Capitolo 1
Da quando erano iniziate le vacanze estive, passavamo molto più tempo assieme e Charlie finalmente sembrava fidarsi di lui quel tanto che bastava da farci restare da soli in soggiorno per un pò di tempo.
Mi lasciava anche uscire più spesso con lui, probabilmente perchè Alice aveva preso l'abitudine di stare da noi tutto il giorno e questo metteva Charlie di ottimo umore per quando, arrivata la sera, Edward si presentava alla porta per andare non si sapeva dove.
Era imbattile nel restare vago, nessuno ci riusciva come lui. Potrei quasi dire che era abilmente capace di raggirarti con i tuoi stessi pensieri.
Dopo cena anche quella sera, avevo dato la buona notte ed ero salita in camera con tutta l'agilità che potevo avere avendo una gamba ingessata e un equilibrio molto più che precario e lo avevo trovato come sempre disteso sul letto a fissare il soffitto con le braccia piegate sotto la testa mentre Alice se ne stava seduta sulla poltrona nella pen'ombra ad aspettare di darmi una mano a cambiarmi per poter poi tornare da Jasper.
Lei non faceva solitamente parte dell'arredamento notturno della mia stanza ma siccome cercare di svestirmi e rivestirmi da sola era più complicato del previsto, lei veniva sempre a darmi una mano.
La mattina Edward usciva e Alice entrava dalla stessa finestra, con la stessa grazia del fratello, mi dava una mano a vestirmi poi ne riusciva e scendeva di sotto bussando alla porta avendo dato tutto il tempo a lui di correre a casa,cambiarsi, prendere l'auto e far vedere che come sempre erano arrivati insieme per portarmi a scuola e anche se ora eravamo in vacanza, la cosa si ripeteva comunque ogni giorno anche se poi una volta uscita dalla finestra, Alice tornava a casa e Edward arrivava da solo.
Ora la luna illuminava la sua pelle di marmo mentre io disegnavo il contorno della sua bocca con le dita.
"Non eravamo d'accordo che avrei fatto finta di dormire per farti dormire?", mi disse. La voce bassa, quasi un sussurro, uscì dalle sue labbra perfette.
"Se parli non vale".
"Tu sei sveglia. Non vale neanche questo".
Aprì gli occhi di quel caldo color del miele e mi fissò con fermezza.
Era chiaro che non intendeva lasciarmi giocare ancora a lungo. Anche se era lui quello a saper leggere nel pensiero, ero diventata abbastanza brava a capire in fretta cosa gli passasse per la testa.
"Stai per dirmi che devo smetterla e dormire giusto?".
"Giusto".
"Domani mattina ci sarai?".
"Lo sai, sarò qui con te".
Questa volta, le sue labbra si piegarono in un sorriso che mi fece sciogliere il cuore e sentii il sangue fluirmi alle guancie colorandole di un intenso rosso scarlatto.
"Se fai così non ti addormenterai mai".
"Vero, ma ho sempre paura ad addormentarmi lo sai?".
Abbassai gli occhi, allontanandoli dai suoi e ritirando le dita ormai fredde dal suo viso, stringendomi contro di lui.
"Perchè?".
"Perchè mi aspetto sempre di vederti sprarire in una nuvoletta di fumo". Eccomi a confessare una delle mie più grandi paure. Forse la più grande.
"Sono quelle cose che non accadono".
"Sono?".
"Si. Pensavo al fatto che sto ancora aspettando che lo schock ti faccia scappare via da me".
"Paura molto più che infondata, lo sai bene".
"Come lo è la tua del resto", mi prese il viso tra le mani e mi fissò ancora. "Sono qui Bella, e sono reale".
Questa volta furono le mie labbra a piegarsi in un sorriso e quel brivido di freddo così familiare ogni volta che mi sfiorava, mi fece sentire di nuovo serena.
Mi spostò una ciocca di capelli dietro all'orecchio e poi chiuse gli occhi.
"Ora dormiamo?".
"Come vuoi".
"Ti arrendi così facilmente?", disse alzando una delle sopracciglie perfette sugli occhi ancora perfettamente chiusi.
"Sei così bello quando dormi che stanca guardarti".
"Stai già dormendo? Sei passata alle cose senza senso da dire".
"Per me un senso, ce lo hanno e come".
"Oh Bella, un giorno capirai che mostro io sia e ti accorgerai che esageri. Non sono l'essere perfetto che credi".
"Per me lo sei. Sai già anche questo".
Restammo in silenzio qualche minuto. Mi aspettavo ancora di sentire un cuore battere in quel torace perfetto quando stavamo così vicini e ogni volta che mi ritrovavo a pensare a ciò, ridevo di me stessa, lieta ancora una volta che non potesse sapere cosa avevo in mente.
"Edward?", sussurai. "Dormi?". Sbirciai il suo volto socchiudendo gli occhi.
"Ci sto provando", un espressione corrucciata gli increspò la fronte. "Ma temo di aver scrodato come si faccia".
"Volevo solo dirti che ti amo. Ora posso dormire".
Ecco di nuovo quel sorriso mentre si girava verso di me e spalancava quegli occhi che amavo tanto.
"Continuo a chiedermi come tu possa amare un mostro".
"Se tu lo fossi, allora non ti amerei", dissi sicura.
"Ti amo mia Bella. Ora dormi, ci ritroveremo domani nella realtà".
"Sciocco".
Lo avevo detto ad alta voce?
"Scusa?".
Evidentemente si.
"Dicevo che sei uno sciocco". Mi sopresi di me stessa.
"Lo avevo capito. Ma saresti così gentile da spiegarmi il perchè?".
"Hai appena detto "Ci ritroveremo domani nella realtà". Che cosa sciocca da dire. Io ti ritrovo in ogni mio sogno e la realtà non mi sembra più tale da quando sei entrato nella mia vita. Potresti benissimo essere un sogno anche in quella. Un sogno perfetto ad occhi aperti. Non ho proprio bisogno della realtà", gli risposi,guardandolo ora negli occhi, ma mantenendo perfettamente il controllo, senza arrossire per aver detto ad alta voce quello che era un pensiero fisso nella mia testa.
"Ma io non ho altro che la realtà,Bella". La sua voce si fece improvvisamente stanca e una nota di tristezza fu chiara in essa.
"Ci basterà. La tua realtà è fatta dei miei sogni. Non abbiamo problemi, almeno su questo", gli risposi.
"I sogni finiscono".
"Anche la realtà quando chiudi gli occhi".
Mi sorpresi che per una volta le frasi ad effetto fossero mie e non sue. Magari, stare con lui, mi rendeva più intelliggente.
Lo vidi ancora preoccupato e pensieroso. Lui pensava sempre troppo. Era costretto a farlo con un disastro come me al suo fianco.
Mi allungai su di lui posando leggere le mie labbra sulle sue.
Edward strinse le sue braccia attorno a me ma dopo qualche secondo si rilassò.
Alzai il viso e lo guardai negli occhi.
No, non poteva essere un mostro. Non il mio Edward. Non quando eravamo solo noi due e mi faceva sentire così felice di essere con lui. Così felice che lui avesse potuto trovare in me qualcosa di speciale, tanto da cambiare il suo modo di essere e arrivare ad accettare i miei amici pur di stare con me anche se aveva odiato la compagnia umana per quasi un secolo. Non che io avessi mai potuto preferire loro a lui, ovviamente. Bastava me lo chiedesse, e avrei preferito lui a chiunque.
"Buona notte Edward".
"Buona notte mio dolce amore".
Tirò la coperta su di lui e io appoggiai la testa su quel petto vuoto che per me, sarebbe sempre risuonato di un cuore e mi addormentai sentendo la sua mano accarezzarmi i capelli.
Era bello dopo aver passato un mese ad avere incubi su un vampiro che cercava di uccidermi, riuscire a dormire tranquillamente, ma la parte che preferivo era svegliarmi e trovarne uno pronto a sopportarmi tutto il giorno con i miei lamenti, i capricci e le mille domande.
Stesi un braccio nel letto alla ricerca del suo corpo freddo ma non lo trovai.
Mi misi a sedere di scatto fra le coperte e lo vidi seduto sulla sedia a dondolo nell'angolo della stanza.
"Tremavi mentre dormivi, così mi sono spostato", mi disse con un sorriso alzandosi e facendo qualche passo così da sedersi davanti a me.
"Non dovevi".
"Bella", ecco quel suo solito tono di pronunciare il mio nome. Quello che usava sempre quando ne aveva abbastanza del mio comportamento e voleva lasciar ben intendere che non voleva continuare una discussione che avrebbe vinto comunque. Come sempre.
Prese ad osservarmi con la stessa aria dei primi giorni.
Quell'espressione curiosa e anche infastidita di quando cercava di capire perchè la mia mente dovesse restare un segreto anche per lui come per gli altri.
"Che-Che c'è?".
"Non hai avuto ancora incubi?".
"No questa notte no. Perchè?".
"Perchè sei rimasta in silenzio tutto il tempo".
"Ti sarà mancato il tuo show preferito allora".
Alzai le coperte e mi misi in piedi facendo attenzione a non inciampare. Più che per il dolore che mi avrebbe causato cadere, ero preoccupata del fatto che Charlie si svegliasse e venisse di sopra, constringendo Edward ad andare via prima del tempo.
"Si", rispose piano.
Mi voltai a fissarlo e un sorriso divertito gli increspò il volto.
"Bella, sai quanto odi non poter sapere cosa pensi. Sapere cosa accade nella tua mente, mi renderebbe assai più facile prevenire le sventure che riesci a procurarti".
"Se avessi saputo cosa avevo in testa, sarei stata una come le altre per te, probabilmente mi avresti già morso e non sarei qui".
Le labbra che erano piegate in un sorriso, divennero dritte e il suo volto tornò quello duro di sempre.
"Scusa".
"Di che? Hai perfettamente ragione. Se tu non avessi avuto questa tua dote, probabilmente non mi sarei incuriosito e piuttosto di scappare in Alaska e impedirmi di volere il tuo sangue, avrei portato a termine il mio piano, ti avrei aspettato fuori scuola e ti avrei ucciso. Non mi devi delle scuse Bella, non direi proprio".
