dove…”.
Faccio un cenno con il capo e Michael sorride e si guarda attorno. “Scommetto che dopo avete anche fatto l’amore”.
“Si. Per la prima volta in questa casa”.
“Allora perché non la fate qui la funzione? Sarebbe ridicolmente romantico ma sono più che certo che Justin adorerebbe la cosa”.
Ride come se le nozze da organizzare fossero le sue.
“Sarebbe bello credo”.
“Giusto devi chiedere prima al tuo consorte”.
Esce dalla stanza e imbocca le scale che portano di sopra.

- Justin -

“Hai visto le loro facce?” chiedo a Brian mentre ci cambiamo per andare al Babylon.
Lui è in bagno, io cerco qualcosa nella mia valigia.
“Fa effetto più del Loft inizio a credere”.
“Decisamente”.
Sento l’acqua della doccia chiudersi e qualche momento dopo gira per la camera con l’asciugamano rosso di sempre stretto attorno ai fianchi.
“Come sono i locali a New York?”.
“Carini. Sono stato in un paio di posti nell’East Village con Dan. I ragazzi sono più carini di qui. Se ti avessi conosciuto lì, non saremmo mai arrivati dove siamo adesso. Non mi avresti nemmeno notato”.
Lo sento ridere mentre cerca dei vestiti nell’armadio.
“Magari mi sarei evitato parecchi problemi” dice alzando le spalle. “Ma anche il privilegio di tirare su un gay con i contro cazzi”.
“Lo prendo come un complimento?”.
Si gira e mi rivolge il suo mezzo sorriso da furbo.

Quando siamo finalmente pronti e stiamo per uscire, Cynthia chiama Brian.
È incazzata con noi perché non le abbiamo detto di persona che ci sposavamo e ci obbliga ad andare a casa sua per Domenica per farci perdonare ma Brian baratta il pranzo con una giornata in una Spa e lei ovviamente accetta con la scusa di doversi rendere presentabile per il ricevimento.
Dopo qualche minuto siamo in macchina diretti al Babylon.
“Brian?”.
“Dimmi”.
“Ti spiace se vai avanti tu e io ti raggiungo?”.
“Che devi fare?”.
“Voglio passare un attimo da mia madre poi ti raggiungo al locale”.
“A piedi?”.
“Le chiedo la macchina”.
“Che devi dirle?”.
“Se posso restare a dormire da lei e Tuker la prossima settimana”.
“Perché dovresti?”.
Lo guardo scettico. “Perché dovrei?”.
Sbuffa mentre riparte da un semaforo.
“Non dirmi che è per quella cazzata del non vedersi il giorno prima delle nozze”.
“Ci terrei molto”.
“E’ una stronzata”.
“Allora mi porti da mia madre?”.
Quando ha finito di lamentarsi, siamo già davanti casa di mia madre. Gli sorrido mentre mi dice per la millessima volta che trova sia soltanto una stronzata tutta quella storia e gli do un bacio veloce sulle labbra.

- Brian -

“Dove hai lasciato la futura consorte?” mi chiede Ted mentre stiamo al bancone a bere con Emmett.
“E’ da sua madre”.
“Avete litigato?”.
“No sarebbe da Michael in quel caso” si intromette Emmett.
“Deve soltanto chiederle una cosa”.
Restiamo in silenzio qualche minuto mentre beviamo i nostri drink, poi Ted indica la pista da ballo.
“Guardate chi è tornato da queste parti”.
Mi volto e vedo Brandon ballare al centro della pista attorniato da ragazzini poco più grandi di Justin.
“Pensavo fosse tornato nella fogna da cui è strisciato fuori” dice Emmett.
“Ci hai provato e non c’è stato?” gli chiede Ted.
“No. È per quella scommessa che ha fatto tre anni fa. L’ho trovata di cattivo gusto ed umiliante. Senza offesa ovviamente, Brian”.
“Ma ti pare”.
“Comunque a quanto pare, è tornato”.
Emmett prende la sua birra dal bancone e sparisce nella direzione opposta.
“Vuoi che lo faccio cacciare?”.
“No Theodor grazie”.
“Justin sa di quella scommessa?”.
“Credo di si. Lo sapevano tutti”.
“Non c’è che dire”.
Mi volto a fissarlo negli occhi.
“Di cosa cazzo stai parlando?”.
“Ti ha perdonato ogni stronzata che hai fatto”.
“Non stavamo assieme quando…”.
“Lo so. Ma io mi ci sarei sentito di merda lo stesso. In fondo vi eravate appena mollati quando ti sei lanciato in quella stronzata”.
“Lascia il passato nel passato”.
“Certo”.
Quando guardo di nuovo verso la pista da ballo, Brandon viene verso di noi.
“Kinney”.
“Sei tornato”.
“Già. Atalanta era noiosa”.
Mentre continua a parlare smetto di ascoltarlo. Guardo di nuovo verso l’entrata e vedo Justin che saluta il barista e il tizio della Security che lo faceva entrare sempre quando arrivava e che lo scortava in giro per il locale.
“E’ nuovo quello?”.
Questa frase attira la mia attenzione. Mi volto verso Brandon e guardo che sta fissando Justin o nella sua direzione almeno.
“Chi?”.
“Il biondino appena entrato”.
“Quello è Justin” dice Ted.
“Da quanto frequenta questo posto?”. Troppe domande.
“Otto anni”. Se Ted non chiude quella cazzo di bocca.
“Otto anni? Perché non era nella nostra lista? Quando sono venuto qui la prima volta non l’ho visto”.
“La lista della vostra scommessa?” chiede Ted. “Come avete fatto a fare una lista dei venti ragazzi più sexy senza includere Justin?”.
Guardo Theodor dritto negli occhi. “Sarà meglio che vado a vedere dove è finito Emmett”.
Brandon continua a fissarlo.
Justin sta camminando attraverso la pista. I ragazzi lo invitano a ballare ovviamente, ma lui dice di no a tutti con un sorriso.
Brandon si passa la lingua sulle labbra. Potrei prenderlo a pugni e staccargli le palle soltanto per averlo guardato in quel modo ma uno coglione si mette tra noi per chiedere una birra e quando mi volto Brandon è arrivato da Justin.
Gli sorride e gli mette una mano sul braccio.
Justin guarda la mano e poi lui negli occhi. Smette di sorridere ed è troppo lontano per capire cosa gli sta dicendo e mentre mi avvicino a loro, vedo che stacca la mano di Brandon dal suo avambraccio fissandolo negli occhi e poi gli dice qualcosa nell’orecchio.
Un attimo dopo incrocia il mio sguardo e mi viene in contro.
Mi butta le braccia al collo e mi bacia.
“Che gli hai detto?”.
“Che era uno coglione a provarci con una frase come “Sono il meglio in questo posto, sono certo che tu lo sai e tu sei troppo carino per chiunque altro qui dentro” e poi gli ho detto che il meglio mi aspettava al bar”.
Mi bacia di nuovo e vedo Brandon che ci fissa.
“Poi mi ha detto qualcosa sul fatto che non mi aveva mai visto prima anche se aveva fatto una scomessa a chi si faceva i dieci ragazzi più sexy scelti da te e che se avesse saputo della mia esistenza, sarei stato il numero uno nella sua lista”.
“Ti ha detto…”.
“Niente che non sapessi già. Non so se essere lusingato dal fatto che non mi hai messo in mezzo perché mi amavi e non volevi sapere che mi ero scopato uno stronzo del genere, o sentirmi offeso perché non mi trovi figo abbastanza per competere con gli altri 19 che avevate scelto”.
Lo guardo negli occhi e sorride splendidamente.
“La prima” gli dico.
Il sorriso sul suo viso si allarga e mi bacia ancora.
“E’ bello vedere finalmente Brian baciare qualcuno”.
Ci voltiamo e Emmett e Ted sono alle nostre spalle con le loro birre in mano.
“Da quando eri partito, non ha baciato più nessuno”.
“Perché mi ama troppo” gli risponde Justin e poi mi trascina a ballare al centro della pista.

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- Justin -

“Allora siete d’accordo?”.
È tutta la mattina che giriamo per Britin dietro ad Emmett e continua a chiederci ad ogni minima cosa se siamo d’accordo, sappiamo che è perché ci vuole bene ed è uno dei nostri migliori amici, ma sta facendo irritare Brian.
“Si Emmett per la millesima volta va tutto benissimo e siamo d’accordo. Cambia ancora qualcosa e ti butto nella piscina”.
“So nuotare”.
“La piscina è vuota”.
Emmett resta a fissarlo cercando di capire se sta scherzando.
“Emmett va tutto benissimo, grazie” gli dico sorridendo.
“Fortuna che almeno uno dei due conosce le buone maniere” mi dice, prendendomi sotto braccio.
Usciamo di nuovo in giardino anche se abbiamo deciso di fare la funzione nel Salone interno della casa, Emmett vuole fare il pranzo qui all’aperto.
“Resta soltanto una cosa da decidere prima del grande giorno” ci dice.
“Che altro c’è?” chiede Brian irritato.
“Chi dei due è la sposa e chi lo sposo?”.
“Sei serio?” gli chiede.
“Come la cellulite. Allora?”.
“Che cazzo di domanda è questa, Emmett?”.
Ci fermiamo vicino ad una delle panchine del parco.
Emmett si siede poggiandosi la sua agenda sulle gambe e ci fissa serio.
“E’ una domanda, quindi trovate una cazzo di risposta”.
“Facciamo come JT e Furore” dico.
Mi guardano tutti e due.
“Sulla copertina dell’ultimo numero, quella in cui si sposano. Prima di dire che Furore era senza palle perché si sposava, l’hai vista, alla festa di Michael e Ben”.
Emmett si schiarisce la voce con un colpo di tosse. Brian resta serio.
“Facciamo che Brian aspetta all’altare, poi entra Jenny con i petali di rose, di che colore hai detto Em?”.
“Rosa pallido”.
“Giusto. Poi entra Gus con gli anelli e poi io”.
Sorrido ad entrambi. “Va bene così?”.
“Perfetto” mi risponde Emmett scrivendo tutto sull’agenda.
“Brian?”.
“Vuoi fare la cazzo di sposa?”.
“Vuoi farla tu?”.
“Cazzo no”.
“Allora faccio io la parte della damigella. Tu resterai all’altare tutto impettito con Michael a fare l’uomo di casa, va bene? E poi non mi metterò uno smoking bianco come JT nel fumetto, era solo per farvi capire. Siccome JT sono io, e nel fumetto mio e di Mickey era lui la sposa, mi pare giusto che al nostro matrimonio, sia io quello che percorre la navata. Così potrò piangere senza dover pensare al fatto che lo sposo deve mantenere un certo contegno. Ok?”.
“Non credo ammetta molte repliche” scherza Emmett.
“Niente smoking bianco?”.
“Niente abito Vera Wang's*. Faceva parte dell’accordo”.
“Non proprio”.
“Ok lo hai detto prima dell’accordo ma il punto resta lo stesso”.
Ci guardiamo e sorridiamo.
“Ragazzi di che parlate?”.
“Niente che ti riguardi Emmett” gli dice Brian. “Ma tu ricordi tutto quello che dico?”.
“Anche se dici molte stronzate, faccio uno sforzo”.
Mi tira a se e mi bacia.
“Allora è tutto sistemato immagino” dice Emmett. “Grazie a dio abbiamo finito”.
“Per le ultime cose dovrai vedertela tu, Em. Noi tra poco abbiamo l’aereo per New York e torneremo il giorno prima delle nozze di pomeriggio, quindi tocca a te. Puoi farcela?”.
“Si devo soltanto rivedere la disposizione dei tavoli e siamo a posto”.
“Oh per quello non ce n’è bisogno”.
Metto la mano nella tasca della giacca di pelle e gli passo un foglio tutto stropicciato.
“Ma è…”.
“Si è quello dell’altra volta. Mel e Linz verranno quindi non devi cambiare niente”.
“Te lo sei conservato?” mi chiede Brian.
“Si”.
“Non lo hai buttato”.
Alzo le spalle e gli sorrido. “Tu non hai restituito le fedi”.

