Capitolo 29Quando suonarono alla porta, ero certa fosse Sam e aprì senza pensare.
"Ciao", disse.
Lo fissai a lungo negli occhi prima di sbattere la porta.
"Ally!".
"Vattene".
"Ally. Avanti, devo parlarti".
"Potevi chiamare due mesi fa".
"Apri la porta e fammi parlare".
Non gli risposi.
"Vuoi davvero che stiamo qui ad urlare da un lato all'altro della porta?".
"No. Voglio che tu vada via e basta".
"Lasciami spiegare, Ally".
"Pierre vattene!".
"No".
"E' casa mia quindi se ti dico che voglio che tu...".
"Sono fuori da casa tua. Posso restare qui quanto voglio".
"No invece".
Sentii la porta del vicino aprirsi.
"Insomma, cos'è questo baccano?".
"Signora, mi scusi, le da fastidio se sto in piedi qui?".
"Per me può mettercisi a dormire, ma non urli".
La porta fu sbattuta e Pierre bussò ancora.
"Visto?".
"Voglio che tu te ne vada".
"Questo lo hai già detto".
"Allora vattene e basta!".
"No!", urlò ancora.
Mi voltai e aprì la porta così di fretta che Pierre cadde a terra.
"Potevi avvertirmi".
"Casa mia, porta mia, la apro quando voglio".
Si mise in piedi e si tolse il cappellino.
"Hai idea di cosa ho passato per trovare casa tua?".
"Come hai...".
"Ho chiesto al giornale. Mi hanno detto che te ne eri andata in vacanza ma che poi ti sei trasferita in una nuova casa e che avevi avvertito che non saresti più tornato. Così gli ho fatto chiedere ai giornali della città tue notizie e Charlotte ti ha trovato e poi mi ha dato il tuo indirizzo e sono arrivato".
"E in tutto questo non potevi prendere il telefono e chiamare?".
"Ci ho provato, ma le prime due settimane era spento e...".
"E alla terza ti sei arreso?".
"Alla terza ho chiesto di te al giornale", disse smettendo di urlare.
"Bè, non importa. Non mi importa. Ora ti ho fatto parlare, puoi anche tornare a Montreal".
"No".
"Pierre...".
"Ho tutto il tempo di cui hai bisogno per accettare il fatto che non ti ho lasciato fare quello che vuoi, che ti sto ancora tra i piedi e che non me ne andrò se non con te".
"Io non ci torno in Canada".
Ero seria nel dirlo.
"Perchè credi ancora di non avere un motivo per andarci?".
"Perchè è questa la città che fa parte di me".
"Ally...".
"Vedi? Non può proprio funzionare. Tu hai la famiglia, il lavoro, gli amici, tutto quanto a Montreal. Non puoi restare con me e io non mi muovo. Non ho intenzione di arrendermi mai più".
“Mi lasci parlare? Credi che sia venuto qui per trascinarti indietro a Montreal? Non sarei neanche venuto!”.
Fece un passo avanti verso di me e io ne feci uno indietro, o almeno credetti di averlo fatto ma quando sentii le sue mani stringersi attorno alle mie, dovetti ricredermi.
“Pierre”.
“Hai presente Lachelle?”.
“Si”.
“Quando stavamo assieme, avevamo un appartamento a Los Angeles, perché lei è di li, e quando non dovevo registrare con il gruppo, o non ero in tour, stavamo lì tutto il tempo a vivere, poi per il Natale tornavamo a Montreal perché Natale deve essere con la neve e poi tornavamo a Los Angeles appena finivano le feste.
Quello che sto cercando di dirti è che non devi per forza staccarti tu da tutto…”.
“Non sarebbe giusto per te lasciare tutto per starmi dietro”.
“Ma se lo volessi? Se mettiamo il caso, tu fossi diventata così importante da essermi necessaria?”.
“Pierre ascolta…”.
“Non vuoi che resti qui, non è vero? Se è così dimmelo”.
“Se avessi voluto questo, non avrei passato gli ultimi mesi ad odiarti così tanto. Chiedi a Sam, ormai ti odia, più che perché mi hai lasciato, perché ero diventata un fantasma”.
“Sam?”.
“Si. Il…”.
“Lo so chi è ma che c’entra?”.
“Bè, questa è casa sua”.
“Cosa?”.
“Non ricominciare ad urlare per favore. Lui non è più quello di un tempo e adesso…”.
“Vi siete rimessi assieme?”.
“Oh ma andiamo, non sono così cretina. A lui piace la cameriera che lavora con lui, a me piaci tu…non vedo proprio come sarebbe stato possibile. Diciamo che in tempi disperati, la gente si unisce. No?”.
Mi fissò per qualche secondo negli occhi, senza muoversi e senza parlare, poi sorrise.
Quel sorriso così dolce che mi era mancato così tanto.
“Resteresti qui per me?”.
“Si”.
È facile, quando ami qualcuno, far sparire tutta la rabbia.