"Invece si che te le devo. Oltre a doverti obbligare a stare a sentire tutte le mie continue lamentele, mi metto anche a fare stupide battute che ti fanno arrabiare. Scusa, davvero".
Si sforzò di sorridere e si alzò in piedi venendo ad abbracciarmi.
"Prima della tua
battuta, stavo cercando di farti capire il perchè mi piace sentirti parlare nel sonno. Ti va di lasciarmi spiegare prima che a furia di innervosirti ti vengano le rughe?".
Alzai il viso dal suo petto e lo fissai negli occhi certa di avere un'espressione mista tra rabia e tristezza. Lo sapeva quanto ci tenevo alla questione dell'età. La sua pelle di marmo non si sarebbe mai rovinata con delle stupide rughe, mentre io invece avrei dovuto usare litri di tonico anti-età finchè non fossi riuscita a convincerlo a cambiare anche me.
"Ora siamo pari", disse divertito.
"Questa era davvero crudele".
"Più della tua su di me che ti uccido?".
"Infinitamente di più".
"Allora scusa".
"Avanti parla".
"Sei ancora arrabbiata".
"Edward", usai il suo stesso tono.
"Stai imparando. Allora dicevo che mi piace tanto sentirti parlare nel sonno perchè è l'unico modo in cui posso sapere davvero di cosa hai paura o meno. So che ci sono cose che ti costringi a non farmi capire, cose per cui sei lieta che io non possa leggerti la mente perchè così fare la coraggiosa è più facile. Dimmi se mi sbaglio".
Ci aveva preso in pieno.
"Come pensavo e il punto è questo.", odiavo dargli ragione. Era una cosa che non sopportavo affatto."Ascoltarti parlare nel sonno è l'unica occasione che ho per capirti meglio. Smetti di essere il mistero di ogni giorno ed è quasi come se potessi averti più vicino. Ora che non voglio più ucciderti, sarebbe carino poter sapere cosa pensi quando arrossisci, cioè ogni volta che ti guardo".
"Quelli sono alcuni dei momenti in cui sono felice che tu non sappia cosa ho in testa".
"E sono i momenti in cui
io odio di più non poter sapere cosa hai in testa".
"Non ho paura di te. Su questo puoi starne certo".
"Si, lo so. E sbagli".
"Continui a ripeterlo ma sai che non accadrà".
"Si".
Mi passò un dito sotto al mento così da alzarmi il viso e poi mi diede un bacio veloce.
"Charlie si sta svegliando. Torno tra poco".
"Giura".
La sua risposta fu il sorriso sghembo che amavo tanto e in meno di due secondi, era già sparito.
Mi trascinai la gamba bloccata nel gesso fino all'armadio e cercai i vestiti che mi sarei messa per quella domenica calda ma come sempre umida.
L'estate non era poi tanto diversa dalle altre stagioni a Forks.
Dopo essermi andata a lavare i denti, mi misi in fretta la maglietta e mi pettinai i capelli infilando un cerchietto sottile e nero fra essi e poi mi sedetti sul borbo del letto ad aspettare Alice.
Non sentii un solo rumore, ne sull'albero davanti casa nè sul davanzale della finestra. Semplicemente alzai gli occhi e la vidi sorridente e perfetta come sempre.
"Buon giorno Bella".
"Ciao Alice. Come va?".
"Benissimo grazie. Scusa il ritardo ero con Jasper".
"Non preoccuparti ho quasi fatto tutta da sola oggi".
Il sorriso solare di tutte le volte in cui parlava di Jasper, divenne una smorfia di disapprovazione.
"Bella".
"Che ho fatto?".
"Una maglietta azzurra e i jeans rossi?" , disse, indicando i pantaloni stesi sul letto in attesa di essere infilati.
"Che c'è che non va? Rosso e azzurro...".
"Non puoi mettere Jeans e soprattutto non puoi abbinarli così".
"Ma Alice...".
Mi girò in torno aprì l'armadio e tirò fuori una delle due gonne che c'erano. Scelse quella bianca che mi aveva regalato su consiglio di Edward e mi aiutò ad infilarla.
"Non resto con te per la colazione. Edward verrà a prenderti fra poco e non chiedermi dove andate perchè non lo so".
"Tu non vieni con noi?", chiesi mentre mi dava una mano a mettermi in piedi.
"No oggi andiamo a caccia. C'è troppa luce per restare in città".
"Ok. Ciao Alice", riuscii a dirle prima che sparisse silenziosamente dalla finestra come quando era entrata.
Quando uscii dalla stanza incrociai Charlie sul pianerottolo che mi salutò con un bacio sulla guancia.
La rasatura ormai vecchia della sua barba, mi punse il viso.
"Buon giorno Bells".
"Giorno papà".
"Ti sei vestita da sola?".
"Si era solo una gonna".
"Allora Alice non passerà oggi?".
"Magari sta sera".
Non volevo metterlo di cattivo umore proprio appena sveglio.
"Faccio colazione e poi esco. Viene Edward".
"Ricorda di chiedergli se domani ti porta lui a togliere il gesso".
"Certo papà".
Charlie andò in bagno e iniziai a scendere lentamente le scale e quando arrivai in cucina doveva mancare poco all'arrivo di Edward.
Presi la tazza, il latte e i cereali e mangiai in fretta.
Quando la Volvo grattò le pietre del vialetto fermandosi, ero già pronta con la giacca dietro la porta e prima che bussasse ero uscita.
Avrei voluto corrergli in contro, ma gesso o meno non avrei dovuto lo stesso azzardarmi a farlo.
Mi voltai sapendo che Charlie ci guardava dalla finestra della camera e Edward gli rivolse un cenno di saluto e poi mi prese per mano portandomi in macchina.
"Certo", rispose a una domanda che non gli avevo posto mentre metteva in moto.
"Scusa?", dissi senza capire.
"Certo ti ci porto io domani dal medico".
"E' scortese leggere la mente degli altri senza chiederne il permesso".
Mi rivolse un sorriso e poi iniziò ad accellerare.
"Non volevi chiedermelo?".
"Pensavo ti seccasse".
"Bella, a volte non capisco proprio da dove ti escono queste cose".
"Io non ti capisco mai, quindi. Dove andiamo allora?".
Ecco un palese tentativo di cambiare discorso.
"Continui a chiederlo pur sapendo che non ti risponderò mai".
"Mi piacerebbe essere partecipe dei tuoi piani quando si tratta di portarmi in giro violando tutti i limiti di velocità".
"Tranquilla".
Accese la radio facendomi capire che non intendeva continuare il discorso.
Stupido vampiro evasivo.
Aveva guidato tutto il tempo in silenzio e io guardando fuori dal finestrino, avevo fatto lo stesso.
Inizialmente pensavo stessimo andando a casa sua, era molto che non vedevo Esme e Calisle per cui mi sarebbe piaciuto andarci e anche se mi dispiaceva fosse altrettanto che non stavo con Emmet, ero lieta che lui e Rosalie fossero partiti per il loro nuovo viaggio di nozze e anche se Jasper era rimasto a Forks, non avevo più passato del tempo nemmeno con lui.
Da quando eravamo tornati da Phoenix, non mi aveva dato molta confidenza.
L'unica volta in cui avevamo parlato dopo la mia stupida fuga, era stata quando per fare contenta Alice, Edward aveva accettato di uscire noi quattro assieme, ma anche quella volta la nostra conversazione fu molto più che misera.
Gli avevo chiesto scusa perchè sapevo che Edward si era infuriato quando aveva saputo che mi aveva perso di vista, ma lui si era limitato a rispondermi con un sorriso prima di voltarsi e tornare da Alice.
Per cui andare a casa Cullen voleva dire rivedere anche lui oltre che Esme e Carlisle, ma quando arrivati alla strada che portava alla villa bianca Edward era passato oltre, avevo rinunciato a cercare di indovinare la nostra meta.
"Lo stai facendo ancora".
La sua voce mi riportò con i piedi per terra e notai che gli alberi tipici del panorama di Forks, erano scomparsi.
Avevo passato le ultime due ore a guardare fuori dal finestrino senza vedere niente.
"Rifaccio cosa?".
"Te ne stai li in silenzio a pensare senza dirmi niente".
"I pensieri sono fatti per essere silenziosi".
Ed ecco l'espressione seria ricomparirgli in viso.
"Okay, okay. Stavo pensando alla famiglia".
"Famiglia?".
"Beh volevo dire "nostra" ma avevo paura di innervosirti anche se lo sai che loro sono anche la mia famiglia ormai".
"Lo so non preoccuparti non è una cosa che mi fa arrabbiare".
"Sul serio?".
Ecco il mio sorriso preferito.
"Certo. Se ti piace l'idea di una famiglia di...".
"Piantala. Non puoi dire "famiglia di mostri" se i mostri in questione sono Esme, Carlisle e Alice".
"E che mi dici degli altri?".
"Beh Jasper mi inquieta. Rosalie mi odia. Emmet mi piace molto. Si lui non è tra quelli che fanno paura, possiamo metterlo nell'elenco con gli altri. Quelli non-mostri".
"Jasper ti inquieta?".
"Si. Credo non mi sopporti più da quando sono scappata. Pensavo di dover morire per cui non ho realmente pensato alle conseguenze di una famiglia di vampiri furiosa con me".
"Bella, Bella...", disse scuotendo la testa. "Il tuo modo di ragionare è pressoché unico".
"Lo prendo per un complimento".
"In un certo senso lo è. Così pensi che Rosalie ti odi?".
"Non lo penso. Lo so!".
"Ma Emmet ti piace".
"Già. Lui è okay".
"E' l'unico con l'aria minacciosa".
"Fai molta più paura tu alla gente di non quanta ne faccia lui".
"Ah si? Questa è nuova".
"Ricordo il primo sguardo che mi hai lanciato a Biologia quel giorno che ero appena arrivata. Non ce lo vedo Emmet a fare un espressione altrettanto diabolica".
