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Capitolo 4
view post Posted on 31/8/2008, 22:47Quote
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Groupie

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Capitolo 4




Justine scese a due a due i gradini della grande scala in legno che troneggiava nell’ingresso di casa Fisher.
“Arrivederci signora Fisher!” salutò senza neanche fermarsi un secondo, diretta verso la porta principale.
Una volta che fu in strada si soffermò con lo sguardo sulla grande casa bianca lì affianco.
Non avrebbe potuto essere scambiata difficilmente per una casa degli orrori, a pensarci bene.
Certo, adesso che era ristrutturata e piena di vita, aveva un aspetto molto più vivibile di quando era completamente abbandonata e lasciata a se stessa.
Non a caso era scelta come meta prediletta di tutti i ragazzini del quartiere la notte di Halloween.
Adesso dove sarebbero andati a spaventarsi fino alla morte?
Non che fosse un problema che la riguardava da vicino. Lei non aveva mai festeggiato Halloween. Perlomeno non nel senso tradizionale del termine.
Niente “trick or treating” e vagonate di dolcetti da mangiarsi insieme agli amici i giorni successivi, niente costume da streghetta e soprattutto niente decorazioni al portico di casa.
Sua madre insisteva per celebrare il rito “a contatto con gli spiriti della natura che ci circondano” o qualche altra cosa naturalista del genere, per cui l’unica cosa di vagamente simile al resto della popolazione anglosassone che avevano, era una Jack ‘o Lantern, tonda e arancione, che troneggiava sulle scale del portico.
Justine sospirò passando accanto alla Ford Mustang arancione posteggiata nel retro del giardino. Probabilmente era della ragazza bionda che aveva salutato prima.
Quanto le sarebbe piaciuto avere una macchina tutta per sé…ma credeva che se avesse confidato quel pensiero alla madre, le sarebbe venuto un colpo.
“Niente aggeggi infernali inquinanti, come macchine, moto e via dicendo…chiaro?” ecco cosa le ripeteva ogni santa volta che si intraprendeva la questione.
Per un solo momento si immaginò alla guida di una macchina del genere nelle strade assolate della California, con i capelli al vento e la musica nello stereo.
Non sapeva perché, ma nelle sue fantasie c’erano sempre le strade assolate della California.
Forse perché era il posto più odiato da sua madre, e lei per pura ribellione adolescenziale, sognava di andare a vivere proprio lì un giorno.
Martin.
Ecco che il pensiero dell’amico scomparso le ripiombò in testa con la stessa fretta con cui se l’era dimenticato.
Cosa doveva fare?
Dirlo a sua madre? Avvertire la polizia? Le sembrava che nessuna delle alternative avesse senso.
In fondo poteva anche essere che Martin si stesse semplicemente nascondendo, magari era arrivata anche per lui la fase di infrangimento delle regole e aveva deciso di combattere il sistema. Dopotutto, un tipo strano lo era sempre stato.
Ma sì, forse si stava preoccupando inutilmente. L’indomani lo avrebbe trovato come sempre ad aspettare lo scuolabus. Lei gli avrebbe chiesto dove fosse andato il giorno prima e lui si sarebbe limitato ad una scrollata di spalla. Fine della storia.
Poteva anche non essere così comunque…una piccola parte di Justine urlava per farsi ascoltare…poteva essere qualcosa di infinitamente più serio, qualcosa di troppo grande per una ragazzina di 16 anni come lei.
Di nuovo il senso di smarrimento che l’aveva svegliata quella mattina, si impossessò di lei, bloccandole il respiro.
Per una frazione di secondo la sua mente corse verso il limitare della foresta di conifere, quella parte dove il ruscello verdeggiante si faceva più profondo, verso macchine della polizia e della Scientifica, verso radioline accese che gracchiavano ordini sconclusionati, e si vide in sella alla sua bicicletta viola mentre tentava di capirci qualcosa in tutto quel caos di macchine e di gente.
Non poteva essere così. Ricacciò immediatamente quel pensiero nei reconditi mentali dai quali era saltato fuori.
Martin stava bene. Solo non aveva la più pallida idea di dove si trovasse al momento.
Dette un’ultima occhiata alla casa bianca prima di lasciarsela alle spalle e proseguire sulla strada, quando si accorse che la ragazza bionda era comparsa sulla soglia. Istintivamente si fermò e rimase a guardarla.
“Ciao” fece lei dopo qualche secondo, essendosi accorta di essere osservata.
Scese i gradini del portico e si avvicinò.
“Eri tu alla finestra prima, vero?” chiese gentile.
Aveva un bel sorriso ampio e due paia di occhi turchesi brillanti.
“Sì”
La ragazza annuì continuando a sorridere. Justine pensò che doveva essere il tipo di persona che cerca di farti sentire a tuo agio a tutti i costi.
“Io mi chiamo Tracy” le porse la mano e Justine si ritrovò a stringerla quasi senza rendersene conto. Quando era stata l’ultima volta che si era presentata a qualcuno?
“Lasciami indovinare…ti chiami Sarah” continuò Tracy, sempre sorridendole.
Justine la guardò confusa e tolse la propria mano dalla stretta.
“Ehm..veramente no..”
“Oh beh…pensavo che non mi avessi detto il tuo nome perché era banale, ovvio e scontato come Sarah…Sarah è il classico nome banale ovvio e scontato ed è un dato di fatto che almeno una delle tue amiche si chiami Sarah”
“Nessuna delle mie amiche si chiama Sarah…”
Il sorriso raggiante di Tracy si spense e con una rapidità che Justine non credeva possibile il suo tono cambiò.
“Ok senti perché non mi dici il tuo nome e la facciamo finita? Mi sono stancata di recitare la parte della ragazza felice e contenta di fare nuove amicizie. Non lo sono affatto. Io non voglio nuove amicizie. Rivoglio quelle di prima, ma dal momento che questo non mi è possibile, potresti almeno sforzarti di rendermi le cose facili?”
“Potrei non saperlo fare…”
“Ok adesso mi stai spaventando…
“Non sei la prima che me lo dice”
“Lo credo” lo sguardo di Tracy si fece più profondo “Comunque non sei male…stranezze a parte…”
“Beh grazie…”
Lo sguardo di Tracy indugiò ancora per qualche istante su Justine “Vieni con me” esclamò, prima di afferrarla per mano e trascinarla verso il giardino sul retro.
“Cosa…ma che fai?”
“Mai sentito parlare di ‘Hey Tracy ti aiuto ad ambientarti in città!’??”
“No”
Tracy sospirò “Non importa…mi ambienterò da sola, ma ho comunque bisogno di qualcuno che mi indichi la strada”
“Guarda che non sono pratica della città…io vivo al limitare del bosco…” si difese Justine.
“Perché questo non mi stupisce?”
Tracy si frugò nella tasca posteriore dei jeans e ne estrasse un paio di chiavi, poi indicò la Mustang arancione, parcheggiata di fronte al garage.
“Questa è la mia bambina…magari un giorno lontano potrei anche fartela provare…se si scoprirà che mi vai a genio, ovviamente…”
Justine sorrise “Io sono Justine” esclamò, dopo un secondo.
Tracy si voltò a guardarla, e alzò gli occhi al cielo, poi scosse la testa e si mise a ridere “Penso che potresti davvero andarmi a genio un giorno”
 
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