E' quell’abilità che le persone innamorate sviluppano del rendersi totalmente deboli ma anche così forti da lasciar perdere tutte le cose su cui ci si impunta e riuscire a perdonare veramente tutto.
Non tutte le persone, e forse è una fortuna per il mondo, ci riescono ogni volta, ma io sapevo di essere sempre stata quel tipo di ragazza che per amore fa di tutto perché sa che la sua felicità è legata a quella di qualcun altro che saprà riempire e dividere la propria vita con la sua.
Pierre era quel tipo di persona che da piccola mi auguravo di trovare.
Quella che ti fa capire che è bello crescere anche solo per poter essere la donna di un uomo così. Che sa mettere i sentimenti al primo posto.
E dopo tutte le cose che avevo fatto, tutte le volte in cui ero caduta, in quel momento, soltanto in quel momento, capii che era arrivata la fine per quel capitolo della mia vita che andava vissuto in solitudine, e potevo dire di essere veramente pronta ad andare incontro a quella parte della vita che è davvero soltanto per gli adulti, quella parte della vita che ti rendi conto ha senso in base alle cose che costruisci con gli altri, ha senso soltanto in relazione alle persone che ti circondano.
Ci vuole un secondo per capire che sei sulla strada giusta.
Come trovare l’interruttore della luce in una stanza che conosci come le tue mani. Ti basta un secondo e riesci ad accendere la luce e capisci che non ha davvero più importanza se ti sei arresa o si è arreso lui, capisci come conta per davvero saper trovare i compromessi che possono andare bene a tutti e due senza che però nessuno rinunci a se stesso.
Mi avvicinai a lui, sfilai le mani dalle sue e gliele appoggiai sulle spalle.
Mi accarezzò una guancia portandomi una ciocca di capelli dietro ad un orecchio.
"La vita nella grande mela, non sarà sicuramente peggiore di quella di LA. Quindi non ti preoccupare, so che lo stai facendo, ma non devi. Non mi hai chiesto di rinunciare a niente per te, sei il tipo di persona che non se lo perdonerebbe mai, ma tu non me l'hai chiesto, perciò non cominciare neanche a pensarci che non è giusto questo e non è giusto quello, siamo d'accordo?".
"Pierre".
"Vedi, non ti do sui nervi sempre, sono anche in grado di farti stare bene, giusto? Altrimenti mi avresti lasciato di fuori, sul pianerettolo. Credo di conoscerti abbastanza adesso, da capire il modo unico e folle in cui funziona la tua testa".
"Sei incredibile".
"Lo so".
"Ero sarcastica".
"Io no".
Gli sorrisi e lui mi passò le braccia attorno ai fianchi.
"Posso baciarti?".
"Da quando me lo chiedi?".
"Insomma, ti lamenti sempre? Siccome non stiamo assieme adesso...".
"Zitto e baciami Bouvier".
Sorridendo, si avvicinò ancora al mio viso e quando le nostre labbra si unirono, sentii tutto andare perfettamente a posto.
Capitolo 30Passarono tre mesi e come mi aveva promesso era rimasto e non aveva alcuna intenzione di andarsene.
“E’ questo che fai la domenica mattina?”, mi chiese fissando il lago di Central Park davanti a noi.
“Ogni settimana”.
“E’ una specie di tradizione?”.
“Mmm… una specie”.
Mi prese per mano e ci alzammo dalla panchina.
“Pierre”.
“Dimmi”.
“Quando ti sarai scocciato di fare come voglio io, dimmelo”.
Rise.
“Che vuoi dire?”.
“Ti sei trasferito per davvero”.
“Pensavi che scherzassi?”.
“Qualcosa del genere. Pensavo che me l’avessi data vinta credendo che poi ti avrei detto ‘ok torniamo in Canada’”.
“Un po’ troppo ingegnoso, non credi? Sarebbe stata una cospirazione”.
“Sono paranoica”.
“Me ne sono accorto”.
Mi passò il braccio attorno alle spalle e mi tirò a se mentre uscivamo dal parco iniziando a camminare sulla Quinta.
“Non hai paura?”.
“Di cosa?”.
“Che ci fotografino e…”.
“Non sono abbastanza famoso da essere braccato a Central Park dai fotografi”.
“Meglio. Non mi andrebbe di essere disturbata”.
“Quando camminiamo sai a cosa penso?”.
“No”.
“Che nonostante tutti gli anni che hai passato a viverci in questa città, la guardi ancora con occhi sognanti”.
“Ti sembra così strano? Insomma è… New York”.
Scosse la testa. “Sei proprio…”.
“Pazza?”.
“Stavo cercando qualcosa di più carino da dirti”.
“Sei un cretino”.
“E tu invece non ti fai problemi a cercare di dire le cose in modo carino”.
“No. Il mio motto… bè uno dei tanti almeno, sai qual è?”.
“Dimmi”.
“Speak up your mind”.
Smise di camminare.
“Che c’è?”.