Restò in silenzio perso nei suoi pensieri. Lui poteva lamentarsi se io mi tenevo qualcosa in testa e non la dicevo ma lui invece poteva farlo ogni volta che voleva.
A volte mi capitava di chiedermi quante cose mi tenesse nascoste.
"Allora a cosa pensavi della
nostra famiglia?".
"Che non li vedo da un pò."
"Sai bene che è meglio così. Jasper non è ancora molto allenato a stare in presenza degli umani, e con la tua incredibile sbadataggine un giorno di questi potresti renderlo pericoloso di nuovo. Magari mentre siamo li ti pungi il dito con una delle rose di Esme e se c'è Jasper nei dintorni non sarebbe molto facile tenerlo a bada".
"Odio tutto questo".
Si voltò verso di me con un espressione incredula.
Probabilmente si stava chiedendo se fossi rinsavita e iniziassi a temere per la mia vita.
"Intendo che odio dover essere sempre causa di disastri per tutti e soprattutto per voi. Se succedesse una cosa del genere tu dovresti affrontare tuo fratello, per colpa mia. E' un pensiero che odio".
"Allora non pensarci".
"Ci pensi già abbastanza tu per tutti e due, vero?".
"Diciamo di si".
"Edward?".
"Dimmi".
"Dov'è che stiamo andando?".
"Perchè lo richiedi?".
"Perchè se non mi va di venirci possiamo tornare indietro e andare alla nostra radura".
"Quando avrai tolto il gesso ci torneremo".
Mi guardò negli occhi per qualche secondo prima di voltarsi di nuovo a guardare la strada che correva deserta davanti a noi.
"Hai fame?".
"Veramente no".
"E' quasi ora di pranzo".
"Ma non ho fame".
"Ti serve il bagno?".
"Sto bene, davvero, altrimenti ti avrei detto di fermarti".
"Come vuoi. Però dovresti mangiare".
"Quando avrò fame sarai il primo a saperlo".
Ed ecco che dal mio stomaco uscì un suono basso e cupo. Esattamente una di quelle cose che non vorresti ti accadesse con il tuo ragazzo presente.
"Bene grazie per avermelo detto. Mi fermo alla prossima stazione di rifornimento".
"Posso aspettare che siamo arrivati dove dobbiamo andare".
"No ci vogliono ancora più di due ore. Ci fermiamo è meglio".
"Due ore?".
"Si. Ti spiace stare in macchina con me ancora così tanto?".
"Direi di no. Fosse per me lo sai, neanche ci fermeremo".
Riflettei un secondo sul fatto che stavamo già in macchina da più di due ore e se ne mancavano altre due potevamo star andando solo in un posto.
"Seattle!".
"Ecco hai rovinato la sorpresa", disse seccato mettendo la freccia per entrare nel parcheggio dell'area di servizio.
"Veramente sei stato tu a dirmi quanto tempo dovevamo viaggiare ancora".
"Beh ma potevi evitare di urlare a quel modo. Colombo avrà usato lo stesso tono quando sbarcò sulle coste americane", scherzò.
"Perchè Seattle?".
"Perchè dovevo portartici mesi fa e non mi piace lasciare le cose incompiute".
"Tipicamente Edward Cullen", dissi con un sorriso.
Parcheggiò la Volvo vicino all'ingresso e mi diede una mano a scendere e poi mi prese in braccio portandomi su per le scale che conducevano all'entrata del piccolo ristorante.
Per una volta ero lieta che le nuvole ci facessero da ombrello contro il sole.
La porta si aprì accompagnata dal suono di un campanellino e la cameriera sulla quarantina che stava dietro al bancone, ci rivolse un sorriso prima di tornare a pulire.
"Buon giorno", la salutò Edward.
Mi guidò, tenendomi la mano, fino ad un tavolino lontano dall'ingresso.
Scostò la sedia e mi fece accomodare mentre lui, senza chiedermi cosa volessi, andò dalla cameriera e ordinò una coca cola e due panini che mi avrebbe obbligato a mangiare fino all'ultima briciola.
Lo guardai camminnare, sorridere, parlare, in quel suo modo così aggrazziato e inumano e mi chiesi come facesse la cameriera a non imbambolarsi alla sua vista e l'unica risposta plausibile che riuscii a trovare, fu che probabilmente credeva di essere troppo vecchia per Edward e perciò non valeva la pena prestargli molta attenzione.
Inutile dire che se fossi stata io al suo posto, avrei goduto della vista di quel vampiro bellissimo finchè potevo, non dando importanza all'età mia o sua.
Ero così persa nei pensieri che non mi accorsi fosse tornato da me finchè non gli sentii sfiorarmi il dorso della mano.
"Bella addormentata?", disse, con un sorriso.
"Era una battuta?".
"Mangia avanti".
Mi avvicinò il piatto con i due panini e non tolse gli occhi dal mio viso finchè non mi decisi a prenderne uno e a staccarne un morso.
"Mi farai ingrassare".
Uno sguardo stupito gli comprave in volto facendomi sorridere.
"Mi obblighi sempre a mangiare. E' scortese ignorare le preoccupazioni che posso avere. Sai quanti problemi mi faccio quando sto con te".
"Tu sei molto più scortese" mi rispose, guardandosi in torno in cerca di qualcosa.
"Scusa?".
"Non ti prendi affatto cura di una cosa a cui tengo tantissimo".
"Continuo a non capirti".
"Te".
"E di nuovo".
Perchè doveva farmi sempre sentire stupida?
"Non ti prendi cura di te e tu sei una cosa a cui tengo tantissimo".
"Sembri sempre appena uscito da un romanzo di fine ottocento".
"Ne ho letti molto in verità".
"Ne ero certa. Cosa cerchi?".
"Il bagno".
"I vampiri usano il bagno?".
Solo in quel momento realizai il fatto che ignoravo se in casa sua ci fosse un bagno. Le mie soste lì non erano mai durate abbastanza perchè io avessi la necessita di chiedere dove fosse o
se ci fosse.
Scoppiò in una risata leggera prima di rispondermi.
"Non come voi. Lo usiamo per fare la doccia o quel genere di cose ma non come voi".
Doveva essere ovvia la cosa. I capelli perfetti di Alice e Rosalie di certo venivano lavati più spesso di settant'anni.
"Domanda sciocca".
"Non importa. A me non serve ma a te si".
"Credi di sapere sempre tutto?".
Sospirò poggiando il mento sulle braccia conserte.
"Con te non so mai niente".
Finii di mangiare in silenzio e dopo aver bevuto la mia bibita andai al bagno. Giusto per farlo contento e dargliela vinta. Sapevo bene come lo irritava non sapere di cosa avessi realmente bisogno.
Quando uscii dalla porta basculante dei servizi, non lo vidi più al nostro tavolo.
"Edward?".
Mi sentii delle braccia stringermi i fianchi.
Una reazione normale sarebbe stata quella di urlare per la paura o voltarmi di scatto per allontanare lo sconosciuto. La mia reazione fu piegare la testa all'indietro e stringere le sue mani nelle mie.
Appoggiò il mento sulla mia testa.
"Non è normale neanche questo da parte tua".
"Sapevo perfettamente che eri tu".
"Davvero?".
"Non sei l'unico che segue i profumi. Riconoscerei il tuo in una stanza piena di boccette stappate".
Uscii dall'abbraccio e lo guardai in viso.
Vedevo la preoccupazione nei suoi occhi.
"Che c'è che non va?".
"Niente di importante".
"Lo dici per tranquillizzarmi ma alla fine hai sempre qualcosa che non va. Io rispondo sempre ad ogni tua domanda, non me ne fai passare una liscia".
Non rispose, continuando a fissare la torretta con gli occhiali che ci stava davanti.
"Edward?", iniziavo a innervosirmi e odiavo quando mi dava sui nervi a quel modo. Mi sembrava sempre di essere tornata a quando non eravamo altro che sconosciuti.
"E' solo una cosa che ti ho detto tante volte".
"Ah", capii subito a cosa si riferiva. "Ci pensi ancora?".
"Ci penso sempre, Bella. Basta che mi distragga un attimo e potrei ucciderti".
"Lo so. Non fai che ripetermelo".
"Perchè non devi scordarlo, mai".
"Cerchi di farmi scappare via così non sei tu quello a doversene andare? Non è molto gentile da parte tua cercare di farmi avere paura dell'amore della mia vita. Se ci tieni tanto a non stare con me allora va pure", non appena dissi ciò, mi diedi della stupida. Il solo pensiero di perderlo mi faceva più male di quanto non avesse fatto il morso di James. "Ma non pretendere che sia io quella a lasciare".
Restammo in silenzio per qualche istante. Il tempo necessario a far allontanare i turisti intenti a cercare una cartina sullo scaffale vicino a noi e quando fummo di nuovo soli in quella parte del negozio, allora mi decisi a riprendere il discorso, solo per fargli capire fino in fondo come stessero le cose per me.
"C'è una cosa di cui ho paura quando sono con te".
Rivolse subito lo sguardo verso di me, profondo e intenso. Sapeva che quando mi guardava così non avevo alcun modo di mentirgli.
"Una soltanto e non è ciò che pensi".
"Dovevo aspettarmelo. Dimmi allora cosa ti fa più paura di essere uccisa?".
"Che sia tu a morire".
Per un attimo la sorpresa attraversò quegli occhi color ambrà ma restò comunque serio.
"Bella questo non ha alcun senso".
"Lo so. So che è sciocco da parte mia pensarci, ma quando siamo assieme ho la costante paura di metterti in pericolo, sia te che la tua famiglia. Quando sono andata a Phoenix con Jasper e Alice, avevo paura che James ti uccidesse o che se fosse arrivato, avrebbe potuto fare del male a uno di loro. E poi pensavo a Esme e Rosalie inseguite da Victoria. Mi preoccupo molto di più per voi di quanto non pensiate, anche se vi sembro sciocca facendolo. Quando stai con me saresti pronto a buttarti davanti ad un treno in corsa pur di salvarmi o sotto una pioggia di proiettili".