- Brian -

Il taxi è quasi arrivato all’aeroporto.
Fa un effetto strano andarci insieme sapendo di partire assieme, perché ogni volta in cui la sua vacanza da noi finiva, non lo accompagnavo mai. Restavo a casa e lui se ne andava da solo, o con Michael. È stato così dalla prima volta.

**************

“Allora, finalmente vedrò la tua casa?”.
Gli passo un braccio attorno alle spalle mentre usciamo dal JFK diretti ad uno dei Taxy parcheggiati davanti all’aeroporto.
“Prima casa o prima lo studio?”.
“Casa”.
Mi sorride radioso.
“Speravo lo dicessi”.
“Dove vi porto ragazzi?”.
“Al 469 West Street”.
“La vecchia fabbrica?” gli chiede l’autista.
“Si”.
“Dove cazzo sei andato a vivere?” gli chiedo.
“E’ una vecchia fabbrica, la Superior Ink Factory. Quando mi ero appena trasferito era chiusa e inagibile, un vecchio palazzo in disuso, ma l’anno scorso lo hanno ristrutturato e ci hanno fatto degli appartamenti. L’ultimo piano lo hanno invece reso un Loft”.
“Lei ha comprato quel posto?”.
“Solo il Loft”.
Il tassista scuote la testa e mormora qualcosa sotto voce.
“Quanto lo ha pagato?” gli chiede.
“Un bel po’”.
Sorride e si rilassa sul sedile poggiando la testa sulla mia spalla e guardando fuori dal finestrino.
“Justin?”.
Si volta verso di me sorridendo. “Dimmi”.
“Quanto ti piace stare qui?”.
Si rivolta verso la strada.
“Justin? Rispondi”.
“Soltanto un po’”.
“Se non avessi avuto intenzione di restare qui per sempre, non avresti comprato una casa del genere”.
“Non l’hai nemmeno vista”.
“Da quanto ho capito”.
“E’ solo una casa”.
“Potevi prendere un piccolo appartamento”.
“Ti ho già detto perché ho preso un Loft”.
“Parte della cosa me l’hai spiegata, si. Che altro c’è?”.
Alza le spalle e scuote la testa.
“Niente”.
“Justin?”.
“Pensavo che non mi avresti mai chiesto di restare”.
Resta a guardare le luci delle strade sfrecciarci attorno senza parlare e lo sento distante mille miglia.
Vorrei dirgli qualcosa ma l’autista continua a guardarci dallo specchietto retrovisore così decido di aspettare di essere arrivati da Justin.

**************

Visto da fuori, il palazzo assomiglia molto a quello che abbiamo a Pittsburgh.
Justin paga il taxy e poi mi prende per mano e andiamo verso il portone del palazzo ex-fabbrica.
“Ascensore o scale?” mi chiede.
“Quanti piani sono?”.
“Quattro”.
“Ascensore”.
Scuote la testa e sorride.
Quando arriviamo finalmente davanti alla porta dell’appartamento, vedo che è nervoso.
“Non l’ho arredato io. Era tutto compreso nel prezzo. Non so nemmeno chi l’abbia arredato, per cui non pensare che sia fatto apposta”.
Non capisco cosa intende fino a quando non apre la porta e mi fa entrare.
E’ molto simile, quasi uguale, a quello che ho io a Pittsburgh. Le finestre sono grandi e luminose come le mie e hanno anche la stessa forma, anche se la vista è decisamente diversa e migliore.
Si vede il porto di Staten Island e il ponte di Brooklyn dal salotto.
E’ più grande del nostro e al posto delle travi di ferro ci sono delle colonne.
“Ti piace?”.
Lo guardo mentre poggia la sua giacca di pelle bianca sul divano grigio fumo che sta al centro del salotto.
Si volta a guardarmi e sorride.
“E’ simile al nostro vero?”.
“E’ più grande”.
“Dispersivo” risponde.
Mi prende per mano tirandomi verso una porta in fondo ad un corridoio sul lato della cucina.
“Non è esattamente un vero e proprio Loft. Questo qui ha le pareti tra le stanze. Vieni, ti faccio vedere la nostra camera”.
“Dove dorme Dan?”.
“Sul divano in salotto. Cioè quella specie di letto che è rivolto verso le finestre. Dice che guardare le luci in lontananza gli concilia il sonno e funziona per rimorchiare le ragazze”.
Apre la porta in fondo al corridoio e mi fa entrare per primo.
C’è una sola finestra, grande quanto un’intera parete, che da sul porto ma da cui si vede Manhattan in lontananza.
“E’ la mia stanza preferita” mi dice.
“Perché?”.
“Perché è quella più diversa dalla nostra a casa. Certo c’è quel coso in cima al letto, ma non è la stessa cosa e soprattutto non ci sei tu”.
Mi volto a guardarlo. È rimasto fermo vicino alla porta e mi fissa sorridente.
“Sono contento di venderlo”.
“Justin…”.
“Che c’è?”.
Mi avvicino a lui e gli metto una mano sulla guancia. Lui smette di sorridere e resta a fissarmi serio.
“Scusa”.
Stringe gli occhi per un secondo e gli si corruga la fronte.
“Per cosa?”.
“Per tutto”.
“Da quando Brian Kinney chiede scusa?”.
“Più o meno da quando dice ti amo, fa proposte di matrimonio e chiede a qualcuno di restare”.
Abbassa lo sguardo e la frangia gli copre il viso.
“Perché non mi hai chiesto di restare?”.
“Lo sai. Non volevo che tu dovessi rinunciare alla tua giovinezza o al tuo successo, per stare con me”.
“Quando ho comprato questo posto, pensavo di non tornare più a Pittsburgh. Sai quando è stato?”.
“Quando?”.
“Una delle ultime volte in cui ci siamo visti. Erano passati due anni e mezzo da quando ero partito e mi mancavi e mi aspettavo che una volta o l’altra mi avresti chiesto di restare da te perché ti mancavo troppo e volevi tenermi vicino. Poi non lo hai fatto e ho pensato che magari dopo tutto, non eravamo in grado di farla funzionare questa cosa. Così smisi di stare nell’appartamento dell’amica di Daphne e iniziai a cercare casa perché pensavo di non aver più motivi per impormi di non crearmi legami in questa città, pensavo che un giorno o l’altro mi avresti chiamato per dirmi “cosa cazzo stiamo facendo? Tu hai la tua vita vivila e lasciati tutto alle spalle” perché è così che tu avresti fatto al mio posto e ho comprato questo posto perché mi ricordava te ma era mio ed era come avere la possibilità di poter vivere con una parte di te anche se sarebbe finita tra noi. Era per ricordarmi che non importa cosa faccio o dove sono, tu ci sei sempre. Quando sono venuto da te la prima volta, dopo che era nato Gus, mi hai detto che volevi che io ti ricordassi per sempre così che con chiunque io fossi stato, ci saresti stato sempre anche tu ed è sempre stato così e avevo la fottutissima paura che invece tu non lo avresti fatto una volta che fossimo stati così lontani che non avessi più avuto il modo di starti addosso sempre di trovarti quando lo volevo”.
“Ti avevo chiesto di sposarci prima che tu partissi”.
“Lo so ma poi non lo abbiamo più fatto e hai fatto quel cazzo di discorso sul tempo e mentre ero qui, da solo, ho avuto la fottutissima paura che…” sospira e si morde il labbro inferiore. “Che finisse tutto quanto”.
“E ti sei comprato un Loft?”.
“E’ stata una stronzata”.
“Ma hai pensato di rimanere qui a New York per un po’”.
“Si”.
“E ora hai cambiato idea?”.
“Ora mi hai chiesto di restare e non lo avevi mai fatto prima quindi fanculo a New York e a tutto il resto. Voglio stare con te questo non è cambiato”.
Lo fisso per qualche istante, poi gli passo un braccio attorno alle spalle e lo abbraccio.
Dopo qualche secondo sento le sue braccia stringersi attorno alla mia schiena.
Forse per la prima volta, mi rendo conto di quanto il mio modo del cazzo di agire gli abbia fatto male in passato. Puoi passare tanto tempo a dirti che sai di essere amato e che non ti importa non sentirtelo dire, ma prima o poi arriva sempre il momento in cui certe cose uno se le vuole sentir dire per capire che non ha sprecato il suo tempo, che non sta andando tutto a puttane e che forse, dopo tutto, le cose stanno iniziando a funzionare veramente.
Ma non riesco ad essere arrabbiato per averlo lasciato andare perché non mi sarei mai perdonato di avergli fatto rinunciare a tutto quanto soltanto in nome dell’amore che provava per me, spero che lo capisca questo come io, forse, avrei dovuto capire che lui non è me, lui non è come me.
“Mi dispiace se hai pensato queste cose, e so che è soltanto colpa mia ma non ti chiederò scusa per averti spinto fuori dalla porta, per averti fatto iniziare a vivere il tuo futuro al meglio perché, fanculo all’amore ma non avrei mai permesso che qualcuno sacrificasse il proprio futuro per colpa mia. Non avrei mai voluto dover pensare che tu o chiunque altro a cui tengo, avesse messo da parte se stesso per me, perché…”.
“E’ qualcosa che tu non faresti mai. Lo so ma io non sono come te”.
“Justin tu guardi all’amore in un modo da sognatore ma nella vita non puoi accontentarti di quello. Non puoi basare il tuo futuro su qualcuno che non sei tu e non puoi sacrificare te stesso e quelli che sono i tuoi sogni, gli scopi della tua vita per qualcuno, chiunque esso sia, anche se si tratta di me”.
“Lo so come la pensi su queste cose. Hai lasciato andare via Michael con David per lo stesso motivo, non vuoi che le persone che ami abbiano rimpianti a causa tua, è un po’ egoista forse ma è il tuo modo di dimostrare che ci tieni. La gente normale lo fa trattenendo le persone ma tu le spingi via, le spingi lontano e non ti importa starci di merda se sarà servito. Lo so come sei fatto e una volta non lo sapevo capire. Ethan e la storia del lasciarti perché non volevo ammettere che non saresti mai stato come Ben o Michael, sono state delle stronzate da parte mia. Ho cercato di cambiarti e forse l’ho fatto alla fine ma avrei dovuto capire prima che nel tuo modo assurdo, sai amare più di tante altre persone che comprano fiori e cioccolatini. Ma credo che faccia parte del crescere fare errori ma grazie”.
Fa un passo indietro e alza gli occhi lucidi e mi fissa. “Di avermi sempre lasciato tornare”.
Sorride e mi poggia una mano sulla guancia. “Prometto di non dire a nessuno il modo in cui sei con me”.
Mi fa ridere e mi abbasso a baciarlo.
“Tieniti questo posto” gli dico contro le labbra.
“Perché dovrei?”.
“Se vorrai mai tornare a vivere qui”.
“Non ti lascerò più, scordatelo, lo sai che non ti libererai di me fin quando non lo deciderò io”.
“Fammi finire di parlare”. Gli do un pizzico nella pancia e lui ride.
“Se vorrai mai tornare a vivere qui con me”.
“Te l’ho detto che…”.
“Un giorno o l’altro, dovrò fare una filiale della Kinnetik qui, che tu voglia o no, sono affari e New York è la piazza migliore se sei il migliore e quando accadrà, farà comodo avere già un posto dove vivere”.
“Fortuna che sei il migliore allora”.
“Fortuna che tu sei decente con il pennello o non potremmo permettercelo”.
“Sono un genio con il pennello”.
Sorride e mi bacia. “Però possiamo dire lo stesso un piccolo arrivederci a questo posto, non credi?” sussurra contro le mie labbra prima di ricominciare a baciarmi.