“E’ davvero diverso stare con te. Insomma, niente feste, niente serate da sbronzi, riesco a ricordare perfettamente ogni istante passato con te. Sei sempre così bilanciata… insomma. Come se niente potesse coglierti alla sprovvista perché…”.
“Sono ossessiva?”.
“No, per niente. Direi… posata e intelligente”.
“Non puoi passare il tempo a divertirti bevendo, è stupido. Insomma, se hai bisogno di quella roba, allora non ti stai divertendo per davvero. Bere con gli amici è ok, ma se poi ti devi ubriacare per stare con loro, smette di avere senso. Non credi?”.
“Sicura di non essere un ottantenne?”.
“Solo perché, come direbbe mia mamma, ho sale in zucca, non vuole dire che sia… vecchia”.
“Giusto”.
“Voglio portarti in un posto”.
“Ci sono posti dove non mi hai ancora portato dopo tre mesi?”.
“Si. Il mio preferito dove fare
colazione”.
“E dov’è?”.
“Nel Village”.
“Andiamo a piedi?”
“Se vuoi camminare per 7 miglia va bene”.
“Fermiamo un taxi”.
Quando arrivammo, mi teneva ancora per mano.
Non avevamo più litigato dalla sera in cui era venuto da me. Non mi dava neanche più sui nervi. La verità era che alla fine avevo ceduto.
Il taxi si fermò davanti alla tendina verde del numero 54 e Pierre pagò prima di seguirmi e scendere dal cab.
Il posto era pieno come ogni Domenica mattina alle dieci.
L’orario perfetto per una perfetta colazione a New York.
C’erano famiglie ad occupare la maggior parte dei tavoli e i bambini correvano da tutte le parti.
“Informale”, disse Pierre chiudendosi la porta alle spalle.
“Lo adoro. Non sempre sono gentili i camerieri, c’è rumore e tanta gente. E’ anche un po’ caro, per questo ci vengo soltanto di Domenica”.
Scelsi un tavolo vicino alla finestra come sempre.
“Ti piace così tanto la confusione?”.
“Nei locali si. Puoi parlare di tutto senza che nessuno ti ascolti. È come avere più privacy che in una suite del Plaza”.
Mi guardò negli occhi e sorrise.
“Quando sarò più grande, voglio portarci i miei figli qui. Voglio che la mia famiglia abbia certe tradizioni, come un locale dove mangiare tutti assieme. Una gita annuale che non si può saltare e che quando i figli saranno adolescenti, cercheranno disperatamente di evitare. Cose del genere. Normali ma che saranno speciali per me… per la mia famiglia”.
“Sembri uscita fuori da un vecchio telefilm a volte. Parli in un modo così lontano dalla maggior parte delle ragazze di oggi”.
Alzai le spalle.
“E’ il modo in cui sono fatta. Ti sembrerà sciocco ma tutto quello che voglio, o almeno gran parte di quello che voglio dalla vita, è avere dei figli e un marito. A volte sento di avere così tante cose da insegnare e da voler condividere e so che quando avrò una figlia o un figlio o un centinaio di loro, gli insegnerò tante cose. Che il Colibrì sa volare al contrario. Che il battito d’ali di una farfalla può far scatenare un uragano dall’altra parte del mondo… che non si deve avere paura di sbagliare ma soltanto di rimpiangere qualcosa”.
Era la prima volta che dicevo a qualcuno tutte quelle cose. Probabilmente ormai, dopo tutto, lui era la persona perfetta con cui poter essere me stessa senza riserve.
“Non è buffo. Non lo troverei mai e poi mai buffo. È bellissimo. Raro. Perfetto”.
“Non esagerare”.
Abbassai gli occhi sul menù distogliendoli dai suoi che, ero certa fosse dovuto alla luce del sole, mi sembravano brillare.
Si schiarì la voce e aprì il suo menù.
Pierre p.o.v. “Allora, una farfalla può davvero…”.
“Teoricamente si. L’effetto farfalla. Fa parte della Teoria del Caos”.
La guardai rispondere come se stesse parlando del tempo, la stessa facilità con cui mi aveva parlato delle altre cose e capii in quel momento che lei era la miglior donna che una ragazza potesse diventare.
Sicura, certa, conscia di cosa era e cosa voleva diventare ma comunque pronta a lasciar andare tutto per amore.
Era la ragazza perfetta. E non aveva niente a che fare con la perfezione adolescenziale che si cerca nella reginetta del liceo.
Era tutto un modo nuovo di guardare alle cose quello che sentivo in sua presenza.
Le ragazze migliori, sono quelle che ci spingono a cambiare per il meglio, soltanto per essere all’altezza di poterle tenere per mano, una Domenica mattina di Novembre, per Central Park.
Capitolo 31Ally p.o.v.Pierre era seduto sul tappeto del salotto che faceva da pavimento al piccolo tavolo in vetro.
Aveva una dozzina di fogli scarabocchiati davanti e la chitarra tra le braccia.
Appoggiata allo stipite della porta, lo fissavo come sempre.