"Non mi farei niente comunque".
"Ma sarebbe come se il treno colpisse me. Come se ogni proiettile rimbalzando su di te, poi colpisse me anche se non in senso letterale". Feci una pausa sospirando, certa che i suoi occhi fossero ancora puntati su di me mentre invece io fissavo la punta delle mie scarpe.
"Tu più di tutti dovresti capire. Per te sembrerò una bambola di porcellana. Fragile e debole. Un qualcosa da proteggere a tutti i costi e tutte le volte in cui mi hai detto di stare attenta sono certa che hai odiato la sensazione frustrante di non potermi salvare se un albero cadendo avesse schiacciato la mia macchina mentre stavo andando da qualche parte senza di te. Bè...quella è la sensazione che io provo sempre. Mi sento totalmente inutile quando sto con te e odio questo ma soprattutto odio e ho paura di cosa vi può capitare a stare vicino a una come me".
"Su alcune cose ti sbagli", mi rispose.
"Per esempio?".
"Non ho obbligato nessuno a proteggerti per cui non devi sentirti in debito con nessuno".
"Si, Alice mi ha accennato al perchè mi tengono tutti a cuore in famiglia", tutti con la ovvia eccezione di Rosalie.
"E Bella", fece qualche passo e mi prese le mani tra le sue. "Non sei davvero il tipo di persona che io potrei considerare debole e soprattutto non sei inutile. Non pensarlo mai questo".
"Non sarei debole?".
"Non definirei debole una ragazza di diciasette anni che ama un vampiro e trova simpatica la sua famiglia di vampiri".
"E quale sarebbe la mia utilità? Tenervi in costante pericolo così da farvi fare allenamento nel caso in cui un vampiro pazzo e la sua fidanzata cercassero di uccidermi?".
"Si", rispose con il suo bellissimo sorriso sghembo. "Ma soprattutto mi servi a non farmi sentire un mostro. Incredibilmente egoistico da parte mia volerti con me, ignorando il pericolo in cui ti tengo costantemente, soltanto per il modo meraviglioso in cui mi fai sentire, lo so, ma non penso di poterci fare più molto al riguardo".
"Per cui...".
"Si?".
"Se io non posso risolvere il fatto che non abbia minimamente paura di te, e tu non puoi risolvere il fatto che non riesci a fare a meno di me, non possiamo smettere di pensarci e fare finta di niente?".
Mi lasciò andare subito le mani e fece un passo indietro.
"Questo è fuori discussione".
"Perchè?".
"Perchè sarebbe sbagliato".
Dicendo questo chiuse la nostra discussione. Si voltò e andò alla cassa a pagare ciò che aveva preso per me e aspettò che io lo raggiungessi all'uscita per prendermi in braccio e tornare in macchina.
Dopo quella che mi sembrò un'eternità mi rivolse di nuovo la parola.
Ormai ci eravamo lasciati alle spalle la stazione di servizio da un pezzo e le indicazioni per Seattle indicavano sempre meno miglia all'arrivo.
"Mi dispiace. Sono stato cortese", disse passandosi una mano tra i capelli.
"Quando una persona si arrabbia, non può di certo pretendere di restare composto ed educato".
"Non ero arrabbiato".
"Sembrava ma è ok. Lo capisco. E' stata colpa mia. Dovrei imparare a capire quando tenere la bocca chiusa".
"Non saresti più la mia Bella allora".
Mi voltai a guardare il suo viso. Nonostante tenesse gli occhi fissi sulla strada e le mani strette attorno al volante, capii che si stava rilassando.
Per quanto potesse rilassarsi Edward Cullen.
Qualche secondo dopo si voltò e incrociai i suoi occhi arrossendo come sempre.
Mi accarezzò una guancia con le lunghe dita di ghiaccio e poi mi prese una mano tra le sue.
"Come puoi sopportare i miei sbalzi d'umore?".
"Fanno parte di te e non ci sono parti che non sopporto".
Bè non era del tutto vero. Quando faceva lo sbruffone non lo sopportavo affatto.
"Dovresti trovarne qualcuna oppure potrei montarmi la testa".
"Sei sempre un pò sbruffone per cui sono abituata anche ad un Edward pieno di se anche se non è quello che preferisco", gli dissi sorridendo.
"Esme ha detto che è scortese. Non fa che ripertemelo veramente".
"Lo è. Mi manda su tutte le furie vedere che sei in grado di fare tutto e perfettamente, sempre".
"Allora scusa".
"Non è colpa tua se non sono neanche in grado di stare in piedi senza rischiare la vita".
"Vero".
Questa volta sorrise e io strinsi la mia mano attorno alla sua.
"Sai perchè non voglio che tu insista perchè io ti cambi?".
"Non esattamente".
La mia teoria era che non avrebbe sopportato di avermi tra i piedi per l'eternità.
"Sono egoista anche in questo".
"Il tuo essere egoista mi piace. Ti rende il miglior fidanzato del mondo".
Scosse la testa come sempre ma si decise a continuare lo stesso.
"Quando ti tengo vicina, è come se un pò del tuo calore diventasse anche mio. Per qualche secondo, solo qualche secondo prima che diventi troppo pericoloso", percisò, "dimentico di essere ciò che sono e mi riesco a sentire umano in un certo senso".
"Posso farti una domanda?".
"Ne hai sempre vero?".
"Si ma alla metà non rispondi per cui...".
"Va avanti".
"Tu mi ami?".
"Certo. Lo sai".
"E allora spiegami una cosa. Un mosto può amare nel modo in cui tu ami me? Senza avere secondi scopi o motivi apparenti?", speravo che con "motivi apparenti" capisse che mi riferivo al fatto che non ero di certo una gran bellezza comunemente, figurarsi quando in casa con noi c'era Rosalie.
"Bella, vuoi smetterla per favore di cercare di convincermi che non sono un mostro?".
"E tu vuoi smetterla per favore di cercare di convincermi del contrario?".
"Lasciamo stare?".
"Avevi detto che era fuori discussione".
"Facciamo uno strappo alla regola".
"Perchè proprio su questo?".
"Perchè siamo arrivati e dobbiamo scendere".
"Ah ecco".
Tipico. Se me la dava vinta era soltanto perchè era occupato a fare altre e non gli andava di sentirmi lagnare.
Mi sentivo come una stupida bambina a cui danno un lecca-lecca per distrarla dal giocattolo che vuole tanto, ogni volta che faceva così.
Se avessi avuto la certezza di non rompermi qualche osso nel tentativo di farlo, mi sarebbe piaciuto potergli tirare uno schiaffo qualche volta anzicchè limitarmi a mettere il muso e stare zitta finchè lui non riprendeva a parlarmi.
Parcheggiò in centro.
Probabilmente il fatto che le nuvole ci avessero seguito lo rendeva tranquillo.
Era buffo pensare a come la maggior parte della gente odiasse il cattivo tempo mentre noi non aspettavamo altro perchè voleva dire vedersi e stare assieme.
Fece il giro dell'auto e mi aiutò a scendere.
"Se tu non avessi quel affare, avremmo potuto fare una passeggiata come si deve".
"Mi spiace".
"L'unica colpa che hai in questo, è l'essere la persona meno egoista che esista a questo mondo", mi rispose.
Chiuse lo sportello alle mie spalle e mi passò un braccio attorno alla vita facendomi l'occhiolino.
Prendermi in braccio era ovviamente troppo fuori luogo, ma passarmi un braccio attorno ai fianchi così da sembrare che mi tenesse solo stretta a lui mentre invece mi sollevava praticamente dal suolo, era un altro paio di maniche.
Iniziammo a camminare in silenzio.
Guardavo le vetrine senza grande interesse. Non ero dell'umore adatto allo shopping, senza pensare al fatto che mi sembrava una gran perdita di tempo andarci a chiudere in un negozio.
Ciò che attirava la attenzione, ben più di un paio di scarpe da millecinquecento dollari, erano le ragazze che passandoci vicino rivolgevano ad Edward occhiate molto più che eloquenti.
"A cosa pensi?".
Doveva essere la sua domanda preferita.
"Mi diresti un solo pensiero di una ragazza?".
Si fece serio per qualche secondo ma poi il sorriso prese di nuovo vita sul suo viso immortale.
"Perchè?", mi chiese curioso.
"Voglio sapere cosa pensano di te quando ti vedono. Anche se non è difficile immaginarlo".
"E allora a che serve? Ti arrabbieresti e basta".
"Non puoi saperlo".
"Bella, non mi va proprio di vederti tenere il broncio per le prossime quattro ore".
"Oh Edward ti prego".
"Non è corretto".
Che scusa stupida aveva trovato.
"Non lo è nemmeno quando lo fai per conto tuo".
"Quello è diverso. Non è intenzionale".
Mi fissò smettendo di camminare ma alla fine me diede vinta, sempre perchè non mi sopportava in questi momenti. Ne ero certa.
"Ok. Come vuoi".
"Grazie. Allora quella bionda", dissi indicando la ragazza che stava dall'altra parte della strada. Le bione erano le più pericolose.
"Non ci sta neanche guardando".
"Lo farà", gli dissi.
Mi chiesi se non le sarebbe sembrato strano vedere due persone discutere guardandola.
Edward riprese a camminnare fissando la ragazza, probabilmente per concentrarsi sui suoi pensieri, e quando attraversò passandoci davanti, la guardò negli occhi.
"Allora?".
"E' stata scortese".
"Non ti ha trovato di suo gradimento?".
Il silenzio misto all'espressione corrucciata che gli nacque in volto, fu come una risposta per me.
Certo che lo aveva trovato di suo gradimento, ero io quella che non le andava a genio.
Ed ecco i miei infiniti complessi sgomitarmi dentro per tornare a galla.
"Non importa. Lasciamo stare. Esperimento stupido".
"Bella?".
Incrociai i suoi occhi che erano tornati seri.
