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| Capitolo 1
“Dove eri finito?”, chiese Dean. “A fare colazione. Credo che dovresti leggere questo articolo”. Sam buttò il giornale spiegazzato sulla pancia del fratello che scattò a sedersi tra le coperte. Fece scorrere gli occhi velocemente sulla pagina aperta e quando arrivò al titolo in nero del terzo articolo gli si fermò il cuore. “Madre muore in un terribile incidente domestico e lascia il figlio di dieci anni da solo”. La foto della donna gli diede la conferma che si trattasse di lei ma continuò a leggere l’articolo fino in fondo scoprendo che Ben adesso era affidato al piccolo orfanotrofio di Cicero poiché Lisa non aveva parenti. “Sam?”. “Ho fatto il pieno alla macchina. Possiamo partire quando vuoi”. Dean annuì con la testa buttando il giornale in terra. “Vuoi restare solo?”, gli chiese il fratello. “No. Mi vesto e poi possiamo andarcene”. “Vado a pagare la stanza”. “Grazie”. Sam osservò il fratello alzarsi e dirigersi verso il bagno e appena la porta si fu chiusa alle sue spalle, decise di lasciarlo solo e usare la scusa del pagamento del Motel per fargli sfogare il dolore senza che si sentisse obbligato a non crollare. Erano passati due anni dall’ultima volta in cui erano stati nell’Indiana a Cicero a trovare Lisa con la scusa di una caccia. Sam ricordava ancora come si era sentito deluso Dean, nello scoprire che quel ragazzino tanto uguale a lui non era suo figlio. Quel viaggio aveva fatto emergere il lato paterno del fratello e anche se non avevano più parlato di Ben, era certo che non avesse smesso di pensarci del tutto. Nel giro di mezz’ora i fratelli erano in viaggio verso l’Indiana. Il caso aveva voluto che fossero a Columbus a cacciare il che voleva dire che in poco più di tre ore avrebbero attraversato l’Ohio e sarebbero arrivati a Cicero. “Cosa farai quando saremo lì?”, chiese Sam mentre erano lanciati a tutta velocità sulla strada. “Non lo so”. “E’ morta due giorni fa. Potrebbero aver affidato Ben a qualcuno”. “Non importa dobbiamo trovarlo”. “Dean…”, sospirò prima di continuare. Non voleva metterlo ulteriormente di cattivo umore. “Non te lo daranno mai. Non sei suo padre e ne tanto meno un tutore legale”. Non ci fu una risposta e il viaggio continuò nel silenzio. Quando arrivarono a destinazione si era fatto pomeriggio e prima di andare a cercare un Motel si diressero all’orfanotrofio. Dean lasciò che fosse Sam a parlare con la segretaria. Era sempre lui il fratello più diplomatico e in quel caso era più utile che mai. “Mi dispiace ma se non siete genitori o una coppia in cerca di adozioni non posso farvi vedere i bambini”. “Dovremmo parlare con il direttore”. “Per quale bambino?”. “Benjamin Braeden”, si intromise Dean. “Oh aspetti un momento. Lei è Dean Winchester?”. “Come…”. “Deve andare a parlare con il direttore assolutamente. Lei aspetti qui”, disse infine rivolto a Sam mentre portava Dean nell’ufficio del direttore dell’orfanotrofio. “Avanti”. “C’è Dean Winchester, direttore”. “Oh buon giorno, si accomodi. Vada pure Mary”. I due restarono soli nella piccola stanza tutta in legno e Dean aspettò che il direttore si decidesse a dirgli qualcosa. “Quando la signorina Braeden è morta, ha lasciato ovviamente un testamento. La cosa più importante che vi era è una lettera, indirizzata a lei e un’altra che ha lasciato per chiunque avesse preso Ben in custodia”. “Cosa…cosa c’era scritto nella lettera?”. “Che lei, signor Winchester, è il tutore legale di Ben in quanto suo padre”. “Lui non è mio figlio”. “Secondo quanto scritto dalla signorina Braeden si invece e per questo ci è stato dato in affidamento il bambino dalle autorità fin quando non fossero stati in grado di rintracciarla. Lavoro che si è rivelato alquanto impossibile fino ad oggi”. “Ho letto sul giornale che era morta e sono venuto a vedere Ben come stava”. “Non molto bene, temo. Non parla con nessuno da quando sua madre è morta ed è diventato anche piuttosto violento. E sono passati soltanto due giorni. Se lei non fosse arrivato…”. “Quindi posso prendermelo?”. “Si. A termini di legge si ma ovviamente se non si sente in grado di prendersi questa responsabilità, forse dovrebbe lasciar perdere. Ha una moglie?”