Quando si metteva a scrivere, non c’era verso di entrare in contatto con lui. Entrava nella sua bolla personale, un posto dove neppure a me era concesso entrare.
Sospirò, prendendosi la fronte tra le mani.
“Tutto bene?”.
Scosse la testa.
“Non riesci a scrivere?”.
“No. Mi vengono soltanto cose banali”.
Mi andai a sedere accanto a lui e presi i fogli dove stava scarabocchiando brevi frasi.
“Questa non fa schifo”.
“Si invece”.
“Non sei obbiettivo. Guarda, prova a cambiare qualche frase. Che ne dici di “
sad execuses never work. You have to stand up and speak up your words. Now you’re watching what I’ve become, but you didn’t know how it used to be, when I needed something to hold on, and all I had was this empity heart. Now I'm feeling something close to real. When it's anger or love I know it's all my fault. So I can see, I won't give up till I've proved myself how far I was meant to go”. Non fa rima però”.
Lo guardai e gli sorrisi.
“Te l’ho mai detto quanto mi rendi facile amarti?”.
“Ah questa l’ho già sentita in qualche film”.
Mi alzai prima che potesse baciarmi e tornai verso la nostra camera.
“Pierre?”.
“Dimmi” rispose senza quasi alzare il viso dai fogli di carta.
“Torniamo in Canada”.
“Cosa?”.
“Si. Qui non ci riesci. Lo vedo. E insomma, sono quasi sei mesi che stiamo qui e sei mesi li abbiamo passati da te, quindi adesso è ora di cambiare di nuovo, no?”.
Pierre p.o.v.Quando lo disse, aveva un grande sorriso stampato in viso.
“Sei impazzita?”.
Scosse la testa e mi guardò negli occhi.
“No. E’ giusto fare così. Insomma, li hai gli amici e il lavoro e non li vai a trovare da una vita. E David odia Times Square per cui qui non ci viene e odia anche la vista dagli alberghi”.
“Devi capirlo. Non è abituato a tutto questo cemento”.
“Lo so. Quindi, non possiamo trascinare lui e gli altri qui ma possiamo…”.
“Trascinarci noi lì?”.
Annuì e mi si avvicinò.
Mi baciò e mi guardò continuando a sorridere.
“E’ giusto anche che io sappia quando farmi da parte. Altrimenti inizieremo a litigare”.
“E’ passato molto dall’ultima lite, vero?”.
“Siamo stati proprio bravi questa volta”.
Si scostò e tornò verso la porta della nostra camera.
“Te le faccio io le valigie?”.
“Non sono molto ordinato vero?”.
“I calzini sulla sedia dicono di no”.
Con un ultimo sorriso, sparì oltre la porta.
Fissai le parole che aveva scarabocchiato vicino alle mie, su uno dei fogli poggiati sul tavolino.
Sentii una strana felicità nascermi dentro.
Probabilmente, era la consapevolezza che le cose erano tutte al loro posto e andavano esattamente come dovevano, come avrebbero sempre dovuto andare.
Capitolo 32Come previsto, due giorni dopo eravamo già a Montreal.
Avevo vinto io ed eravamo tornati in aereo ed ora ci ritrovavamo con il dubbio su dove andare a vivere.
“Io dico casa mia perché è più grande”.
“Pierre, non ho intenzione di dormire con te in casa dei tuoi genitori”, protestò fissando la porta bianca di casa dei miei come se fosse un qualche oscuro nemico pronto ad attaccare da un momento all’altro.
“Ma loro non sono all’antica”.
“Magari non hanno ancora affittato casa mia”.
“Era un attico quasi in centro. Certo che lo avranno già affittato”.
“Non ce la fai proprio ad essere di consolazione non è vero?”.
Alzai gli occhi al cielo e lei mi diede uno schiaffo il braccio.
“Ok possiamo sempre andare a trovarli. In fondo non mi conosco neanche”.
“Ti adoreranno”.
“Quanto ti somigliano di carattere?”.
“Poco e niente”.
“Bene”.
“Scusa?”.
“Altrimenti lo sai come sarebbe andata. Odio reciproco”.
“Io ora scendo, anche perché fa freddo, e vado in casa. Quando ti sei decisa, ti aspetto lì”.
Ally p.o.v.Aprì la portiera dell’auto e si avviò lungo il vialetto che conduceva alla porta.
Restai a fissare quella che si richiudeva alle sue spalle. Non sapevo esattamente da dove venisse tutta quella paura.
Se dal fatto che ormai, dopo un anno, andare a casa dei suoi, voleva dire veramente fare sul serio, o se era soltanto la paura di non piacere perché non abbastanza normale, contando il fatto che la maggior parte delle madri odia le ragazze dei figli, ero a cavallo.
Passarono alcuni minuti e poi Pierre uscì di casa corrucciato, con il suo solito sguardo di ghiaccio e si infilò le mani in tasca.
Quando arrivò da me, sembrava un bambino alla quale hanno appena spento il televisore mentre guardava “Surprise! It's Edible! Incredible!” o “Yam Roll”.