"Non te la sarai presa per questo? E' ok che non le piaccia. Va bene, credimi. Insomma, se io avessi visto lei con te passeggiare come stiamo facendo noi adesso, avrei cercato anche io di trovarle molle difetti per poter dire "Non è proprio alla sua altezza". Il fatto che io sia io, rende solo più facile la cosa. Me lo dico sempre anche io di non essere proprio alla tua altezza".
"Ancora convinta che tu non sia abbastanza carina per me?".
"E' una cosa che crederò sempre. Non c'è molto che tu possa fare al riguardo. Quello bello nella coppia sei tu e anche quello forte e intelligente", era meglio che la smettessi prima di ritrovarmi sprofondata nella depressione per l'ennesima volta.
"Se sto con te è anche perchè ti trovo davvero bella e mi piace dortelo dire. Non sopporterei che tu fossi come Rosalie ad esempio. Mi chiedo Emmett come faccia".
"Perchè?".
"La maggior parte dei suoi pensieri è sempre rivolta al suo aspetto".
"Se tu potessi leggere la mia mente in questo istante, ti sembrerei come lei".
"Impossibile. Davvero impossibile paragonarti a lei. Posso farti una domanda?". Cambiò subito discorso. Parlare di Rosalie lo irritava sempre un pò.
"Spara".
"Perchè vuoi sapere cosa pensano le ragazze? Non ti arrabbieresti sapendo che ignorando il fatto che tu stia con me, pensassero a me nel modo in cui fai tu?".
"No. So cosa aspettarmi. Da quello che ho capito da Jessica, sei piuttosto ambito dalle nostre parti, per cui non sarebbe una sorpresa sapere cosa pensano le ragazze di te. Ma non me la prenderei, perchè so che comunque non avrei speranzo contro la maggior parte di loro, se non tutte".
Restò in silenzio prima di sospirare e riprendere a parlare.
"Se mi avessi chiesto di dirti i pensieri di un ragazzo, sarest di tutt'altro avviso, e comunque hai ragione. Non sei per niente carina. Sei molto più che carina. Qualcuno deve dirtelo che sei bellissima".
Mi ricordò la sera del ballo di fine anno, l'espressione che aveva in viso dicendolo.
"Se Jacob mi avesse detto che ero bellissima, quale sarebbe stata la tua reazione?", gli chiesi alzando un sopracciglio scettica.
"Questo non c'entra".
"Invece si".
"Perchè hai pensato a lui?".
"Per il modo in cui ti sei espresso".
"Cosa pensi adesso di me?".
"Che sei più geloso tu di me di quanto non sia io di te. Questo non ha senso".
Per una volta era bello che potessi essere io a dirla quella frase.
"Bella,tutte le altre c'erano prima di te, ma non mi sono interessate allora e non mi interesseranno ora che ho te. Quando ti metterai in testa che per me sei l'unica?".
"Mai, credo. Ma puoi continuare a cercare di convincermi", gli risposi con un sorriso avvicinando le mie labbra alle sue.
Il contatto fra esse durò solo qualche secondo e restò prudente come sempre, ma andava bene data la situazione.
Quando si staccò, gli suonò il cellullare nella tasca.
Con un movimento invisibile ai miei occhi umani se lo portò all'orecchio e rispose.
"Si è qui con me adesso, Alice", sembrava contrariato da quello che la sorella gli stava dicendo. "No è scortese te l'ho detto già tante volte. Lasciare fare cosa vuole". Un'altra pausa e poi la sua solita espressione irritata gli mutò il volto. "Come vuoi, te la passo".
Mi mise il telefono in mano e mi fece cenno con la mano di rispondere.
"Bella?".
"Alcie?".
La sua voce suonava irritata quando quello del fratello.
"Non farlo".
Avevo rinunciato a capire cosa intendessero quando mi parlavano.
"Fare cosa esattamente?", le chiesi.
"Comprare il vestito".
"Quale vestito?".
"Quello uguale a Rose".
"Non ho intenzione di comprare vestiti".
"Girati", mi disse, come se fosse lì con noi e non a caccia.
Nella vetrina dall'altro lato della strada c'era un vestito rosso. La stoffa era lucida ed elegante e l'abito non portava spalline. Aveva ragione. Era lo stesso che avevo visto nell'armadio di Rosalie.
Non avevo mai pensato che mi potesse stare bene e di conseguenza non ne avrei mai comprato uno. Sarei sembrata ridicola e basta. Non capivo la preoccupazione di Alice.
"Lo hai visto?".
"Si".
"Bene. Non comprarlo".
"Perchè?".
"Perchè lo metterai per...".
"Per?".
"Per fare una cosa stupida".
"Un pò più precisa?".
"
Quella cosa stupida".
"Intendi chiedergli di...".
"Si".
"Basterebbe quello a convincerlo?".
Edward mi fulminò con gli occhi diventati quasi neri. Sapeva benissimo a cosa mi riferivo con quella domanda anche se non poteva essere certo di cosa mi avesse detto Alice. Aveva capito che la sorella aveva insistito tanto per parlarmi perchè c'era un buon motivo.
Iniziava ad avere sete, lo vedevo dal colore mutato dei suoi occhi, e quel vestito sarebbe sicuramente bastato per
quello.
"Si ma lascia perdere. Ti prego Bella".
Il tono preoccupato della sua voce mi fece sorridere.
Non che ci fosse da sorridere all'idea di Alcie preoccupata perchè aveva visto suo fratello uccidermi, ma il modo in cui lo disse era così dolce.
E quello scemo di un vampiro voleva ancora costrigermi a cedere che fossero dei mostri.
Tutto tempo sprecato.
"Ok Alice non preoccuparti. Ce ne andiamo via da qui così non lo vedo più e non avrò la tentazione di comprarlo. Va bene?".
"Grazie Bella. Non hai idea di ciò che ho visto".
"Immagino come sia vedergli fare...".
"No, non per quello. Era per il dopo. Il modo in cui l'ho visto sentirsi".
Restai in silenzio a immaginare Edward provare il dolore che avevo sentito io a credere di perderlo e non vederlo mai più e al senso di colpa che avrei potuto provare io al suo posto se fosse stata colpa mia.
Non potevo essere così egoista con lui.
"Grazie per aver chiamato Alice".
Sorrisi e ridiedi il telefono a Edward che lo chiuse senza controllare se la sorella fosse ancora in linea.
Si voltò e mi prese sotto braccio andando verso un piccolo bar con i tavolini all'aperto.
"Gelato?", gli chiesi prima che lui potesse farmi domande sulla telefonata di Alice.
"Magari fa freddo".
"Sai come si dice no? Mai troppo per il gelato".
Mi sorrise per fortuna.
Intrecciai le mie dita con le sue e appoggiandomi a lui andammo a sederci ad uno dei tavolini.
Mangiammo, o meglio, mangiai, in silenzio il gelato e dopo che Edward ebbe pagato, facemmo un giro per le vie li attorno.
Presi il libro sulla cucina a base di pesce che mi ero ripromessa di comprare mesiprima e in poco il tempo a nostra disposizione finì.
Lanciai un'ultima occhiata al vestito rosso quando ci passamo davanti e cercai di immaginarmi in veste di una seduttrice che cercava di Edward per avere un morso e mi venne da ridere.
Avrei voluto poter vedere la visione di Alice, non tutta, solo fino a prima del morso.
Tornammo in macchina e Edward accese il riscaldamento così che potessi far asciugare i capelli inumiditi dalla pioggia leggera che aveva iniziato a cadere dalle nuvole fattesi sempre più nere e poi senza accorgermene mi addormentai.
Quando aprii gli occhi era buio. Avevo la giacca di Edward poggiata addosso e le luci della veranda erano accese. Eravamo arrivati già a casa e Charlie mi stava aspettando.
"Non è arrabbiato. Solo in pensiero perchè non sapeva dove eri andata".
"Come avrebbe potuto se nemmeno io lo sapevo?".
Aveva la testa leggermente piegata di lato e poggiata contro il poggiatesta del sedile.
Le braccia erano dritte verso il volante e le mani lo stringevano.
Sembrava più bello che mai. Lo guardai negli occhi e non erano più color caramello.
"Hai sete vero?".
"Non molta", mentì.
"Devi andare a caccia?".
"Non mi perderei la tua gamba che torna in libertà per nulla al mondo. Andrò dopodomani, quando Alice sarà tornata".
"Pensavo stesse via solo un giorno".
"Si, infatti adesso è a casa, ma quando torno lei va via di nuovo con Jasper, questa volta un pò più lontano. Ne aproffitano anche per stare un pò per conto loro".
"Quindi non ti aspetto in camera sta notte?".
La nota di panico nella mia voce, sarebbe stata percepita da chiunque.
Dovevo sembrargli patetica.
"Verrò dopo che saranno partiti. Non aspettarmi sveglia".
"Ma così non saprò se vieni".
"Ti serve vedermi per sentirmi accanto a te?", mi chiese con un sorriso.
"No. Ma tu svegliami lo stesso così ti posso dare la buona notte".
"Va bene. Ora vai dentro prima che Charlie venga a prenderti. Siamo ben oltre il coprifuoco".
Mi sporsi verso di lui e gli diedi un bacio sulla guancia prima di aprire la portiera e uscire nell'aria fredda serale e correre in casa.
Quando mi voltai per salutarlo un'ultima volta dalla porta, la Volvo metallizzata era già scomparsa nella notte.
"Bella?".
"Si papà sono io".
"Come è andata?", disse, uscend dal soggiorno.
Mi tolsi la giacca appendendola nell'ingresso e lo abbracciai.
"Tutto bene grazie. Mi spiace non averti detto che stavamo fuori fino a tardi, ma è stata una sorpresa anche per me".
Mi squardrò qualche istante prima di sorridermi.
"Non importa. E' bello vederi così di buon umore qualche volta. Vuoi che ti prepari qualcosa da mangiare?".
"No, grazie. Non ho molta fame, penso che andrò a dormire".
"Va bene Bells".
Mi diede un bacio sulla fronte e poi tornò in salotto.
Quando avevo già salito qualche gradino mi chiamò.
"Buona notte".
"Notte papò".