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- Justin -

“Considerando la casa che ti sei scelto, mi aspettavo che il tuo studio fosse molto più grande”.
“Non ho bisogno di molto posto per la mia arte”.
Brian è appoggiato alla porta e si guarda attorno curioso.
“Dove sono?”.
Gli sorrido. “I tuoi quadri?”.
“Si”.
Sospiro e gli volto le spalle dirigendomi verso la parete dove sono appoggiate le tele che lo ritraggono e sfilo i lenzuoli bianchi che le ricoprono.
“Sono ventinove”.
Fa qualche passo in avanti e si ferma al mio fianco.
“Non avevi niente di meglio da fare?”.
Mi volto verso di lui e vedo che sta sorridendo. “Queste le ho fatte nel tempo libero. Tra una mostra e l’altra o quando non avevo tanta ispirazione per dipingere un soggetto nuovo fuori dal nulla”.
“Hai avuto parecchio tempo libero allora”.
“Un po’. Sono state di più le volte in cui ero senza ispirazione. Dan è sorpreso ogni volta che faccio una mostra e riesco a non esporre nessuno di questi quadri ma ogni volta in cui ne finisco uno tuo, poi ne faccio altri tre nuovi per le mostre. Mi fai tornare l’ispirazione si può dire”.
Mi passa un braccio attorno alle spalle e mi da un bacio sulla guancia.
“Mi piacciano”.
“Bene”.
“Fortuna che abbiamo una casa grande quanto un cazzo di museo”.
“Non vorrai appenderle tutte in giro per casa”.
“Certo! Non lascerò che la polvere si depositi sulla mia faccia”.
“A casa prenderanno molta più polvere”.
“Pagheremo qualcuno che li spolveri ogni giorno”.
“Sono solo quadri. Non serve che tu li metta in giro per casa senza contare il fatto che finiresti con il trasformare casa nostra in un museo su “Brian Kinney”. Sarebbe esagerato per fino per te”.
“Sarebbe un luogo di ritrovo per tutti i miei ammiratori”.
“Che non ti venga in mente di fare lo sconto amante-di-una-notte o entreranno tutti gratis”.
“Fanculo”.
“Magari più tardi”.
Restiamo qualche minuto a guardare i quadri. Li osserva tutti quanti attentamente.
“Mi fai sembrare più giovane”.
“La tela cattura soltanto le parti migliori delle persone. Non hai mai letto Dorian Gray?”.
“Dopo tanti anni, sei ancora un insopportabile sotuttoio”.
“Che ci posso fare se sono un fottuto genio?”.
Mi volto verso di lui e lo trovo sorridente. Si abbassa a baciarmi e poi si accende una sigaretta.
“Dovremmo far venire una ditta di traslochi o cazzate del genere”.
“Prendi soltanto quelli che ti piacciono di più”.
“Fanculo ce li portiamo a casa”.
Si volta diretto alla porta ma vede il quadro a cui stavo lavorando fino a qualche giorno prima di partire per Pittsburgh.
Mi ero scordato di averlo lasciato sul tavolo.
Resta a fissarlo per qualche istante e poi si rende conto di cosa ritrae.
“Siamo… noi?”.
“Lascia stare è soltanto una cosa a cui stavo lavorando”.
Si mette la sigaretta in bocca per liberarsi le mani e sposta i pennelli che sono sparsi un po’ in giro su mezza tela.
“Fa parte del tuo periodo blu?”.

- Brian -

Non mi aspettavo facesse una cosa del genere. Sono abituato a vederlo dipingermi o farmi un ritratto ma questa è diverso. Siamo io e lui, al letto, nel Loft, con le luci blu che ci illuminano. Stiamo facendo l’amore, o almeno sembra così ma guardando meglio, mi accorgo che siamo semplicemente abbracciati, abbandonati tra le braccia l’uno dell’altro. Come quando è partito e sono rimasto abbracciato a lui fin quando non mi sono svegliato e non l’ho più trovato.

Mi si avvicina e mi poggia una mano sul braccio.
“Ci stavo lavorando quando sono partito per venire a casa”.
“Pensi di finirlo?”.
“Forse un giorno”.
Mi volto e lo guardo negli occhi. “E’ la cosa più bella che tu abbia mai disegnato o dipinto”.
Abbassa lo sguardo e giurerei che arrossisce.
“Questo volevo metterlo in camera al Loft”.
“Sempre quando pensavi che ti avrei mollato?”.
Fa un cenno con la testa.
“L’idea di perdermi per sempre, ti ha ispirato molto”.
“Già”.
Alza lo sguardo e sorride ma ha gli occhi lucidi.
“Quando sono partito la prima volta, ricordo di essermi svegliato e tu mi stavi addosso, esattamente come quando ci eravamo addormentati. Ho passato non so quanto tempo a guardarti dormire e accarezzandoti i capelli. Non ti sei mosso per tutto il tempo e avevo paura di svegliarti andandomene poi è arrivata l’ora di andare all’aeroporto e quando mi sono mosso per scendere dal letto, tu mi hai stretto di più. In quel momento ho capito quanto ci tenevi a me e quando ho iniziato questo quadro, mi è tornata in mente quella notte e ho cercato di dipingerla anche se non è lontanamente bello quanto la scena originale”.
Resto a fissarlo per qualche istante e lui non smette di sorridere.
“Portiamo a casa anche questo” gli dico. Lui scuote la testa e ride.
“Ci servirà una stanza soltanto per i miei quadri”.
“Così potrai dire di avere anche tu una galleria personale”.
Ride ancora. Stupido Raggio di Sole.
“Ora dobbiamo andare, faremo tardi alla mostra”.
“Non hai problemi a farti vedere in giro con me?”.
“Che genere di problemi?”.
“Potresti rovinarti la piazza”.
“Che razza di stronzo”.
Ricopre i quadri con le lenzuola che aveva fatto scivolare a terra e si avvia verso la porta.
“Vieni?”.
Lascio il quadro sul tavolo, dandogli un’ultima occhiata prima di seguirlo. Mentre chiude a chiave la porta del suo studio, lo abbraccio da dietro. Sorride e butta un po’ indietro la testa finché non è appoggiata contro la mia spalla.
“Non vedo l’ora di essere a casa” mi dice sorridendo.

- Justin -

La mostra è andata bene.
Ho venduto altri tre quadri e Brian sembra si sia divertito. Soprattutto facendo battutine su come i ragazzi secondo lui ci provavano.
Tute scuse per sentirsi dire un’altra volta che non mi importa degli altri, che non mi importa di nessuno al di fuori di lui.
Quando qualche giornalista mi chiedeva se fossi finalmente andato alla mostra con qualcuno, indicavo sempre verso la sua parte e lui mi sorrideva e la domanda che seguiva sempre era “Non è un po’ troppo grande per la sua età?” e io rispondevo sorridendo. Faremo sempre questo effetto alla gente che non ci conosce.
Adesso stiamo andando a casa per preparare le valigie e dormire. Domani abbiamo l’aereo per tornare a casa e tra meno di quarantotto ore saremo una coppia sposata per il Canada e il Massachusetts.
Mi appoggio alla spalla di Brian mentre il taxi sfreccia lungo la 5th diretto al Loft. Ha gli occhi chiusi e sembra addormentato ma quando prendo la sua mano nella mia, piega le labbra in un sorriso.