. “No”. “Capisco”. “Non glielo lascerò. Mi dia Ben e ce ne andremo”. “Prima legga la lettera della signorina Braeden”. Il direttore estrasse da uno dei cassetti della scrivania una lettera che porse a Dean che la lesse in fretta. Non vi era scritto molto ma soltanto che si scusava di aver detto che Ben era suo figlio ma che era stato l’unico modo per essere certa che glielo lasciassero prendere e per non farlo finire abbandonato in un orfanotrofio per la vita. Gli affidava suo figlio perché se ne prendesse cura perché era stato l’uomo migliore che aveva conosciuto e l’unico di cui sapeva di potersi fidare. “Prenderò io Ben”. “Se ne è…”. “Sicurissimo”. “Molto bene. Venga pure con me”. L’uomo sulla quarantina si alzò da dietro la scrivania e lo precedette in corridoio. Quando passarono nell’ingresso Dean fece cenno a Sam di seguirlo e insieme furono portati nel grande giardino sul retro dell’edificio. Quasi tutti i bambini stavano giocando ma Ben era seduto su di una panchina in silenzio senza badare a nessuno. Senza alzare lo sguardo dall’erba ai suoi piedi. “Come ho già detto non socializza con nessuno”. Dean ignorò le parole del direttore e si avvicinò al bambino che non alzò gli occhi da terra neanche quando vide le scarpe di Dean fermarglisi davanti. “Ehi Ben? Ti ricordi di me?”. Il ragazzino alzò soltanto allora lo sguardo e quando vide il sorriso sul volto di Dean si alzò e lo abbracciò forte. “Sei venuto”, disse, stringendolo forte. Dean lo abbracciò a sua volta accarezzandogli la testa. “Tutto bene?”. “Adesso va meglio. Andiamo via vero?”, chiese guardandolo negli occhi. “Si certo. Vieni a conoscere lo Zio Sam, avanti”. I due si avvicinarono a Sam e al direttore. “Sei lo Zio Sam?”. “Zio Sam?”. “Si è lui”, disse Dean ridendo. Sam sorrise e annuì con la testa. “A quanto pare lo sono”. “Possiamo andare?”. “Temo che tu debba aspettare, Ben. Il tuo papà deve firmare qualche carta prima che ti possa portare via”. “Tu va pure resto io a giocare con lui”, disse Sam rivolto al fratello. Dopo due ore, quando ormai la sera si stava facendo sempre più vicina, i tre salirono sull’Impala. “Hai una macchina fichissima”, disse Ben dal sedile posteriore. “Lo so”. Sam rise scuotendo la testa. “Andiamo a mangiare qualcosa avanti”. “La prima cosa da imparare Ben, è che il fratello divertente sono io”, disse Dean facendo ridere il bambino seduto sul sedile posteriore. “Dove andremo adesso? Dopo aver fatto cena?”. “Staremo qui per la notte e domani ripartiremo”, rispose Dean. Ben si allungò sul sedile e abbracciò Dean al collo. “Sei il più forte”. Poi si voltò verso Sam e disse “Anche tu sono sicuro che non sei niente male”. “Proprio identici vero?”. I tre sorrisero tutti quanti mentre si dirigevano verso la tavola calda e poi a cercare un motel.
Capitolo 2
“Ehm…ehi Dean?”. “Mmm?”. “Forse dovresti parlargli. Di…Lisa”. “Intendi quelle cose che fai tu di mettere in mostra i propri sentimenti e piangere e tutto il resto?”. “Ok ho capito lascia perdere”. Dean sospirò lasciando la pistola sul tavola e andando da Ben che guardava i cartoni poco lontano da loro. Si sedette ai piedi della poltrona e restò in silenzio qualche minuto facendo finta di guardare i cartoni con lui prima di iniziare a parlare. “Ehi, Ben?”. “Mmm?”. Sam sorrise nel trovare così uguale perfino il mondo di rispondere in quei due. “Niente chiacchiere da femminucce giusto?”. “Giusto”. “Però…se…diciamo ti andasse di…”. “Va tutto bene”. “Sai quando è morta la mia mamma ho pianto anche io”. Ben si voltò a guardare Dean negli occhi. “Davvero?”. “Certo”. “E poi cosa hai fatto?”. “Mi sono preso cura di Sam e di mio padre e quando sono stato abbastanza grande da poterlo fare, ho dato la caccia a quella cosa che l’aveva ammazzata. In un certo senso almeno”. “Dean?”. “Mmm?”. Ben sospirò prima di continuare a parlare. “Mi dispiace per la mamma. Mi manca tanto”. “Lo so”. “Però è ok se adesso sono con te. Lei aveva detto che dovevo chiamarti se le succedeva qualcosa, ma non avevo il tuo numero ma sapevo che sareste arrivati. Lo sapeva anche lei”. “Aspetta, Ben. La mamma ti aveva detto di stare attento?”, si intromise Sam. “Che c’era qualcosa che poteva andare male?”. “Era strana negli ultimi giorni”. “E tu hai notato niente di particolare intorno alla casa o…”. “No. C’era solo una ragazza che veniva spesso a trovarci. Si era presentata come una vecchia amica del college ma la mamma non è mai andata al college, però l’ha sempre fatta entrare lo stesso anche se sembrava spaventata”. Dean guardò Sam che capì che il fratello voleva parlargli da solo e così andarono fuori dalla stanza del motel mentre Ben si metteva di nuovo a guardare i cartoni a tutto volume. “Sai che vuole dire questo, Dean?”