Salii le scale lentamente come sempre, felice al pensiero che all'indomani avrei potuto riavere almeno un minimo di equilibrio in più.
Era passato troppo tempo da quando ero stata tutta sola in quella camera.
Non trovare Alice seduta come sempre sulla sedia a dondolo, mi creò un senso di ansia e nostalgia anche se sapevo che sarebbe stato solo per poco tempo che non l'avrei vista.
Negli ultimi mesi eravamo diventate sempre più unite e la cosa mi piaceva tantissimo. Non ci avevo mai messo così ad andare a genio a qualcuno o a farmi andare a genio qualcuno.
Nonostante avessi dormito per tutto il viaggio di ritorno, ero ancora stanca per cui una volta messo il pigiama mi ci volee meno di un secondo per addormentarmi anche se avevo fatto di tutto per restare sveglia.
Non mi ero mai accorta di quando Edward entrava dopo che avevo preso sonno e dubitavo mi avrebbe svegliato come aveva detto.
Non stavo sognando niente quando sentii delle dita fredde sfiorarmi il viso.
Non mi ritrassi. Come il giorno prima nell'area di servizio, sapevo che era lui.
Istintivamente mi rannicchiai contro il suo corpo e sentii le sue braccia cingermi con decisione ma senza farmi del male. Mi teneva semplicemente vicina a lui.
"Mi hai svegliata".
"Sembri sorpresa".
"Non ci avrei scommesso niente che tu lo facessi".
"Nemmeno un nichelino?".
"Neanche".
"Questa è tutta la fiducia che hai in me?".
"In certi casi, si".
Lo sentii sorridere mentre mi stringeva più forte contro di lui.
"Buona notte, Bella".
"Fatti trovare domattina".
"Vedremo".
"Buona notte, Edward".
Lo sentii iniziare a respirare, sapeva che mi calmava quando lo faceva.
"Bella?".
"Si?".
"Hai intenzione di dirmi che hai saltato la cena?".
"Resta fuori dalla testa di mio padre".
"Sei un disastro".
"Farò una colazione abbondante".
"Controllerò di persona".
Questo voleva dire che al mio risveglio lo avrei trovato accanto a me.
Non mi serviva altro per addormentarmi e non avere incubi neanche quella notte.
Capitolo 2
Avevo appena lasciato il suo volto che mi aveva tenuto compagnia tutta la notte attraverso i sogni, quando aprii gli occhi e mi ritrovai a pochi centimetri da lui.
Mi stava fissando e guardare quei pozzi neri tanto profondi appena sveglia, mi provocò una sorta di shock che mi fece scattare in piedi e lanciare un urlo che data la voce ancora impastata di sonno, uscì per fortuna smorzato.
“Ti ho spaventato?”.
Non nell’idea che credi tu, pensai.
“No. E’ stato solo…scusa non dovevo urlare. Mi hai colto di sorpresa”.
“Non sono sbucato fuori dall’armadio urlando “Buh!”, Bella”.
“Non cercare di capire l’effetto che mi fai”.
Sbuffò girandosi tra le coperte.
Si portò le braccia sotto la testa e prese a fissare il soffitto.
“Credi di farcela a cambiarti?”.
“Si, credo di si”.
Cercai di sembrargli certa della mia risposta, ma quando tentai di immaginarmi mentre mi lavavo e vestivo da sola, l’ansia mi crebbe dentro.
“Sicura?”.
“No”.
Sembrò quasi soddisfatto della mia risposta sincera quando messosi a sedere mi rivolse un sorriso.
Poi si alzò velocemente dal letto e si avvicinò alla finestra.
“Torno subito”.
“Alice è già a casa ?”.
“No. Ti porterò Esme”.
“Edward non serve che tu la…”.
“Per la centesima volta, Bella”, mi venne vicino e mi mise le mani sulle spalle. “Non ci dispiace avere cura di te”.
“Come no”.
“Davvero. Alice è entusiasta di dover venire da te ogni mattina. Può distrarsi”.
“Certo, quando lei era piccola le Barbie non erano ancora state inventate e adesso tratta me come una bambola”.
“Già di cattivo umore a quest’ora?”.
“No è che è così frustrante essere sempre quella più debole che ha bisogno di aiuto”.
“Non c’è niente di male nell’aver bisogno di aiuto”.
Non mi lasciò il tempo di rispondergli. Mi diede un bacio sulla fronte e poi sparì fuori dalla finestra.
Sapevo che non ci sarebbe voluto molto al suo ritorno, per cui presi il beautycase dal comodino e andai in bagno a lavarmi la faccia e i denti.
Charlie dormiva ancora a giudicare dal russare proveniente dalla sua camera.
Questo voleva dire che doveva essere incredibilmente presto.
Avrei anche guardato che ore fossero quando mi ero svegliata, ma era stata una cosa che non mi era passata minimamente per la testa considerando che Edward mi copriva la visuale.
Quando tornai nella mia stanza, lanciai un occhiata al calendario appeso alla porta.
“13 luglio”, sospirai. “Due mesi”.
Cercai di vagliare quante possibilità avessi di convincere Edward a cambiarmi così in fretta e per un motivo che avrebbe trovato sicuramente stupido.
Praticamente nulle.
Feci un respiro profondo, pensando a me e a lui e al tempo che passava incessante per me senza pietà.
Un giorno non molto lontano, sarei sembrata sua madre e poi sua nonna, ma cercai di scacciare lontano dalla mia mente quell’ultima immagine.
Magari io ero egoista nel volere che lui mi cambiasse anche se ciò lo avrebbe potuto distruggere in un certo senso, ma lui lo era a sua volta senza rendersi conto che così come a lui non importava se io fossi diventa più grande a me invece importava e come.
Quando mi voltai per prendere i vestiti dall’armadio, Esme era già entrata in camera.
“Ciao Bella”.
Mi venne in contro e mi strinse in un abbraccio.
Per quanto il suo corpo potesse essere gelido, era incredibile il senso di calore che riusciva a trasmettere.
I lineamenti tanto dolci del suo viso la rendevano così perfetta per il ruolo di madre.
Per un istante cercai di pensare a Edward che la chiamava mamma e che la stringeva forte senza il timore di doversi trattenere per non ucciderla.
“Buon giorno Esme. Mi spiace che Edward…”.
“Non scusarti cara. Lui è rimasto a casa per cambiarsi. Verrà a prenderti dopo per portarti in ospedale. Mi fa piacere passare un po’ di tempo con te, è molto che non ci vediamo”, mi disse con un sorriso.
Non avevamo passato mai del tempo assieme a pensarci bene.
L’unica volta in cui eravamo state sole, era successo prima che io dovessi scappare a Phoenix con Alice a Jasper.
“Allora”, disse facendo qualche passo verso l’armadio e aprendolo. “Hai già deciso cosa mettere?”.
“Stavo per farlo quando sei arrivata”.
“Non sono come Alice o Rosalie tranquilla. Se vuoi mettere qualcosa,scegli senza paura”.
Questa volta fui io a sorridere sollevata dalla preoccupazione che tutte le vampire donne fossero maniache della moda. Quella, ero certa fosse una cosa che non sarebbe cambiata in me neanche una volta trasformatami in una di loro.
“Grazie, questo aiuta molto”.
Si andò a sedere sul bordo del letto mentre io tiravo fuori dai cassetti dell’armadio un maglioncino rosso e prendevo dalla sedia della scrivania la gonna bianca che avevo messo il giorno prima.
Il silenzio che regnava nella stanza non mi creava imbarazzo e né tanto meno il fatto di avere i suoi occhi puntati su di me.
Ci ero abituata con loro ad essere sempre osservata.
Misi i vestiti sul letto e le sorrisi.
“Ok sono pronta per andare a lavarmi”.
“Certo”.
Si alzò in piedi e mi seguì fuori dalla stanza dandomi una mano a non fare strisciare il gesso sul pavimento e rischiare di svegliare Charlie.
“Dorme profondamente”, disse.
In quell’istante mi chiesi se Edward mi avrebbe mai detto se russavo o se sarebbe stato troppo gentiluomo da mentirmi in caso glielo avessi chiesto.
Guidai Esme verso il bagno e lei si chiuse la porta alle spalle.
C’era qualcosa di diverso nel vederle darmi una mano. Non che Alice non fosse gentile, anzi, era sempre attenta a non toccarmi troppo con le mani fredde, ma Esme aveva un modo decisamente più materno di farlo.
Ripensai a cosa Edward mi aveva detto di lei. Del suicidio e di come Carlisle fosse stato il suo salvatore in quella circostanza, e un velo di tristezza mi comparve in volto.
“Tutto bene Bella?”.
“Si. Grazie per l’aiuto”.
Mi rivolse un sorriso e mi porse un asciugamano.
Sentii il silenzio riempire la casa.
“Charlie si è svegliato”, sussurrai.
“Aspetteremo che scenda di sotto per tornare in camera, non preoccuparti”.
Sentii i passi di Charlie sul pianerottolo delle scale davanti al bagno.
Non mi svegliava mai quando andava a lavoro, e ne tanto meno, per fortuna, veniva a controllare se fossi nel mio letto.
Aprii piano la porta e quando fui certa che fosse ormai in cucina, Esme mi prese in braccio e tornammo in camera.
Mi diede una mano a vestirmi e quando vedemmo la macchina della polizia andare via, mi accompagnò di sotto.
Quando ci salutammo con un altro abbraccio, mi sembrò di avvertire subito la sua mancanza.
Se un giorno Edward si fosse deciso a prendere
quella decisione, non avrei avuto problemi a considerarla come una madre.
Presi la tazza dal mobile e la scatola di cereali.
Non avevo un gran fame, ma era meglio che Edward mi trovasse a mangiare al suo arrivo per evitare si irritasse e diventasse intrattabile.
Versai il latte nella tazza e iniziai a mangiare lentamente.
Sentii bussare alla porta ed ero sicura fosse lui anche se sapeva che Charlie non era in casa.
“Siamo soli, non serviva tu bussassi”, dissi quando entrò in cucina.