******************

“Vuoi che andiamo direttamente a casa di tua madre?” mi chiede Brian.
“Dobbiamo prima passare a vedere Emmett in cosa ha trasformato le nostre nozze”.
“Stai dormendo in piedi”.
“Starò bene”.
Diamo l’indirizzo del Loft al tassista e dopo mezz’ora siamo nella corvet di Brian diretti verso Britin.
Emmett è in giardino indaffarato ad urlare ordini ai ragazzi del catering.
Quando si gira sbuffando e ci vede, ci corre in contro.
“Ragazzi siete tornati. Come è andata nella City?”.
“Tutto bene, Em grazie”.
Mi da un bacio sulla guancia e fa un cenno a Brian.
“Siete pronti per domani?”.
Non ci fa nemmeno rispondere perché si gira verso un ragazzo che porta avanti e indietro delle tovaglie e gli urla contro.
“Emmett ti verrà un attacco di cuore se non ci dai un taglio” gli dice Brian.
Emmett sospira e si volta di nuovo verso di noi.
“E’ estenuante. Il vostro matrimonio è tipo l’evento gay di Pittsburgh. Siete come Carlo e Diana. Avete idea dell’impatto che avrà tutto questo su di noi?”.
“Non credi di esagerare un po’?” gli chiedo.
“Justin, topino, Raggio di Sole, ti rendi conto chi porti all’altare?”.
“Brian?”.
“Appunto! Sei riuscito dove molti, tutti, hanno fallito. Bisogna che tutto sia perfetto”.
“Emmett noi volevamo qualcosa di non troppo appariscente, lo sai”.
Incrocia le bracci al petto e ci fissa con un sopracciglio alzato.
“Jenny che sparge petali di rose? Smoking Hugo Boss, ricevimento in una mega villa in un altro stato, Gardenie Dorate, Paggetto… devo andare avanti?”.
Brian scoppia a ridere. “L’avevo detto che i petali di rose sparsi al tuo arrivo erano un po’ eccessivi”.
“Vogliamo parlare della statua di ghiaccio?” gli chiedo.
“E allora? Quella c’è in tutti i matrimoni che si rispettino”.
“Come la bambina con i petali di rose”.
“RAGAZZI!” urla Emmett. “Mi farete venire un esaurimento nervoso se non la piantate di discutere. Andatevene a casa vostra e rilassatevi. Domani dovrete essere in gran forma e per l’amore del cielo, niente ripensamenti”.
Prima che possiamo rispondergli qualsiasi cosa, si allontana andando a discutere con il catering un’altra volta.
“E se andassimo a Las Vegas?” dico a Brian.
“E’ infrangere i sogni di Emmett di organizzare il matrimonio più bello del secolo?”.
Mi passa un braccio attorno alle spalle e mi riporta in casa.
“Presto sarà tutto finito”.
“E non potrai più mandarmi via”.
Sorride e mi tira a se per il colletto della giacca e mi bacia.
“Non fare lo stronzo”.
Gli sorrido e lo bacio.
Usciamo fuori da Britin e risaliamo in macchina.
“La prossima volta che ci torneremo, sarà per dire si”.
“Non pensarci troppo o ti verrà una crisi isterica peggio che ad Emmett”.
Mette in moto e imbocca la strada per tornare a Pittsburgh.
Prima di andare da mia madre, si ferma al Loft, vogliamo dargli il giusto addio da scapoli.
E’ come se fossimo sempre gli stessi in fondo. Mentre saliamo i piani nel montacarichi, ci baciamo e ridiamo come se fossimo ancora alla scopata numero cento e non a quella a un numero a otto cifre.
Apre la porta in fretta e mi spinge dentro casa. Mi bacia il collo mentre mi apre la camicia e mi fa il solletico.
Rido mentre gli bacio il petto sbottonandogli la camicia e i pantaloni.
Arriviamo al letto già quasi nudi e in un’ultima mossa ci liberiamo anche dei boxer.
“Come sarà la statua di ghiaccio?” gli chiedo mentre mi sale sulle gambe prendendomi i polsi tra le mani.
“Sorpresa”.
“Niente di volgare ed osceno vero?”.
“Non hai sempre detto di conoscermi?” chiede mentre gli infilo il preservativo.
Ridiamo come due cretini e siamo felici come due stupidi. Domani non cambierà niente, forse è per questo che siamo tanti preparati alla cosa, che non la affrontiamo pensandoci mille volte come fanno gli altri. Non importa se lui è Brian Kinney e se io sono il Justin che si è portato a casa una notte e di cui non è più riuscito a sbarazzarsi, per noi siamo soltanto Brian e Justin e fanculo a tutto il resto.

- Brian -

“E’ una stronzata”, mi lamento per la millesima volta mentre parcheggio davanti casa di Jennifer.
“Da domani in poi, mi vedrai ogni giorno, ogni notte, ogni volta che ti giri”.
“Sa di già vissuto”.
Mi fa la lingua e apre lo sportello per scendere.
Jennifer è ferma sulla porta di casa e ci saluta con il braccio.
“Vuoi venire dentro?”.
“No ti lascio qui, io vado a ritirare i vestiti e gli anelli”.
“Il mio lascialo da Michael”.
“Lo so”.
“Allora…” sospira e si morde il labbro. “A domani?”.
“Hai paura che scappi via e ti molli all’altare?”.
“Sarai tu quello all’altare ad aspettare”.
“Non si sa mai”.
Mi sorride ancora. “Ti amo”.
Gli sorrido. “A domani”.
“Sarò quello che piangerà, non sbagliarti”.
“Sarò quello incastrato, non sbagliarti”.
Chiude lo sportello e lo guardo andare via. Sorride come la sera del Prom ma questa volta sono sicuro che non lo perderò mai più.

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- Michael -

“Justin passerà domani mattina”.
“Tu ti vestirai al Loft?”.
“Si”.
“Puoi venire qui anche tu”.
“No è fissato con tutte quelle storie sul non vedersi prima del momento fatidico e cazzate varie. Quindi lui viene qui e io mi vesto al Loft”.
“Da solo?”.
“No”.
Mi guarda e sorride.
“Che cazzo hai in mente?”.
“Tu vieni con me”.
“Cosa?”.
“Si. Questa è l’ultima sera “Michael&Brian” bisogna passarla assieme”.
“Brian, non siamo più “Michael&Brian” da molto tempo ormai”.
“Non dire cazzate”.
“Siamo andati avanti, ricordi? Tu hai Justin, finalmente lo ammetti, e io ho Ben, le cose cambiano”.
“Voglio passare la notte con te”.
“Sono diventato il suo sostituto?” gli chiedo.
Sa che non lo dico con cattiveria, mi sono abituato ad avere quella testolina bionda tra i piedi una vita fa, quando ho visto Brian distrutto e in lacrime e in pena per la vita del Raggio di Sole.
“Justin che ne pensa?”.
“Non si incazzerà per questo”.
“Con tutto quello che ti ha perdonato”.
“Allora ci stai?”.
Sospiro. So che non me la darà vinta, non così facilmente. “Va bene. Lasciami avvisare Ben, va bene? E Hunter”.
“Certo e ricordati il vestito, sei il testimone”.
Sorride e si butta sul divano.
Non pensavo di vederlo così felice un giorno se ripenso a tutte le volte in cui ho detto a Justin che era meglio lasciar perdere che Brian non ha fidanzati, che non c’era speranza che cambiasse, che nessuno poteva essere il suo ragazzo e che non credeva nell’amore e che si sbagliava a pensare di poter essere l’unico per lui, mi viene da ridere.
Immagino che sia proprio vero quando la gente dice che le persone cambiano e sono felice di come è Brian adesso. Ha smesso di autodistruggersi e si è dato la possibilità di essere felice.
Magari dovrei dire grazie a Justin.

Prendo il mio vestito dall’armadio e le scarpe e scrivo una biglietto a Ben e Hunter e lo attacco sul frigo.
“Pronto?” mi chiede Brian.
Lo guardo e gli sorrido. “Certo”.

- Linz -

Gliel’ho detto tante volte che ho immaginato il giorno del nostro matrimonio, che ho pensato a noi come ad una famiglia, sono stata una sciocca. L’unica persona che poteva riuscire a rendere Peter Pan un adulto non era Wendy che lo teneva intrappolato nei ricordi dell’Isola Che Non C'è ma chi gli avrebbe mostrato la strada per poter andare avanti.
Justin ha rotto l’incantesimo, ci ha messo molto forse, ma alla fine ne è valsa la pena. Conquistare l’amore di una persona che non credeva nell’amore fino al tuo arrivo, non ha prezzo.
E ora eccomi qui, alle due di notte, nella stanza di un motel con due figli e una moglie aspettando di vedergli dire di si.
Melanie mi abbraccia e poggia il mento sulla mia spalla.
“Che c’è?”.
“Ripensavo a un po’ di cose”.
“Chi l’avrebbe mai detto, vero?”.
Faccio un cenno con il capo e sorrido.
“Questa volta niente scommesse va bene? È bastata quella alla cena di prova di tre anni fa”.
“Lo prometto”.
Gus e Jenny dormono su uno dei due letti matrimoniali della camera.
“Domani saranno bellissimi”.
“Chi avrebbe pensato che quando abbiamo chiesto a Justin di farci da paggio, poi avremmo ricambiato il favore per le sue nozze con Brian”.
“E’ bellissimo non credi?”.
Alza le spalle. “Si ma è anche strano pensarci credo che per te e Michael lo sia ancora di più”.
“Perché?”.
“Entrambi pensavate di poter essere la persona giusta per lui, e invece è stato un incidente di percorso, un ragazzino che non si è accontentato di restare soltanto una scopata come tante a farlo arrivare al capolinea”.
La guardo attraverso lo specchio e sorrido. “Va bene così. Saranno felici assieme”.
Ripenso al Brian che conoscevo. L’ho sempre pensato che non sarebbe sopravvissuto senza Justin, lo sapeva anche lui quando glielo dissi poco prima di partire per Toronto. Ora sappiamo tutti quanti che era vero perché abbiamo visto tutti quanti l’effetto che aveva su di lui, ogni volta che Raggio di Sole se ne andava e lo lasciava in dietro.
“Hanno tutto quello che avrebbero potuto desiderare. Successo e amore”.
“Saranno una gran bella famiglia” le dico.
Sorridiamo al nostro riflesso nello specchio e andiamo a letto. Domani sarà il gran giorno un po’ di tutti.