. “Demoni”. “Ascolta…”. “Dobbiamo trovare quel figlio di puttana che ha fatto questo ed eliminarlo”. “Lo so, però…”. “Cosa?”. “Ricorda che ora c’è anche Ben”. “Lo so”. Dean si perse tra i suoi pensieri mentre Sam aspettava che il fratello decidesse cosa fare. “Portiamolo da Ellen”. “Alla Roadhouse?”. “Si. Credi sia il posto migliore per un bambino?”. “Ellen ci ha cresciuto Jo”. “Lei è una cacciatrice”. “Appunto. Sarà al sicuro”. Dean tornò nella piccola stanza e diede una mano a Ben a preparare le sue valigie e dopo quasi tre ore di macchina, erano ormai giusti alla Roadhouse. Dean svegliò Ben che dormiva sul sedile posteriore dell’Impala e lo portò dentro mentre Sam andava a fare alcune ricerche con Ash nella città più vicina. “Devo comportarmi bene?”. “Comportati normalmente. Non sono persone che badano a queste cose. Ti piaceranno vedrai”. “A te piacciono?”. “Ellen mi spaventa”. “Spaventa?”, chiese Ben ridendo. “Già”. Si avvicinarono al bancone dove Jo e Ellen stavano discutendo ancora una volta sulla sua scelta di fare la cacciatrice come suo padre. “Signore?”, chiese Dean con un colpo di tosse per far notare la loro presenza nel posto. “Oh Dean”, disse Ellen. “Era soltanto una piccola discussione niente di grave. Devo uscire adesso. Jo bada alla baracca”. “Lo sai che lo farò, mamma”. Ellen uscì quasi di corsa dalla Roadhouse e Dean si sedette su uno degli sgabelli del bancone assieme a Ben. “Chi sei?”, chiese Jo sorridendo. “Ben”. “Che ci fai con questo tizio? E’ una cattiva compagnia lo sai?”. “Grazie per le parole gentili”, rispose Dean. Jo fissò per qualche istante Dean e Ben seduti alla stessa maniera sugli sgabelli che si guardavano attorno. “Che c’è?” chiese. “E’ tuo figlio?”. Dean sorrise scompigliando con una mano i capelli a Ben. “Una specie”. “Lui è il migliore non è vero?”, disse il bambino nello stesso modo di Dean. “Si certo che lo è”. Guardò ancora una volta quei due avvertendo una strana sensazione dentro di se. “Allora. Cosa porto ai ragazzi Winchester?”. “Una birra”. “Anche per me”, disse Ben. Jo guardò Dean alzando un sopracciglio e incrociando le braccia al petto. “Che c’è? Non ho fatto niente?”. “Dovresti cambiare un po’ adesso”. “Coca cola per tutti e due?”. “Adesso va meglio”. Si voltò con le spalle verso di loro per prendere le coche e Ben si avvicinò a Dean sussurrandogli nell’orecchio “E’ carina”. “Lo so”. “Vi sento ragazzi”, disse e tutti e tre scoppiarono a ridere. Sam entrò con Ash nel locale e vide per la prima volta dopo tanto tempo suo fratello di nuovo felice. “Ehi dudes”. “Ehi dude”, dissero nello stesso tempo Ben e Dean. “Sei sicuro non sia tuo figlio?”, chiese Jo. “Vorrei lo fosse”. Per un momento Dean tornò ad avere la sua solita espressione dura ma di chi è ferito ma Sam battè le sue mani dicendo “Abbiamo trovato qualcosa”. “Davvero?”. “Si. Alcune persone nelle vicinanze di Cicero sono morte in cause sospette. Hanno chiuso ogni volta le indagini perché le morti sembravano incidenti domestici, ma sono morti tutti in casa, con le porte tutte chiuse dall’interno esattamente come è successo a Lisa”. “Allora abbiamo qualcosa da fare”. Dean saltò in piedi dirigendosi verso la porte. “Ben tu resti qui”. “Non esiste”. Sam e Jo sorrisero scuotendo le teste. “E’ esattamente come te”, disse Sammy. “Saresti restato a casa mentre papà cacciava? Di tua volontà intendo. Eri costretto a restare indietro per colpa mia ma Ben non ha niente che lo forzi a non seguirti ovunque. Non puoi prendertela”. “E’ troppo piccolo”. “Non sono un bambino”. “Si che lo sei. Resti qui con Jo”. Ben tornò verso il tavolo e si arrampicò su uno degli sgabelli e Sam gli sorrise dicendogli “Ascolta, benvenuto nel club. Tende ad essere un po’ iperprotettivo. Adesso ho 26 anni e pensa ancora che io abbia bisogno che lui si prenda cura di me in ogni momento. Non cambierà. Noi siamo i bambini e lui è l’uomo”. Ben mise la stessa espressione contrariata che normalmente era sulla viso di Dean e voltandogli la spalle iniziò di nuovo a bere la sua coca-cola. “Bene allora, Dean!”, disse arrabbiato. Uscendo all’aperto con Sam, Dean sorrise e scosse la testa.
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