“Vero, ma entrare in casa d’altri senza il loro permesso è scortese”.
“Ti serve ancora il permesso per entrare in questa casa?”, gli chiesi con un sorriso.
Ogni sera si arrampicava alla mia finestra e passava il tempo con me, e poi la mattina diventava il bravo ragazzo che bussava per seguire le buone maniere.
“Sei pronta?”.
“Finisco il latte e possiamo andare”.
“Pensavo mi avessi promesso di fare una colazione abbondante”.
“Infatti”.
Alzò un sopracciglio e mi porse un pacchetto che non avevo notato tenesse in mano.
“Per te. Ero certo che non avresti mantenuto la parola”.
“Grazie per la fiducia”.
“Mi sbagliavo?”.
Evitai di risponderli e aprii invece il sacchetto di carta bianca mentre lui si sedeva sulla sedia davanti a me.
Quando mi stava così vicino, tutto quello che desideravo era poterlo toccare e sentire la sua pelle gelida contro la mia.
Ma lui non era mai felice quando prendevo l’iniziativa su queste cose.
Diceva sempre che gli rendevo tutto più difficile se doveva essere solo lui quello a controllarsi.
“Una ciambella”.
“Mangia”.
“Non avevamo già parlato dell’ordinarmi di mangiare?”.
“Si”.
Sfoderò il suo sorriso migliore e mi ritrovai a staccare un morso dalla ciambella senza che me ne accorgessi.
Perché gli avevo detto che impressionava anche me come le altre?
Gli avevo reso ancora più facile vincere.
Quando finii di mangiare e lui mi ebbe lavato la tazza “Faccio io non preoccuparti”, mi aveva detto prendendomela dalle mani, uscimmo per andare in ospedale.
Mi prese in braccio per portarmi in macchina e mi depositò direttamente sul sedile del passeggero allacciandomi la cintura.
Fece il giro velocissimo come sempre e si sedette al mio fianco mettendo in moto.
In meno di dieci minuti eravamo già arrivati all’ospedale.
“Ci sarà Carlisle?”.
Domanda sciocca. Sapevo bene che non era compito suo togliere un gesso, ma entrare in ospedale per me voleva dire andare da lui, come se fosse l’unico medico in tutta Forks.
“Avrebbe voluto, ma era occupato con un operazione questa mattina”, mi rispose.
Mi fece scendere dalla macchina e mi aiutò a sedere su di una sedia a rotelle.
“Non ce n’è davvero bisogno”.
“Bella, non posso portarti in braccio per tutto l’ospedale”.
Sapevo che aveva ragione ma l’idea di sembrare una stupida imbranata a tutti quanti, non mi rendeva molto felice.
Di certo il primo pensiero che sarebbe venuto in mente guardandomi, sarebbe stato “Oh è caduta” e non “Un vampiro ha cercato di ucciderla”.
“Come vuoi”, gli risposi.
Non volevo litigare con lui anche quella mattina così decisi di assecondare il suo lato apprensivo che quando stava con me aveva sempre il sopravvento.
Aspettammo circa una mezz’oretta prima che l’ortopedico ci facesse entrare nella sala dei gessi.
“Come andiamo signorina Swan?”, mi chiese gentile prendendo la miniatura di una sega circolare.
Pensai per un momento a se avesse tagliato troppo in profondità ferendomi.
Vidi Edward arrabbiarsi con il medico perché mi aveva ferito, e poi perdere il controllo e diventare pericoloso.
Mi era sempre difficile immaginarlo in quel modo.
“Bene. Andrà meglio una volta libera da questo affare”, risposi decisa.
Non ci fu nessuno spargimento di sangue e soprattutto nessun vampiro infuriato.
Guardai la mia gamba finalmente normale e mi sembrò quasi mi fosse mancata.
Ora potevo tornare a camminare da sola senza dover passare tra le braccia dei Cullen come fossi un pacco da dover commissionare.
Il medico mi diede un paio di stampelle da usare per i primi giorni, ma appena fummo abbastanza lontani, smisi di usarle.
“Mi spiegheresti cosa stai facendo?”.
“Inciampo già abbastanza dovendomi preoccupare solo dei miei piedi, con quelle sono pericolosa”.
Sembrò quasi divertito all’idea di me che andava in giro con quegli affari ma tornò subito serio e mele prese da mano.
“Hai ragione”.
Quando uscimmo fuori dalle porte di vetro scorrevoli dell’ingresso dell’ospedale, notai che la Volvo non c’era più.
“La…”.
“Esme”.
Aveva organizzato qualcosa.
Mi prese per mano e ci allontanammo a piedi dagli occhi indiscreti degli infermieri e quando fummo abbastanza lontani, si voltò dandomi le spalle.
“Sali”, mi disse.
Non aspettai dovesse dirmelo di nuovo e mi aggrappai alla sua schiena passandogli le braccia attorno al collo e le gambe attorno alla vita.
Chiusi gli occhi e lo sentii iniziare a correre probabilmente diretto verso la nostra radura.
Quando arrivammo, neanche me ne accorsi.
Preferivo sempre fare finta di niente, piuttosto che pensare che si muoveva a un numero indefinito di chilometri orari, schivando alberi e cose del genere.
“Bella?”, disse, con la voce profonda e vellutata di sempre. “Ora puoi aprire gli occhi”.
Sentii le sue dita fredde attorno la mia mano mentre la staccava dal suo petto.
Mi poggiò a terra senza il minimo sforzo, e soltanto quando sentii il suolo sotto i piedi, mi decisi a guardare.
Continuavo ad avere la sciocca paura di andare a sbattere pur sapendo che non avrebbe mai lasciato che un albero mi ferisse.
Avevo la testa china, così la prima cosa che vidi furono i miei piedi.
“Non ho una scarpa”, dissi con voce calma, come se il piede scalzo nell’erba non fosse il mio.
Alzai lo sguardo e incrociai il suo.
Mi fissava in silenzio con un sorriso a increspargli le labbra.
“Ti toccherà riportarmi indietro in braccio”.
“Non credo di dispiacermene, ma Charlie potrebbe non gradire. Dopo ci fermeremo a casa, così potrò accompagnarti in macchina”.
Annuii e lui si avvicinò di nuovo per prendermi questa volta tra le sue braccia .
“Aspetta,”, gli dissi mentre mi sfilavo la scarpa dal piede dell’altra gamba. “Mi da fastidio averne una sola”.
La lasciai lì, sul limitare della nostra radura e mi strinsi di nuovo a lui anche se questa volta tutto ciò che si limitò a fare, fu camminare lentamente fino a che non fummo al centro di quel nostro prato e poi mi mise a terra.
L’erba era fredda e bagnata dall’umidità che c’era in quel posto, ma non mi importava.
Si tolse la giacca e la stese accanto a lui. “Così non ti sporcherai”, mi disse, senza smettere di sorridere.
Mi sdraiai al suo fianco, poggiando la testa sulla sua spalla e fissando il cielo nel punto in cui faceva lui.
“A cosa pensi?”, mi chiese, sussurrando, avvicinando le sue labbra al mio orecchio e facendomi attraversare da un brivido.
“A niente”, per quanto strano, era vero.
Avevo la mente vuota. Non mi sembrava che niente esistesse al di fuori di noi e di quel momento così perfetto per quanto semplice.
Restò stranamente in silenzio. Ero certa mi chiedesse se fossi stata seria rispondendo a quel modo, ma invece si limitò a fissare di nuovo le nuvole bianche che ci sovrastavano.
“Tu invece?”, chiesi a mia volta, girandomi su di un fianco per poter guardare il suo profilo.
Si voltò e i suoi occhi sembravano tristi.
“Sta diventando più difficile”.
“Cosa?”.
Non poteva evitare di essere così criptico?
“Ormai non posso più farci niente immagino. Siamo andati troppo oltre e pensare che odiavo sentirlo dire a te che era troppo tardi, ma temo sia così”.
“Edward non capisco…”
“Andare via”.
“Non devi andare via”.
“Invece dovrei. Dovrei riuscire ad essere abbastanza forte per potermene andare, ma credo di non poterlo più fare adesso. Probabilmente mi limiterei a dirti che me ne vado e finirei con il nascondermi e farti solo credere che io sia fuggito. Non potrei più rinunciare a vederti ogni giorno”.
“Saprei lo stesso che tu sei qui pur non vendendoti”.
Mi pentii di quelle parole quando mi rispose.
“Allora dovrei andarmene del tutto”.
“Perché pensi solo al lato negativo del restare qui? Pensi a tutte le volte in cui mi metti in pericolo standomi vicino, ma mai a tutte le volte in cui mi hai salvato. Te lo avevo già detto quel giorno a Port Angeles e aggiungi a quel elenco anche James. Se tu non ci fossi stato…”.
“Non avrei dovuto salvarti”.
“Perché non guardi alle cose con…con speranza?”.
“Non credo di meritarmela”.
Era sempre così tormentato quando pensava a quelle cose.
Avrei voluto essere io quella che leggeva i pensieri, così da poter dire le cose giuste, evitare di farlo innervosire con i miei capricci.
Odiavo vederlo stare così male e il senso di impotenza che ciò mi scaturiva.
“Ricordi quando mi dicesti che andava bene se eri tu a stare male ma non che fossi io a soffrire per come ti comportavi?”.
“Si”.
“E’ la stessa cosa con te”.
“Tu non mi fai stare male, Bella. E’ l’ultima cosa che dovresti pensare”.
“No, infatti. Male è riduttivo. Tu ti tormenti a causa mia”.
Serrò i denti e si irrigidì.
“Scusa. Non volevo farti arrabbiare”.
“Vorrei tu riuscissi a capire quanto è complicato. Non merito l’amore che tu provi per me, Bella, questo è certo”, come poteva credere ancora ad una cosa del genere? Stupido che non era altro. Sospirò e chiuse gli occhi. “Non dovrei neanche starti in torno. Ho così tante cose per la testa quando ti ho vicino che potrei perdere il controllo in un qualsiasi istante e ucciderti”.
“Non mi uccideresti mai”.