“Mia madre mi ha sbattuto fuori di casa”.
“Come sarebbe…”.
“Ha detto “Cosa ti ho insegnato? Dove sono finiti tutti gli anni che hai passato in questa casa? Come si fa a mollare in auto la propria ragazza!” e mi ha sbattuto fuori”.
Lo fissai per qualche secondo e poi scoppiai a ridere.
“Davvero divertente, Ally”.
“Si infatti”.
Aprii lo sportello e scesi dall’auto.
“Sono sicura che tua madre ed io andremmo davvero d’accordo”.
“Certo. Do sui nervi ad entrambe”.
Mi alzai sulle punte dei piedi e gli diedi un bacio e lui sorrise facendo scivolare le sue dita fra le mie.
“Andiamo”.
Quando stavamo per bussare, la porta si aprì ancora e una signora dall’aria gentile mi rivolse un grande sorriso.
I canadesi e i loro modi gentili.
“Tu devi essere Alison”.
“Si, tanto piacere di conoscerla signora”.
“Luise, chiamami Luise”.
Mi passò un braccio attorno alle spalle e mi fece entrare in casa.
Pierre chiuse la porta alle nostre spalle e ci seguì in silenzio.
Sui muri dell’ingresso c’erano attaccati i diversi dischi della band di Pierre che mi facevano avvertire l’orgoglio che dovevano avere in famiglia per i suoi successi.
Mi voltai a guardarlo e lui mi sorrise.
“Vieni, il padre di Pierre è da questa parte. Scusa mio figlio e i suoi modi, spero non ti abbia trattato molte volte in questo modo”.
“Di solito ci insultiamo e litighiamo ferocemente ma poi va tutto per la meglio”.
“Come con i suoi fratelli” rispose ridendo.
Arrivammo nella grande cucina bianca dove due ragazzi, quasi le copie abbellite di Pierre, erano seduti attorno al tavolo bevendo caffè e lanciandosi cartine.
“Ragazzi”, li richiamò Luise e i due ridacchiarono cercando di assumere un’aria seria mentre si alzavano venendoci in contro.
“Ehi fratellino”.
“Ciao Jay. Questa è Ally”, disse spingendomi avanti a lui.
“Ehilà”.
Gli porsi la mano ma Jay si fece avanti e mi strinse in un abbraccio.
Per quanto fosse alto Pierre, non era niente in confronto a lui. Quando mi abbracciò, gli arrivai a stento al petto.
“Avanti Jonathan alza il culo e vieni a salutare la nuova ragazza di Pierre”.
“Ehilà Ally”.
“Le da fastidio quando…”.
“Na ormai non importa più Pierre”.
Mi scoccò un’occhiata cattiva e io sorrisi.
“Piacere Jonathan”.
Come aveva fatto Luise poco prima, anche lui mi passò un braccio attorno alle spalle e mi fece sedere su uno sgabello tra lui e Jay.
“Questo è lo sgabello di Pierre in realtà, ma fa lo stesso”, mi disse Jay.
“Siediti per terra tu”, scherzò Jonathan.
“Molto divertente”.
Spinse da parte il fratello e si sedette al suo posto.
“Così non vale”.
“Sono più alto e muscoloso, quindi non sfidarmi”.
“Ah non sapevo esistessero galletti canadesi”.
“Che hai detto?”.
“Devo aver sbagliato casa, perché non pensavo di avere ancora figli adolescenti”, disse una voce alle nostre spalle.
Ci voltammo tutti e quattro nello stesso istante e Jay si mise a ridere.
“Dateci un taglio tutti e due. Pierre, rispetta tuo fratello che è più grande”.
“Ben detto Papà”.
“E tu rispetta Pierre davanti alla sua ragazza”.
Pierre fissò Jonathan con sguardo trionfante e si mise a sedere vicino a me lasciandolo in piedi.
“Tu devi essere Alison, io sono Real”, mi disse sorridendo.
“Vi ha parlato così tanto di me?”, chiesi mentre gli stringevo la mano.
“Dopo che sei tornata a New York, ci ha letteralmente portato all’esasperazione”, rispose Jay.
“Non che Mamma non fosse felice di riaverlo per casa, ma era una lagna”, concluse Jonathan prima di uscire dalla cucina.
“Avrai fame immagino”.
“Da morire”.
“Allora vieni a tavola con noi. Pierre prendi le cose che mancano”.
Mi avviai con Jay e Real verso il soggiorno e lasciammo Pierre in cucina a sbuffare.
Capitolo 33Alla fine avevamo deciso per casa sua. Per l’appartamento dove non andava da mesi. Da quando aveva mollato la sua ragazza non ci aveva più messo piede ed ora eravamo lì seduti sul divano a fissare le travi del parquet.
“Allora…”.
“Già”.
“Sembriamo una coppia di liceali alla notte del Prom”, scherzò Pierre.
“Mi sento a disagio. Era casa vostra questa e…”.