- Debbie -

“Sei ancora seduta sul divano?” mi chiede Emmett.
Lui è già in vestaglia, era andato già a dormire ma probabilmente Karl lo ha svegliato russando.
Viene a sedersi vicino a me e mi passa un braccio attorno alle spalle.
“Preoccupata?”.
Scuoto la testa e sorrido anche se ho gli occhi lucidi.
“Spero che siano davvero felici, se lo meritano veramente”.
“Lo saranno Deb, ne sono sicuro. Per quanto possa risultare assolutamente assurdo dirlo, quel ragazzino ha riattivato il cuore di Brian, fin dalla prima volta, e nessuno pensava che proprio lui ci sarebbe riuscito ma forse è stato tutto merito del suo essere così ingenuo e giovane, senza paura di sbagliare nel dire qualcosa. Lo ha totalmente spiazzato. Justin non aveva mai amato nessuno prima e non aveva visto gli effetti disastrosi che ha sulle persone l’amore che finisce, come invece è successo a Brian, e questo gli ha dato abbastanza speranza per tutti e due e per credere che alla fine ne sarebbe valsa la pena di stringere un pò di più i denti”.
“Hai proprio ragione, Tesoro”.
“Loro hanno qualcosa di molto raro, non è vero?”.
Mi volto a guardarlo e vedo che anche lui ha gli occhi lucidi.
“Sembri triste”.
“Non lo sono. Al contrario, sono felice per loro due. È un bel lieto fine alla loro storia questo matrimonio, o almeno è un lieto fine per le loro vecchie vite, lo scopare in giro di Brian, l’essere ferito di Justin, gli errori di entrambi che li hanno divisi così tante volte ma chi non può credere che stia accadendo veramente, dovrebbe pensare che non importa quanto a volte si siano feriti a vicenda, ma quello che importa è che hanno sempre trovato la strada giusta per tornare insieme, per ritrovarsi anche quando Justin è andato così lontano”. Sospira. “Si è proprio una bella storia. Un bel lieto fine e un grandioso nuovo inizio. Fanculo a tutto quello che la gente pensa di loro e di questa storia, questa volta non ci saranno scommesse!”.
“Lo spero! Gli avete portato sempre sfortuna con questa storia”.
Ridiamo assieme e mi da un bacio sulla guancia.
“Due bambini perduti in meno, eh Deb?”.
“Ne sono felice, Tesoro. Lo sono per davvero”.
Emmett poggia la testa contro la mia. “Ora sarà meglio andare a dormire o domani avremo le occhiaie e saremmo irritabili”.
Si alza e mi porge una mano e insieme saliamo al piano di sopra per andare a dormire.

- Michael -

“Dimmi che non intendi passare tutta la notte in piedi a parlare e rivangare i vecchi tempi”.
“Per ricordarmi di più quanto cazzo sono vecchio?”.
Ride e si butta sul divano bianco che hanno in salotto.
“Dove vivrete dopo il matrimonio?”.
“Britin”.
Chiude gli occhi e infila la testa sotto a un cuscino. “Cazzo sono distrutto”.
“Come è andata a New York?”.
“Bene”.
Sento una nota amare nella sua voce.
“Che c’è?”.
Mi inginocchio vicino al divano e sollevo il cuscino. “Problemi?”.
Scuote la testa e apre gli occhi. Mi fissa in silenzio e serio.
“Si stava rifacendo una vita”.
“Justin?”.
“Si. Lui si è comprato un Loft e uno studio favolosi a New York. Ha i suoi amici lì e i contatti e le mostre e la gente che spende migliaia di dollari per le sue opere, e qui non ha un cazzo di niente”.
Sorrido.
“Brian, ancora non hai capito un cazzo di quel ragazzo? Qui ha te, fanculo a tutto il resto. È tornato, lo hai visto. Lo avrebbe fatto molto prima se tu lo avessi fermato”.
“Non volevo avesse rimpianti”.
Mi butto sul divano vicino a lui. “Cazzo se siete fortunati”.
“Per cosa?”.
“Avete tutto quanto e non avete rinunciato a niente. Non siete scesi a compromessi e siete insieme adesso, dopo tutto. Si potrebbe farci un film su voi due”.
“Cazzate”.
“Questa volta ti sposi per davvero, giusto?”.
“Mi sa di si”.
“E’ bello, vederti così felice intendo. Se mi avessi dato retta prima o l’avessi data a mia madre...”.
“Non sarebbe stato lo stesso”. Chiude di nuovo gli occhi e lascia cadere un braccio fuori dal divano. “Non saremmo stati gli stessi, non eravamo pronti allora, non lo eravamo nemmeno tre anni fa, forse”.
“Adesso lo siete?”.
“Si”.
“Bene perché non devi più avere ripensamenti, non devi più sentirti in colpa con il Brian del passato. Basta con le cazzate”.
“Ormai ho una certa età, lo so per fino io”.
“Brian Kinney monogamo e sposato. Il mondo sta per finire”.
“E’ solo all’inizio”.
Lo guardo e sorrido. È così bello vederlo finalmente felice e sentirlo finalmente completo. Non importa più che non sia io la metà giusta, non importa più da molto tempo ormai.
Si alza dal divano e si avvia verso il letto. “Avanti vieni a dormire o domani saremmo dei mostri”.
Mi alzo e lo seguo. Quando ci mettiamo sotto le coperte, lui resta distante. Deve fargli uno strano effetto qualcuno che si ferma a dormire che non sia Justin. Chissà da quanto cazzo di tempo non succedeva.
“Chi ha scelto il nome Britin?” ride, tenendo gli occhi chiusi.
“Justin”.
“Lui è quello dei nomi. La Kinnetik, Gus, la vostra casa, o meglio palazzo. Sceglierà anche quello dei vostri figli immagino”.
“Se mai ne avremmo uno, lo chiameremo Brian Junior”.
“Fanatico”.
Ridiamo e chiudo gli occhi cercando di dormire ma ho ancora una cosa da chiedergli. L’ultima, e poi avrò finito le domane per sempre.
“Perché lui?”.
“Che vuoi dire?”.
Apro gli occhi e mi volto verso di lui. Brian fa lo stesso.
“Perché per lui sei diventato adulto? Perché hai accettato le sue regole?”.
“Mi crederesti se ti dicessi che non so rispondere a questa domanda? La verità è che non ho idea di che cazzo mi sia successo, ma so che ero stanco, fottutamente stanco, di vederlo scivolare tra le dita, di vederlo andare via ogni volta e non avere le palle per dimostrargli che ci tenevo”. Sospira e si volta a fissare il soffitto. “Magari l’ho sempre saputo”.
“Che era quello giusto?”.
“Che prima o poi mi sarei dovuto arrendere all’essere umano. Un cuore non può non battere per sempre”.
“Immagino si possa dire anche così”.
“Sono felice di non aver perso te, però. Sarai sempre il mio migliore amico”.
Lo guardo e capisco veramente come è fatto Brian Kinney. Per la prima volta vedo e capisco come è fatto il suo modo di amare. Adesso so che ha il cuore diviso in due e anche se a volte mi sentirò messo da parte, so che ci amerà sempre, amerà sempre me, il ragazzo che gli è stato vicino al liceo, quando Justin stava male, quello che gli ricorda gli anni della gioventù e poi amerà per sempre l’altro ragazzo, Justin, quel ragazzo che gli ha fatto vedere com’è amare veramente, cosa vuol dire innamorarsi… quel ragazzo che gli ha fatto vedere come si diventa adulti... come diventare un uomo.

- Jennifer -

L’ultima volta in cui è stato in questa stanza, è stato dopo il suo incidente. Ora è tutto diverso.
Sono almeno dieci minuti che sta seduto sul bordo del letto rigirandosi una vecchia fotografica tra le mani.
Mi siedo vicino a lui e gli passo una mano tra i capelli.
“Che succede, Tesoro?”.
Scuote la testa e sorride.
“Sono felice Mamma”.
“Ci abbiamo provato tutti quanti vero?”.
Si volta a guardarmi confuso. “A fare che?”.
“A dirti che lui non era adatto, a dividervi ma immagino si possa dire che quando qualcosa deve accadere, non c’è alcun modo di impedirla. La si può solo rallentare”.
Sorride e riprende a guardare la vecchia fotografia.
“Siete bellissimi”.
“E’ l’unica foto che ho nostra”.
“Da domani ne avrete molte altre”.
Restiamo un po’ in silenzio. Poi mi passa un braccio attorno alle spalle e mi abbraccia forte.
“Sono felice”.
“Si vede. Questa volta fate sul serio, vero?”.
“Continuano a chiedercelo”.
“Eravate le ultime due persone al cui matrimonio ci aspettavamo di dover partecipare”.
“Fortuna che a volte si sbaglia”.
“Già”.
Sospira e poggia la foto sulla scrivania.
“Justin?”.
“Dimmi, Mamma”.
“Non hai nessuno rimpianto vero?”.
“Ti riferisci a New York?”.
“Si”.
“No”.
Torna a sedersi vicino a me e mi regala uno dei suoi grandi sorrisi. “No, ne sono sicuro”.
“Bene”.
“Lui mi ha lasciato andare quando doveva e per la prima volta, mi ha chiesto di restare. Soltanto quando è stato il momento giusto, quando ha visto che potevo farcela davvero e avevo anche cominciato a farcela”.
“E’ stato bello da parte sua spingerti fuori dalla porta”.
“E’ la più grande dimostrazione di amore che tu possa fare”.
“Sei diventato saggio”.
“Lo sono sempre stato. Ogni volta in cui cercavo di lasciarmelo alle spalle, in cui andavo via da lui e mi allontanavo, me ne sono sempre pentito poi, sempre, anche quando decisi di andare a New York e aspettare ancora prima di poter dire che Brian era soltanto mio, mio e basta. Mi ha sempre dato la possibilità di sbagliare e di tornare a casa da lui”.
“E’ perché ti ama molto. Difficile doverlo dire ma è l’unica verità”.
Il suo sorriso diventa ancora più grande.
“Sono sicura che starete bene e che sarete veramente felici”.
“Ne sono sicuro anche io”.
Mi alzo dal letto e gli poso un bacio sulla fronte, tra i capelli che gli ricadono quasi fino agli occhi.
“Domani sarà il giorno più bello della tua vita”.
Scuote la testa. “Uno dei giorni più belli della mia vita”.
Lo guardo un’ultima volta prima di uscire dalla sua camera e so e capisco che è tempo di lasciarlo andare e senza aver paura che possa essere ferito. Dopo tutto è ancora in piedi, e l’unica persona di cui ha veramente bisogno, non è sua madre, ma l’uomo che ha sempre amato.