“Ora non più. E’ casa mia e tu sei venuta a vivere qui, quindi è casa nostra”.
“Hai ancora una certa scorta di cretinate da dire, vero?”.
“Di quelle ne avrò sempre”.
“Allora, tu, trentenne vissuto, mi ospiti a casa tua, giusto?”.
“A casa nostra”.
“E’ carina”.
“Ha le pareti”.
“Non prendere in giro la mia prima casa canadese”, gli dissi, ridendo e dandogli un pizzico nella pancia.
“Ahi”.
“Zitto e mosca”.
Sorrise e mi passò un braccio attorno alle spalle tirandomi a lui.
“Dovremmo festeggiare”.
“Festeggiare?”.
“Si…”.
“Non mi va di uscire”.
“Aspetta”.
Si alzò in piedi e andò allo stereo impolverato su una mensola e mise in sottofondo “
The Truth” e mi porse la mano.
“Avanti”.
Lo guardai per qualche secondo e poi mi alzai dal divano.
Nella penombra della stanza, cercai di evitare i libri e i CD per terra e arrivai vicino a lui.
Feci scivolare la mia mano nella sua e lui mi passò un braccio attorno alla vita tirandomi a se.
“Sai ballare?”, gli chiesi.
“Sono negato”, rise.
“Allora, dondoliamo e basta… come ai tempi dei balli del liceo”.
“Odiavo il liceo”.
“Eri brutto?”.
“Una specie”.
Risi e sentii chiaramente lo sguardo raggelante nascergli in viso.
“Adesso non ti arrabbiare”.
“Non mi arrabbio”.
“Tono gelido”, dissi ridendo.
Continuammo a dondolare su noi stessi ancora a lungo.
La canzone finì e ripartì diverse volte prima che Pierre si arrendesse a dire “non ne posso più”.
“Ti stanchi così in fretta?”.
Si staccò e mi guardò dritto in viso.
“Alludevi?”.
“Sei un pervertito”.
Ridendo mi staccai da lui e mi voltai le diverse porte che davano sul corridoio.
“Dove trovo la mia camera da letto?”.
“Nostra camera da letto”.
Sorridendo, mi venne in contro e mi prese ancora una volta la mano guidandomi verso la porta alla fine del corridoio lungo e bianco.
*
Pierre p.o.v.La luce del sole entrò dalla finestra e mi colpì in piena faccia.
Provai a cercare l'oscurità sotto al cuscino, ma Ally arrivò con il caffè e l'odore penetrante mi risvegliò definitivamente.
“Devi andare a lavoro”.
“Che?”.
“Ha chiamato Pat. Ha detto “digli di alzare le chiappe dal letto e muoversi a venire qui. La vacanza è finita e dobbiamo iniziare a pensare al nuovo CD” e gli ho detto che alcuni brani ce li hai già in testa…”.
“Ho scritto solo…”.
“Lo so. Però così ha smesso di urlare”.
“Quindi posso stare a casa?”.
“No”.
Sorrise e si piegò a darmi un bacio mettendomi in mano la tazza di caffè fumante.
“Sarà qui tra dieci minuti. Alza le chiappe e vai a lavorare”.
“Tu che farai?”.
“Vado a vedere se mi ridanno il mio posto di lavoro”.
“Potresti venire con me. Oggi è lunedì, giusto?”.
“Già”.
“Allora ci saranno anche Audrey e France. Così le conosci”.
“Chi sono?”.
“La ragazza di David e la moglie di Jeff”.
Alzò il lenzuolo e si stese vicino a me.
“Mmm…”.
“Che c’è?”.
“Moglie?”.
“Si”.
“Non vi ci vedo sposati, nessuno di voi per dirla tutta”.
“Lui è fantastico. Come marito e come padre è perfetto”.
“Tu come marito dovresti essere decente…”.
“Non ce la fai a non fare battutine vero?”.
“E’ più forte di me”.
Appoggiò la testa sul mio braccio e sospirò.
“Come padre, saresti fantastico”.
Questa volta era seria ma non si voltò verso di me. Continuò a fissare il muro davanti a noi persa nei suoi pensieri.
Capitolo 34Era passato quasi un mese da quando eravamo tornati a Montreal ed era stato come tornare in famiglia dopo un lungo viaggio.
Il giorno in cui Pierre mi riportò nello studio con se e ritrovai i ragazzi, mi sembrò di non essere mai partita.
Quel giorno ho anche conosciuto Audrey e France.
Con Audrey ho avuto diversi problemi a stringere un rapporto di amicizia, ancora adesso siamo piuttosto distanti, non sono certa di quale fosse il motivo ma sembrava che non fossimo in grado di andare d’accordo. Invece con France era stato l’esatto opposto. Era stato come trovare una sorella maggiore in lei più che un’amica e ogni volta che i ragazzi erano occupati a registrare, stavamo sempre assieme. Le davo una mano con Maya e uscivamo anche a fare shopping assieme.
Il giorno in cui iniziammo a parlare di quel certo argomento, eravamo assieme. Uno dei tanti pomeriggio passati assieme.