6x13

- Brian -

“Brian? Brian svegliati! E’ il grande giorno”.
Apro gli occhi e Michael mi sta addosso sorridente come un bambino il primo giorno di scuola.
“Che cazzo di ore sono?”.
“Le nove e mezzo. Il che vuole dire che hai soltanto quaranta minuti per diventare favoloso”.
Tira via le coperte dal letto e mi afferra una mano trascinandomi in piedi.
“Vai a farti una doccia, io preparo i vestiti e la colazione e gli anelli”.
Mi spinge verso il bagno ma appena apro la cabina della doccia sento il telefono squillare.
“Rispondo io” mi dice Michael.
Lo sento parlare per qualche minuto poi dice “te lo passo” ed entra in bagno.
Mi lascia il telefono in mano e torna in cucina a fare il caffè o una qualsiasi altro cazzo di cosa.
“Chi è?”.
“Indovina?”.
Non riesco a non sorridere.
“Ti sei appena svegliato vero?” mi chiede.
“Già”.
“Io sono già pronto e indovina? Sono uno schianto! Mi hanno dato una mano Ben e Hunter. Ora si stanno preparando e ho pensato di chiamarti mentre aspettavo per svegliarti ma Ben mi ha detto che per fortuna ti sei trascinato dietro Michael ieri notte”.
“E allora perché hai chiamato?”.
“Per dirti “Buon Giorno”, no?”.
“E io che pensavo che mi avessi chiamato per annullare tutto”.
“Lo sai che non ti liberi di me se non lo voglio io”.
Apro l’acqua della doccia mentre Michael mi urla di darmi una mossa.
“Stai andando sotto la doccia?”.
“Vuoi unirti a me?”.
“Cazzo”.
“Lo hai voluto tu, ricordi? Notti separate implica anche docce separate”.
“Sta notte staremo insieme”.
“E anche quelle dopo”.
“La prima cosa, sarà farci una doccia insieme”.
“No quello sarà per quando avremmo finito”.
“Giusto, dobbiamo inaugurare tutta casa”.
“Mi stai invitando ad una maratona?”.
“Ci staresti?”.
“BRIAN PORCA PUTTANA! MUOVITI! RIMANDA A DOPO LE TELEFONATE PORNO CON TUO MARITO”.
Sento Justin che ride dall’altra parte del telefono.
“Ti ha sgridato”.
“Siete due stronzi”.
“Allora ci vediamo tra poco?”.
Torniamo seri per qualche secondo. “Direi di si. Non penso che Michael mi lascerebbe scappare”.
“Puoi provare a tramortirlo con uno dei tuoi dildo”.
“Ci vediamo dopo”.
“Brian? Ancora una cosa”.
“Dimmi”.
“Non mettere scarpe da tennis o converse sotto al completo”.
“Come ti viene in mente?”.
“Ieri ho guardato un film con mia madre e…”.
“Che cazzo di film avete visto?”.
“Se Scappi Ti Sposo”.
Sorrido. “Sono scappato, già molte volte, ora mi devi sposare. Niente scarpe da ginnastica. A dopo”.
Chiudo la telefonata ancora sorridendo e mi butto sotto il getto caldo dell’acqua della doccia.

- Justin -

Quando io, Ben e Hunter arriviamo a Britin, ci sono già praticamente tutti.
“Justin grazie ancora di avermi chiesto di farti da testimone” mi dice Ben.
“Non devi ringraziarmi. Tu e Michael mi avete dato una casa, siete stai miei amici, era ovvio lo chiedessi a te”.
Hunter si schiarisce la gola con un colpo di tosse. “Ecco, per quelle volte in cui sono stato, diciamo uno stronzo con te, quando ci provavo con Brian, scusa”.
Ben ci guarda e sorride.
“Non preoccuparti Hunter. Tutto passato”.
Debbie e Emmett ci corrono in contro.
“Sunshine sei uno spettacolo”.
“Se tuo marito non fosse un fanatico, potrei quasi pensare di prenderti un po’ in prestito” mi dice Emmett.
Abbraccio entrambi e ci avviamo verso l’interno della casa.
Melanie e Linz stanno cercando di far indossare il cerchietto a Jenny ma lei protesta.
Gus invece va su e giù con un cuscino vuoto.
“Ehi Tesoro!” mi saluta Melanie.
Jenny si volta e scappa dalle sue mani e mi viene in contro.
“Non vuoi mettere la coroncina?”.
“L’ha scelta lo zio Emmett ma è troppo vistosa. Posso portare il cestino senza coroncina, zio Jus?”.
Mi volto verso Emmett che ci fissa. “Ti spiace Em?”.
“Certo che no!”.
Prende la coroncina da mano a JR e la porta via.
Gus mi viene a salutare. “Niente abbracci oggi?”.
“Mamma dice che non devo rovinare il vestito”.
“Hugo Boss?”.
“Me l’ha mandato papà”, dice facendo spallucce.
Lo prendo in braccio e gli do un bacio sulla guancia. “Sarei bellissimo anche se ti macchi un po’ giocando”.
“Non incoraggiarlo” mi dice Linz dandomi un bacio sulla guancia.
Saluto tutti gli altri e poi vado dentro con Ben e Emmett.
Mi fanno ancora una volta le congratulazioni e Emmett ci aggiunge anche qualche battuta.
Poi il telefono di Ben suona e Michael lo avverte che stanno arrivando.
Iniziano a sudarmi le mani. Non sono nemmeno sicuro del perché. Emmett mi abbraccia un’ultima volta e poi esce fuori dicendomi semplicemente “Buona camminata”.
Dalla finestra della camera mia e di Brian vedo una macchina arrivare.
Brian scende seguito da Michael che va subito a salutare Ben e Hunter, mentre Brian viene inghiottito dai saluti e dagli auguri di tutti quanti.
In questo momento vorremo essere soltanto noi due, lo capisco, è quello che provo anche io.
Magari era meglio fare tutto in maniera molto più semplice ma Emmett ha fatto tutto in grande e spinto da noi.
Lo vedo entrare in casa e dopo qualche minuto sento bussare alla porta.
“Non ti apro”.
“Volevo solo dirti che ti aspetto di sotto”.
Mi avvicino alla porta e poggio una mano sul freddo legno.
“Promesso?”.
“Te l’ho detto quanto ci tengo a dimostrare alla persona che amo quanto la amo”.
“Non si torna in dietro”.
“Lo so. Vuoi farlo per davvero?”.
Non devo nemmeno pensarci. “Si”.
“Allora facciamolo”.
“Brian?”.
Lo sento appoggiarsi alla porta. “Dimmi”.
“Ti amo”.
So che sta sorridendo probabilmente, è il suo modo di dirmi che mi ama quello.
È un’altra cosa che ho imparato negli anni.
“Ci vediamo all’altare” mi dice. Poi sento i passi allontanarsi nel corridoio oltre la porta.

- Brian -

“Allora?”.
Michael continua a sorridere da questa mattina. Ora mi sta tirando per la manica.
“Cosa?”.
“Sei pronto?”.
“Sembra che sia il tuo di matrimonio”.
“Sono felice di essere qui, di essere vicino a tutti due”.
“Ora sembri tua madre”.
Ride.
Emmett è in piedi poco lontano da noi che da gli ordini.
Dalla porta della stanza uno dei camerieri gli fa un cenno ed Emmett dice qualcosa al pianista, un vecchio sugli ottant’anni, è stato l’unico a non proporci una variante della marcia nuziale con violini, per questo si trova qui adesso.
Jenny entra. È vestita di bianco. Continua a soffiarsi via dalla faccia una ciocca di capelli biondi. Sento Melanie che dice a Linz “Vedi che doveva tenersi quella dannata coroncina in testa?”.
Butta tutti i petali di rose che ha e poi entra Gus con il cuscino e gli anelli. Con tutte le volte che gliel’ho fatto provare in tre anni, ormai sa farlo benissimo. E poi arriva lui e tutti si alzano.
Entra nella stanza con gli occhi bassi ma poi sospira e alza il suo sguardo che si incatena con il mio.
Sorride e per tutta il resto della camminata non distoglie il suo sguardo da me. Abbiamo occhi soltanto l’uno per l’altro.
Quando la musica finisce e tutti si risiedono e lui si ferma proprio davanti a me, mormora un “allora ci sei” e ride.
Lo guardo e non posso fare a meno di sorridergli a mia volta.
“Siamo qui riuniti oggi, per celebrare l’unione tra Brian Kinney e Justin Taylor che hanno deciso di unirsi nel sacro vincolo del matrimonio. Essendo qui, dinanzi a tutti i vostri cari, e a Dio, capite e promettete di prendervi cura l’una dell’altro da questo momento fino a che la morte non sopraggiunga”.
Se Dio esiste lo sa che ci siamo presi cura l’uno dell’altro già molto prima di venire qui davanti a giurarci amore eterno.
“Se qualcuno conosce una qualsiasi motivazione per cui questi due giovani uomini non debbano unirsi in matrimonio, parli adesso o taccia per sempre”.
Ci giriamo nello stesso istante verso la gente. Sembrano guardare tutti da un’altra parte. Meglio per loro che tengono quella cazzo di boccaccia chiusa una volta per tutte.
Riprendiamo a guardare il pastore che si schiarisce la voce con un colpo di tosse.
“Bene”.
Ci guardiamo negli occhi e sorridiamo nello stesso istante.
Vorrei chiedergli scusa per il modo di merda in cui l’ho tratto per tanti anni ma lo guardo ed è così felice. Ormai dobbiamo lasciarci tutto alle spalle, forse lo abbiamo già fatto, non saprei, ma adesso comunque lo stiamo per fare. Il grande passo. Cosa si dirà di tutto ciò?
Notizia flash gente, a Brian Kinney non importa più un cazzo. Brian Kinney ora è fottutamente felice e anche abbastanza innamorato. Mi fissa radioso. Raggio di Sole, ti amo.
“Non ci resta che procedere allora. Avete preparato dei voti da pronunciare?”.
Quando ci guardiamo in quel modo, abbiamo la singolare tendenza a dimenticarci di tutto il resto e di tutti quanti. È una cosa che ci portiamo avanti da diverso tempo ormai, possiamo anche dire fin da sempre, fin da subito, fin dalla prima volta.
Non abbiamo neanche pensato a pronunciare dei voti davanti a tutti. Non ci servono poi a molto.
Mi fissa negli occhi e dice a bassa voce “Nessuna scusa”, come se sapesse esattamente cosa mi stia passando nella testa, forse semplicemente perché è lo stesso a cui sta pensando anche lui.
Gli sorrido in risposta. “Nessun rimpianto”.
“Come scusate?” ci chiede il Pastore.
Justin scuote la testa. “Non abbiamo preparato dei voti da pronunciare. Va bene così”.
“Quando è così. Brian, vuoi tu prendere Justin come tuo sposo e promettere, davanti a Dio e questi testimoni, di essere un marito leale e fedele, di amarlo e rispettarlo in qualunque circostanza, di vivere con lui e di accudirlo, in ricchezza ed in povertà, nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte finché morte non vi separi?”.
Lo guardo. “Si”.
Justin si morde le labbra, cercando di trattenere un sorriso. È come quando ha accettato di sposarmi proprio in questa stanza.
“E vuoi tu, Justin, prendere Brian come tuo sposo e promettere, davanti a Dio e questi testimoni, di essere un marito leale e fedele, di amarlo e rispettarlo in qualunque circostanza, di vivere con lui e di accudirlo, in ricchezza ed in povertà, nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte finché morte non vi separi?”.
“Cazzo si!”.
Scoppiano tutti a ridere.
Il pastore si schiarisce di nuovo la gola. “Siete davanti a Dio, ricordate”.
Ci sorridiamo.
“Brian prendi la mano di Justin e ripeti con me: Io Brian Kinney, prendo te, Justin Taylor come mio legittimo sposo e prometto e mi impegno ad amarti ed esserti fedele…”.
“Io Brian Kinney , prendo te, Justin Taylor come mio legittimo sposo e prometto e mi impegno ad amarti ed esserti fedele…”.
“Nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà, in salute ed in malattia finchè morte non ci separi”.
“Nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà, in salute ed in malattia finchè morte non ci separi”.
“Justin prendi la mano di Brian e ripeti con me: Io Justin Taylor, prendo te, Brian Kinney come mio legittimo sposo e prometto e mi impegno ad amarti ed esserti fedele…”.
“Io Justin Taylor , prendo te, Brian Kinney come mio legittimo sposo e prometto e mi impegno ad amarti ed esserti fedele…”.
“Nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà, in salute ed in malattia finchè morte non ci separi”.
“Nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà, in salute ed in malattia finchè morte non ci separi”.
“Avete gli anelli?”.
Gus si alza da una delle sedie della prima fila e passa il cuscino a Michael che sfila un anello e me lo porge.
“Mettilo al dito di Justin e ripeti con me: Con questo anello io ti sposo in simbolo e pegno della nostra fedeltà e del nostro eterno amore”.
“Con questo anello io ti sposo in simbolo e pegno della nostra fedeltà e del nostro eterno amore”.
Ben prende l’altro anello e lo passa al Pastore.
“Justin, ora metti il tuo anello al dito di Brian e ripeti con me: Con questo anello io ti sposo in simbolo e pegno della nostra fedeltà e del nostro eterno amore”.
“Con questo anello io ti sposo in simbolo e pegno della nostra fedeltà e del nostro eterno amore”.
“Con l’autorità a me conferita, vi dichiaro marito e beh, marito. Brian, Justin ora potete baciarvi”.
Afferrò entrambe le sue mani e lo tiro contro di me e lo bacio. Sorridiamo e sentiamo Emmett che urla “Conservate l’energia per sta notte”. Ci stacchiamo ridendo.
Michael abbraccia prima lui e poi me e mi sussurra all’orecchio “Con tutte le volte in cui ha ribadito “Fedeltà” pensavo girassi i tacchi e scappassi”.
“Mi ha obbligato a non mettere scarpe da ginnastica”.
Mi stringe forte. “Sono felice per voi due, Brian. Lo sono per davvero”.

- Justin -

Mentre tutti escono fuori in giardino per iniziare il pranzo di nozze, io e Brian restiamo in dietro.
Mi volto a guardarlo e lo trovo che mi fissa. Mi avvicino a lui e gli passo le braccia attorno al collo e sentirlo stringermi forte contro di lui, mi fa sentire come se soltanto adesso stessi respirando veramente.
“Lo abbiamo fatto veramente” dico tenendo la testa nascosta nella sua spalla.
“Così sembra”.
“Non riesco a crederci”.
“Prima o poi dovrai farlo, adesso ti toccherà essere una brava mogliettina”.
Ridiamo.
“Ti amo Brian”.
Mi stringe più forte. Una volta magari mi sarei fermato a pensare “cazzo, gli serve che io stia per morire un’altra volta perché mi possa ridire che mi ama?”, ma adesso so bene che le cose sono cambiate e sentirlo così soltanto mio mi basta.
“Dovremmo andare fuori” mi sussurra in un orecchio.
“Soltanto un minuto”.
Sento la sua mano accarezzarmi i capelli. “Voglio tenere questo momento per noi”, gli dico.
Respiro il suo profumo fino in fondo e stringo le mani attorno alle sue spalle.
“Ragazzi?”.
La voce di Emmett mi arriva come se stessi immerso sotto l’acqua. Brian mi lascia andare.
“Vi aspettano tutti”.
“Arriviamo” risponde Brian anche per me, poi mi prende per mano e usciamo fuori.
Tutti applaudono e poi vengono a congratularsi con noi. Il resto della pranzo passa in fretta, prima che possa accorgermene, stiamo in piedi davanti alla nostra torta. In quel momento noto la statua di ghiaccio che sta proprio lì vicino.
“E’…”.
“Un sole” mi dice sorridente.
“Ma così è soltanto mia”.
“No. Tu ti chiami Raggio di Sole ma per me lo sei”.
Lo guardo e gli sorrido e poi mi alzo a baciarlo.
Tagliamo la prima fetta e poi lasciamo fare il resto a Emmett e ai ragazzi del Catering.
Prima che si inizi a ballare, Michael si alza in piedi e chiede l’attenzione per fare un brindisi.
“Gli avevo detto di non farlo” protesta Brian mentre cerca di montare su un sorriso di circostanza. “Mickey che succede?”.
Lui ci sorride. “Vorrei dire una cosa. Tempo fa nessuno di noi avrebbe mai creduto che una cosa come questa sarebbe potuta accadere veramente e probabilmente voi due eravate le ultime persone sulla terra che avrebbero mai scommesso su una cosa come questa ma adesso posso dire, e so che Brian mi ammazzerà per questo, che sono felice di vedervi finalmente assieme così non ci toccherà più fare attenzione all’usare termini come “coppia”, “ragazzo”, “fidanzato”, “marito”, “anima gemella” eccetera. Per voi il matrimonio non rappresenta molto perché già prima avevate imparato quanto siete importanti l’uno per l’altro, adesso finalmente Brian ha imparato però, per fortuna, che dimostrare alle persone a cui vuoi bene il tuo affetto non ti uccide, ti rende più forte forse perché ti metti in gioco e sappiamo tutti quanti per te quanto è stato difficile”.
Si passa una mano sugli occhi e si asciuga le lacrime. Sento la mano di Brian stringere più forte la mia.
“Per farla breve, prima che gli sposi mi picchino e caccino, sono orgoglioso di essere qui oggi a testimoniare la loro unione e come hanno sempre saputo trovare la strada giusta per tornare assieme. L’ultima cosa, soprattutto sono contento che grazie a Justin d’ora in poi, ci sarà più scelta per la popolazione di Pittsburgh. Ho finito”.
Beve tutto in un sorso il suo bicchiere di spumante e poi si siede. Restano tutti un attimo in silenzio, poi Ted urla “Bel discorso Mickey” e tutti ridono.
Emmett fa partire la musica e poi praticamente ci spinge verso il centro della pista di legno che ha fatto montare al centro del prato.
Gli sorrido e gli dico grazie per la millesima volta.
“Da domani non ci sarò per nessuno. Mi servirà il resto della mia cazzo di vita per poter riacquistare le forze” dice prima di allontanarsi verso uno dei tavoli e sedersi pesantemente su una sedia.
Passo le braccia attorno al collo di Brian e lui mette le sue attorno ai miei fianchi mentre “Save The Last Dance” comincia ad essere suonata.
“Emmett voleva mettere “Through The Barricades” perché c’è quel pezzo che fa “And now I know what they're are saying it's a terrible beauty we've made. So we make our love on wasteland and through the barricades”, sai?”.
Brian sorride. “Ormai siamo abituati alle canzoni sdolcinate”.
“Ridicolmente romantiche”.
“Giusto”.
Ci guardiamo negli occhi. Sono quelli che mi fanno capire che mi ama. Sorridiamo nello stesso momento.
“Ma gli ho detto che avremmo preferito questa”.
“Perché?”.
“Perché volevo potermi ricordare, in un modo o in un altro, del mio Prom”.
Sposta per qualche secondo una mano dal mio fianco al mio viso.
“Stai per piangere, Raggio di Sole?”.
Sorrido. “Ti amo Brian Kinney”.
Si stacca per qualche secondo e si guarda attorno . “Ehi Daph?”.
Daphne si volta. “Dimmi Brian”.
Si sfila la giacca e gliela lancia. Lei ride afferrandola.
Brian si volta verso di me e mi tira a se.
Mi prende la mano sinistra con la nostra fede nella sua e la stringe, poi mi passa un braccio attorno alla vita e mi guarda negli occhi. Sorride e mi fa girare e mi ferma con un bacio.
Mi aggrappo a lui come se avessi paura di sprofondare e lui mi stringe a se. Quando ci stacchiamo per riprendere fiato, mi prende di nuovo per mano e andiamo, quasi correndo, verso la casa.
Quando passiamo vicino a Michael e Ben, Brian gli urla “Salutateci tutti” e poi corriamo in casa, ridendo felici.