“Credi che sareste pronti?” mi chiede mentre si provava un vestito a fiori per la primavera imminente.
Scossi la testa. “Non saprei. Non ci ho mai veramente pensato”.
Si voltò verso di me con un sorriso. “Penso che la proteste fare”.
“Tu credi che Pierre sia tipo da matrimonio?”.
“Certo che lo è. La ragazza con cui stava prima di mettersi con te, era la sua fidanzata, stavano progettando le nozze quindi non è del tutto un pensiero fuori dal mondo per lui”.
Si diede un’ultima occhiata allo specchio prima di tornare nel camerino.
“Comunque sia, dovresti sondare il territorio”.
“Non credo di essere il tipo da matrimonio. Decisamente non penso di esserlo e poi voglio dire è Pierre… presente? Abbiamo iniziato a litigare da… beh subito praticamente”.
“Ally perché ne stiamo parlando se tu non credi faccia per te?”.
Era il momento di dire il perché di tutte le mie domande su come era essere sposata, soprattutto con una rock star che metà dell’anno non può starti vicino e come era costruire una famiglia dal nulla.
France uscì qualche minuto dopo vestita di nuovo dei suoi jeans e con il vestitino poggiato sul braccio. “Lo prendi?”.
Mi fece un cenno con il capo. “Allora? Avanti rispondimi”.
“Non lo so. L’alto giorno, quando i ragazzi erano a Los Angeles per incidere la parte vocale di una delle nuove canzoni, stavo riordinando per casa e ho trovato una scatolina blu con un anello dentro nella tasca di una sua giacca che stavo mettendo a lavare”.
Rise. “E’ veramente stupido a volte quel ragazzo”.
“Già”.
“E credi che sia per te? Che voglia chiederti di sposarlo?”.
“Non lo so”.
“E sei entrata in confusione?”.
Annuii ancora una volta con la testa. “Credo di essere terrorizzata all’idea del matrimonio. Tutto quel “Per sempre” e “In ogni momento” e “Fedele” che tutto questo comporta, mi fa paura”.
“Perché non sei sicura del vostro amore?”.
“Perché ne sono troppo sicura e solitamente rimango fregata quando mi sento così. Il che, per fortuna, non mi è successo molto spesso nei miei venticinque anni di vita”.
Restò in silenzio mentre uscivamo dal negozio e tornavamo in macchina dirette a casa per il pranzo.
“Resto convinta che tu ne debba parlare con lui. Magari era quello di Lachelle e voleva restituirlo”.
“No mi ha detto che tutte le cose che le ha regalato compresi i gioielli glieli ha lasciati”.
“E’ da Pierre in effetti”. Sospirò. “Lascia perdere ok? Non pensarci più e se ti dirà che dovrete parlare, tu non innervosirti. E ascoltalo”.
Rise. “Sarebbe bello vedervi sposati. Dico sul serio. Insomma dopo tutti i bisticci e i battibecchi e il cercare di resistervi e il fatto che lui ti sia venuto a prendere, è tutto così romantico. Dovrebbe finire proprio in questo modo o forse sarebbe meglio dire, dovrebbe ricominciare proprio tutto così e non pensarci adesso a come sarà dopo. Che tu sia la sua ragazza o sua moglie, non cambia niente. Dovrà sempre partire ma, cosa molto più importante, tornerà sempre”.
Mi passò un braccio attorno alle spalle tirandomi al suo fianco. “E se si comporta da cretino, ci sarò sempre io”.
Le sorrisi. “Sei diventa una sorta di sorella maggiore nell’ultimo mese”.
“Ho sempre desiderato una sorellina e poi Maya già ti chiama Zia. Sei della famiglia ormai, vada come vada”.
Aprii lo sportello e mi sedetti nell’auto mettendo in moto mentre France si allacciava la cintura.
“Adesso andiamo a casa a preparare il pranzo”.
Capitolo 35“Cos’è per te il vero amore?”
La sua domanda arrivò dal nulla, mentre eravamo stesi sul prato fuori casa a guardare le nuvole muoversi pigramente nel cielo primaverile azzurro e sereno.
Lasciai che passassero alcuni minuti di silenzio prima di voltarmi a guardarlo.
Pierre era ancora di profilo, ma i suoi occhi erano chiusi e sentii l’improvviso bisogno di sfiorare le sue labbra socchiuse che si piegarono in un leggero sorriso sotto al mio tocco.