- Brian -

E come dare un lieto fine a quella sera. La giusta conclusione a quel “Ci vediamo dopo”.
Mi tira per una mano. “Che c’è?”.
“Non dovremmo aspettare la notte per la prima… notte?”.
Lo guardo serio e lui scoppia a ridere. “Fammi indovinare. “Fanculo a quelle vecchie tradizioni del cazzo”, giusto?”.
Gli sorrido in risposta.
Ci trasciniamo a vicenda su per le scale tra un bacio e l’altro.
Passiamo davanti alla prima porta e lui sta andando avanti ma io lo tiro per una mano e lui si volta.
“Aspetta”.
“Hai cambiato idea?”.
“No ma prima devi vedere una cosa”.
Si fa serio e mi da un ultimo bacio.
“Me lo fai vedere adesso?”.
“Pensavo volessi aspettare il risveglio dei Gufi”.
Ride. “Lo sai che intendo”.
Lo tiro a me e lo bacio. “Spero sia abbastanza artistico per lei, Signor Taylor”.

- Justin -

Apre la porta e mi spinge dentro.
C’è una grande finestra sulla parete di fondo e su quelle laterali due grandi scaffali stipate di barattoli.
“Prima che lo chiedi, sono tutte le sfumature di colore che possono servire ad un artista”.
“Quanto… quanto ci hai messo?”.
“Circa tre mesi. Non avevo un cazzo da fare quando finivo il lavoro alla Kinnetik”.
Su un tavolo al centro della stanza ci sono pennelli e tele e due cavalletti appoggiati sulla parete di fianco alla porta.
Mi volto a guardare Brian.
“Allora? Che te ne pare?”.
“E’ stupendo”.
Sorride. “Bene”.
Mi si fa vicino e mi bacia, stringendomi forte contro di lui.
“Ora che la tua mente è libera da distrazioni, che ne dici di quella doccia?”.
“Non doveva essere la fine?”.
“Iniziamo al contrario”.
Scuoto la testa. “No. Voglio fare l’amore con te. Fanculo alla doccia”.
Mi sposta una ciocca di capelli dal viso e poggia la sua fronte alla mia.
“Ti amo”.
Mi chiedo se smetterò mai di sentirmi così strano dentro quando me lo dice. Poi mi ricordo che siamo soltanto alla terza volta in otto anni, non ci siamo ancora abituati e mi piace l’effetto che ha su di me sentirmelo dire.
Usciamo dallo studio e ci dirigiamo verso la nostra camera.
Appena abbiamo richiuso la porta alle nostre spalle ci saltiamo praticamente addosso.
Brian mi spinge verso il letto e ci scordiamo quanto cazzo li abbiamo pagati quei cazzo di vestiti, e in nel giro di un secondo, siamo già senza camicia con le mani che esplorano frenetiche il corpo l’uno dell’altro e cercano cinture, cerniere, bottoni e stoffa che si frappone fra loro e la nuda pelle.
Gli bacio il collo e lui mi prende i capelli tra le mani. Mi spinge sul letto e faccio scorrere le mani lungo la sua schiena mentre lui si stende su di me.
Inarco la schiena sotto di lui e sento la sua lingua disegnare piccoli cerchi in giro per il mio corpo. Passo una mano tra i suoi capelli e sussurro il suo nome piano.
“Ci… sentiranno… tutti” gli dico boccheggiando.
Alza per un attimo gli occhi nei miei e sorride, quel sorriso diabolico che gli nasce in viso di tanto in tanto.
“Sai quanto amo il sesso in pubblico”.
Rido e lui riprende a baciarmi la pancia scendendo sempre più giù.
“Ricorda il nostro patto” gli dico, facendolo risalire fino a quando le nostre labbra quasi non si sfiorano.
“Mi toccherà scoparti in ogni posto della casa, per avere cioè che voglio?”.
“Lo sapevi”.
Prende il mio labbro inferiore tra i suoi denti. Lo stringo più forte a me. Riprendiamo fiato mentre afferra uno dei condom che stanno sul comodino e glielo infilo.
Prende le mie caviglie tra le mani e se le mette sulle spalle.
Alzo il bacino verso di lui e lo sento scivolarmi dentro in un’unica spinta.
Ci aggrappiamo l’uno all’altro e quando inizia a spingere, e iniziamo a lasciarci andare al nostro piacere, sorrido all’idea di cosa sembreremo a tutti gli invitati.
Se penseranno “Ci hanno mollato per andare a scopare”, avranno ragione, ma noi non siamo Michael e Ben, noi siamo Justin e Brian e Justin e Brian non ne hanno mai abbastanza l’uno dell’altro.

6x14

- Brian -

Stendo il braccio tra le coperte ma non trovo Justin.
Apro gli occhi e non vedo niente. Devono essere le prime ore del mattino. Fuori è ancora buio.
“Justin?”.
Nessuna risposta.
Mi alzo ed esco fuori dalla stanza. La luce in fondo alle scale è accesa. Deve essere nel salone.
“Justin?”.
“Sono qui”.
È in piedi, avvolto nel lenzuolo blu di Prussia del letto, al centro del salone. Fissa le scatole dei regali.
Gli passo le braccia attorno alla vita e lo stringo a me. Lui poggia le sue mani sulle mie.
“Quanti credi che siano?”.
“Non saprei. Conosciamo tutta questa gente?” mi chiede.
“Saranno ammiratori”.
Ride e poggia lascia andare la testa all’indietro contro la mia spalla.
“Non riuscivi a dormire?”.
“Mi sono svegliato da poco, avevo sete e sono sceso giù”.
“Poi hai visto i pacchetti?”.
“La parte di bambino in me ha avuto il sopravvento”.
Gli do un bacio su una guancia.
“Tra poco dovremmo andare a prendere l’aereo”.
“Giusto. Prima dobbiamo passare a salutare i ragazzi al Diner. Abbiamo fatto una figura di merda ieri”.
“Ti è dispiaciuto?”.
Si volta verso di me e mi passa le braccia attorno al collo e mi bacia.
“Direi di no”.
Mi prende per mano e torniamo di sopra in camera.

- Justin -

Brian parcheggia la Corvette di fronte al Diner ed entriamo dentro.
Debbie ci vede e ci saluta con un grande sorriso.
Emmett, Ted, Blake, Ben e Michael sono seduti ad uno dei divanetti.
“Ehi ragazzi” li saluto.
Emmett ci sorride.
“Raggio di Sole e Signore” scherza Ted e Michael scoppia a ridere.
“Theodor ti ricordo che sono il tuo capo” gli dice Brian.
Ci sediamo dietro di loro e ordiniamo la colazione.
“Ieri siete spariti” dice Michael.
“Avevamo da fare” gli risponde Brian.
“Immaginiamo” dice Ted.
“Allora, oggi partite?” ci chiede Ben.
“Si abbiamo l’aereo tra un paio d’ore” gli dico.
“E dove ve ne andate di bello? Sempre che possiate dircelo” ci chiede Emmett, prendendo un sorso dal suo caffè.
“Ibiza” dice Brian.
Debbie ci porta i caffè e si siede con noi.
“Ibiza?” chiede.
“Ci avevamo pensato tempo fa di andarci”.
“Poi non se n’è fatto più nulla” dico io.
“Non è dove doveva andare Brian?” chiede Emmett. “Non c’è già andato?”
“Dovevamo andarci assieme e poi è andato tutto a monte perché ho perso una scommessa poi lui ha fatto finta di andarci e questa volta invece lo facciamo”.
“Non ho fatto come qualcuno con il Vermont” dice Brian.
Lo guardo e ha il solito sorriso del cazzo stampato in faccia. “Che c’è?”.
“Vaffanculo”.
Si abbassa e mi da un bacio sulla guancia. “Durante la luna di miele Tesoro”.
Michael e Ted scuotono la testa e gli altri ridono.
“Se non altro non siete cambiati” dice Blake.
“Loro non cambieranno mai” dice Ted.
Finiamo di bere il nostro caffè e poi salutiamo tutti.
Staremo via per un mese intero, solo noi, le spiagge, i ragazzi che non potremmo farci e drinks colorati con nomi strani.
La realtà che vedremo poco o niente al di fuori della nostra camera.

- Brian -

“Linz e Melanie se ne sono andate ieri sera” mi dice Justin mentre mettiamo le valigie nel Taxi.
“Potevano passare a salutarci”.
“Oh certo. Sarebbe stato davvero un bello spettacolo per Gus e Jenny”.
Lo tiro a me e gli do un bacio sulle labbra.
“Prima o poi dovranno imparare”.
“Fanatico”.
Scuote la testa e sorride e sale nel Taxi.
Mi chiedo se si rende conto di dove cazzo siamo finiti. Sposati da ventiquattro ore e diretti in Europa per il nostro cazzo di viaggio di nozze. Spero si renda conto di cosa lo attende. La cazzo di vita da passare insieme e un intero mese chiusi in albergo.
Si volta verso di me mentre il Taxi si lascia indietro la nostra casa e mi sorride.
“Non vedremo un cazzo di Ibiza vero?”.
“Ricordi la parte sulla fedeltà ribadita e ribadita dal Pastore? Non vedremmo un cazzo di Ibiza”.
“Intendevo se vedremmo la città”.
Mi fa la linguaccia. “So esattamente cosa intendevi Taylor”.
Si siede più vicino a me e poggia la testa sulla mia spalla.
“Siamo i signori Taylor o i Signori Kinney?”.
Lo guardo e sembra serio mentre lo chiede.
“Tu hai voluto fare la sposa, ricordi? Quindi siamo i signori Kinney”.
“Justin Kinney… Brian Taylor… sta meglio il mio cognome con il tuo nome che il tuo cognome con il mio nome”.
“Che ne dici se ognuno si tiene il suo?”.
“No. Siamo i signori Kinney Taylor. Presente? Brian Kinney in Taylor e Justin Taylor in Kinney”.
“E’ una cazzo di stronzata”.
Fa spallucce. “Forse”.
Si gira e mi bacia.
“Ci divertiremo” mi dice.
“Ci divertiamo sempre noi due”.
 
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3 replies since 22/4/2009, 17:01
 
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