“Non lo so…” bisbigliai. Allontanai la mia mano dalla sua bocca e mi voltai poggiando la testa sul suo petto prima di chiudere a mia volta gli occhi. “Non credo che le persone lo sappiano…” Feci un’altra pausa cercando le parole migliori per esprimere ciò che pensavo. Feci un profondo respiro prima di continuare. “Ogni volta che una persona si innamora, è il vero amore… finisce, fa stare male, non dura mai per sempre, ti fa avere le vertigini e ti fa volare in alto… ti fa sentire invincibile e ti fa sentire fin troppo fragile… e cosa ci resta, alla fine, sono un mucchio di ricordi, belli o brutti che siano, e la certezza di essere stati innamorati… poi arriva qualcun altro… comincia tutto daccapo e ti dici che forse, fino a quando non hai incontrato quella nuova persona, non hai mai amato veramente.” Un’altra pausa. Il vento soffiò leggero e portò con se quel fresco che c’era sempre in quella parte del Canada pur essendo Primavera e ripensai a New York. Pensai alla primavera a Manhattan, all’estate negli Hampton… c’erano ancora volte in cui sentivo come se fosse quello il posto a cui appartenevo, ma poi ricordai che semplicemente non la si può smettere di amare una città come quella, anche se ci si smette di vivere e non volevo confondere ancora una volta, la nostalgia, per senso di appartenenza.
Sentii la mano di Pierre scivolare nella mia e sorrisi. Ricordai di essere esattamente dove volevo. Di essere nel posto a cui sentivo di appartenere ormai da un anno e forse più. “Mi sono innamorata a 12 anni di un ragazzo a cui non piacevo, eppure ero certa fosse il vero amore. Mi sono innamorata a quattordici anni di un ragazzo che so amerò per sempre anche se non è andata come volevo. Ogni volta, ho creduto fosse quello il vero amore, il solo amore… poi ho capito. Per me, il vero amore, è il sapere di essere innamorata.” Non ero certa di essere riuscita a dare un senso a ciò che provavo, ma avevo fatto del mio meglio.
Una nuvola oscurò il sole sopra di noi e un brivido mi attraversò la schiena. Pierre sospirò e strinse le sue dita tra le mie. “Il nuovo Cd è quasi pronto.” Era più un sussurro che altro. “Starò via per molto tempo e non mi aspetto che tu possa sempre venire via con me. Hai le tue cose, il tuo lavoro, la tua vita… tutte cose che non mi appartengono. Non posso chiederti di seguirmi in giro per il mondo, e non posso chiederti di aspettarmi perché non sarebbe giusto. Sono cose che devi scegliere di volere.” Apro gli occhi e guardo la luce del sole riflettersi da dietro le nuvole lasciandoci nelle ombre. “Ma se tu decidessi di volere queste cose, allora, ti chiederei di…”
Sospirammo nello stesso istante e strinsi istintivamente la sua mano nella mia. Era un dare e ricevere forza. Magari stavamo esagerando ma allora, ci sembrava la cosa più importante di questo mondo. Qualcosa per cui vuoi sentirti dire “
In bocca al lupo” o “
Comunque vada, dai il meglio di te. Andrà tutto bene” si… forse stavamo esagerando… Ma non per noi.
“Ti chiederei di essere mia. Ti chiederei di sposarmi.”
Lasciai che alcuni minuti di silenzio si allargassero tra di noi. Dopo la chiacchierata con France, avevo deciso di parlare con Pierre ma dopo quasi un mese, ancora non avevo trovato il coraggio per farlo. Non ero certa se fosse maggiore la paura di scoprire che non era sua intenzione darmi quel anello, o scoprire che invece lo era. Adesso la domanda mi era stata posta, e non mi ci volle molto prima di essere sicura della mia risposta.
Chiusi gli occhi brevemente e immaginai per un attimo la mia vita se lo avessi sposato. Mi ci vedevo. Mi ci vedevo a seguirlo quando potevo, a chiamarlo quando non potevo e sbagliando sempre il fuso orario… mi vedevo in grado di aspettarlo e di essere felice ogni volta che avesse varcato la soglia di casa e fosse tornato da me. Sentii come un peso alzarsi dal mio petto e sorrisi.
Le nuvole si spostarono e il sole brillò su di noi un’altra volta. “Ne sei sicuro?” chiesi già conoscendo la sua risposta ma con il bisogno di sentirglielo dire.
“Non sono mai stato più sicuro di niente in vita mia.”
Sospirai. “Ok.”
“Ok?” La sua voce sembrò incerta.
“Facciamolo.”
Sentii il suo petto sotto di me vibrare e seppi che stava trattenendo una risatina. “Dillo.”
“Si.”
“Si, cosa?”
Pierre inarcò la schiena forzandomi ad alzare la testa e lui si piegò su di me mantenendosi sui suoi gomiti.
Lo guardai negli occhi. “Si” Guardai riflessa nei suoi occhi la stessa luce che ero certa fosse presente nei miei. “Si ti sposerò. Ti sposerò.”
Sentii le sue dita tra i miei capelli mentre avvicinava le sue labbra alle mie. Quando ci staccammo l’uno dall’altra, lo guardai dritto nei suoi occhi. Pierre sospirò e si mordette il labbro inferiore. “Non mi dire che stai avendo ripensamenti?”
“No. Neanche uno” disse con un sorriso sincero in viso.
Gli sorrisi in risposta e portai ancora una volta le nostre labbra. Si… potevamo farcela. Sarebbe andato tutto bene.