“Alice non la pensa così”.
"Alice non la
pensava così".
"Lei può anche sbagliare. Prevedere con esattezza cosa accade con te, è molto più che impossibile. Anche se lei mi ha visto cambiarti, non lo farò mai. Troveremo altre strade per stare assieme".
All'ennesima conferma che non intendeva cambiare i suoi proggetti su di me, un lampo di tristezza mi attraversò gli occhi.
“Bella”, si limitò a dire.
Ma nel suo tono c’era tutto il tormento e il dolore di vedersi nell’atto di mordermi e farmi dal male. Avevo provato il dolore che portava essere cambiati, soltanto per poco, eppure era stato insopportabile, e lui aveva visto. Mi aveva sentito urlare. Ero stata stupidamente debole.
“Sai che non cambierò idea su questo”.
“Allora, sappi che siamo a un punto morto”.
“Ma...".
“Impasse”.
“Non intendi cedere vero?”.
“No”.
“Nemmeno io”.
Eccomi di nuovo a puntare i piedi per una cosa che lo dilaniava.
Se volevo cercare di sollevargli il morale, stavo sbagliando decisamente tutto.
“Non voglio litigare per questo”.
“Allora cerca di capire”.
“Perché tu non capisci me invece?”.
“Tu sei così pura, Bella. Tutto quello che voglio fare per te è proteggerti, ma è stupido da parte mia cercare di farti da angelo custode quando sono un mostro che ti fa necessitare di avere protezione”.
“Potresti pensare ad una cosa quando ti vengono in mente queste cose?”.
“Spara”.
“Tu, Edward Cullen, mi rendi felice”, gli dissi fissandolo negli occhi e con voce ferma. “L’unica cosa di cui devi preoccuparti se mi vuoi vedere stare bene, è restare con me. Non ho davvero bisogno di altro. Se tu un giorno dovessi andartene,” mi si spezzò la voce in gola al solo pensiero. “Ne morirei, lo sai. Sarebbe come se tu mi strappassi il cuore e mi lasciassi agognante”.
Avrei dovuto cercare di essere meno melodrammatica, ma non mi venne in mente nessuna metafora migliore.
“Il fatto che io sia più debole, non si limita al lato fisico. Ho molto più bisogno io di te di quanto tu ne abbia di me. Ormai fai parte della mia vita, per cui vorrei tanto tu smettessi di pensare all’andartene. Ti preoccupi che stando assieme mi ammazzeresti, e so che forse dovrei avere paura della cosa, ma ne ho molta di più alla sola idea di perderti. Potresti chiedermi di non fare cose stupide o gesti estremi, ma morirei lo stesso. Dentro. Ogni giorno. Come se mi consumassi. Vorrei che tu capissi questo prima di preoccuparti di quanto sia difficile andartene e cercare i modi migliori per farlo. Ora,”, ero fermamente convinta a non fargli dire niente per controbattere. “Vogliamo per favore lasciar perdere e parlare d’altro?”.
“Come devo fare con te, Bella?”.
“Assecondami nella mia follia”, gli dissi sorridendo. “Dici che amare un vampiro per me, è molto più sbagliato dell’amare un’umana per te, ma questo non è abbastanza per farmi cambiare idea su di noi o su di uno qualsiasi di voi”.
Lo guardai negli occhi cercando di fargli capire la serietà delle cose che stavo dicendo e sentii le sue dita fredde accarezzarmi una guancia.
Soltanto in quel momento mi accorsi di aver iniziato a piangere.
“Ti ho fatto piangere ancora”.
Continuavo a dargli motivi per stare sempre peggio. Tanto lui era un fidanzato perfetto quanto io invece ero esattamente l’opposto.
“Non piangevo per te”, non era del tutto vero.
Alzò un sopracciglio e mi fissò.
“Sul serio. Non è per te, è per non avere te. Un riflesso alla sola idea di perderti”.
Mi portò una ciocca di capelli dietro ad un orecchio e si strinse a me, girandosi su un lato e poggiando la testa sotto al mio mento.
Sarebbe potuto sembrare un bambino, fosse stato più piccolo.
Gli passai una mano tra i capelli e sorrisi.
Avrei tanto voluto potesse vedersi nel modo in cui io lo vedevo.
“Ho fatto cambiare i nostri orari per il prossimo anno”, disse all’improvviso.
“Scusa?”.
“Sono andato dalla signorina Cope la scorsa settimana e le ho fatto cambiare i nostri orari. Adesso abbiamo quasi tutte le lezioni assieme”.
“Ti avevo detto di smetterla di incantare le persone”.
“Inclusa te?”.
“Anche volendo, non potresti farci niente nel mio caso. Viene in automatico”.
Lo sentii sorridere finalmente. Almeno in parte ero riuscita a farlo sentire meglio, pur sapendo che nella sua testa le cose non erano cambiate di molto.
“Edward?”.
“Mmm?”.
“A proposito di Settembre e di quando ricomincerà la scuola”.
“Dimmi”.
“Il 13 è il mio compleanno e beh…”.
“Si?”.
“Vorrei che tu lo ignorassi”.
Alzò il viso e mi fisso curioso. “Perché mai?”.
“Perché”, era ridicolo doverglielo anche spiegare. “Sai il perché. Farò diciotto anni!”.
Scoppiò a ridere e scosse la testa.
“Oh Bella, Bella. Sei assurda come sempre. Cosa c’è che non va ad avere diciotto anni?”.
“Che tu ne hai diciassette”.
“Io ne ho più di cento”.
“Si ma se uno ti guarda ne hai diciassette”.
“E’ solo apparenza”.
“Bè ma la mia
apparenza sarà più vecchia della tua”.
“Non invecchierai in un solo giorno all’improvviso”.
“Ok, te lo concedo questo. E’ vero”.
“Infatti”.
“Però Edward…”.
“Impasse. Ricordi?”.
Si alzò in piedi di scatto e mi tirò su.
“Adesso andiamo”.
“Perché? Siamo appena arrivati”.
Mi guardai attorno e notai che la foresta attorno a noi si era fatta più scura.
“Siamo qui da più di due ore”.
“Mi prendi in giro”.
Quanto tempo eravamo stati in silenzio senza dire niente?
Ero certa avessimo parlato solo qualche minuto. Un’ora poteva anche essere passata ma due?
“Fa buio prima nelle foreste”.
“Ma…quindi devi andare via di già?”.
“Prima andiamo a casa mia e poi ti porto alla tua e poi si, dovrò andare via”.
“Non è giusto che il tempo passi così fretta”, protestai.
Lui mi tirò a se e posò le sue labbra gelide sulle mie.
Mi si svuotò la testa e fui felice di sentirmi stringere da lui prima che potessi cadere.
Gli passai le braccia attorno al collo e lo strinsi a mia volta.
“Bella”, si lamentò staccandosi, con la voce piena di frustrazione. “Prova a darmi una mano”.
“Scusa”, dissi arrossendo.
Mi accarezzò la guancia con il dorso della mano e poi si voltò perché io gli salissi sulla schiena.
Dopo qualche secondo, iniziò a correre tra gli alberi. Lo sentii quasi fermarsi per un istante e piegarsi in terra. Doveva aver recuperato la mia scarpa.
“Tieniti forte”, mi raccomandò e poi sparimmo tra gli alberi.
Quando riaprii gli occhi, eravamo già arrivati a casa sua.
La grande villa bianca si stagliava dinanzi a noi alla fine del vialetto, circondata dalle piante e avvolta dall’ombra che il tramonto portava con se.
La macchina di Rose era parcheggiata davanti l’ingresso e Emmett era seduto sulle scale con Jasper.
Erano tornati di nuovo tutti quanti.
“Ehi, Bella!”.
“Ciao Emmett”, lo salutai.
Lui con un sorriso, si rivolse al fratello che mi teneva ancora sulla schiena.
“Non metterla giù altrimenti dovrete tornare in ospedale per un altro gesso”, scherzò.
Per una volta che non mi ero fatta male cadendo, trovavano lo stesso il modo di prendermi in giro.
Sentii Edward sghignazzare e vidi Jasper scuotere la testa.
“Ciao Bella”, mi salutò, prima di alzarsi e tornare in casa.
Non mi aveva dato neanche il tempo di rispondergli.
“Non farci caso. E’ un po’ scostante quando non c’è’ Alice nei paraggi”.
“Dov’è?”, chiesi, mentre Edward saliva le scale del portico e apriva la porta.
“In città a comprare qualcosa per te. Non ha dato molti dettagli. Si è alzata dal divano e ha detto “Esco a comprare una cosa per Bella” e poi è sparita. Fortuna che il sole iniziava già a calare”. Sospirò e si mise in piedi. “Sarà meglio che riporti la macchina di Rose nel garage. Sta tornando la pioggia”.
La casa sembrava deserta e anche se sapevo non fosse così, quando mi sentii una mano gelida sulla spalla, trasalii.
“Scusa”, mormorò Esme con un sorriso.
Edward si avvicinò al piano e mi fece sedere sul suo sgabello.
“Come mai sono già di ritorno, Emmett e Rose?”, chiese, rivolto alla madre.
“Ne avevano abbastanza del Mexico”.
Esme si voltò e uscì fuori, mentre Edward si volse verso le scale.
Dalla cima di esse, Rose ci fissava.
Lo sguardo duro e di disapprovazione che mi rivolgeva sempre, era chiaro nei suoi occhi anche quella volta. Mi capitava di chiedermi se anche una volta che fossi stata una di loro, se
lui avesse mai acconsentito a ciò, avrebbe continuato a detestarmi.
“Ciao Rosalie”, la salutai.
Mi fissò intensamente per qualche secondo, poi Edward ringhiò qualcosa e lei se ne andò.
“Scusala”.
“Per cosa esattamente?”.
Scosse il capo. “Lasciamo stare”.
Si sedette vicino a me e mi prese una mano.
Si mise a giocare con le mie dita, perso in suo qualche pensiero che non mi avrebbe mai detto.
“Alice ti porterà un paio di scarpe nuove”.
“No!”.
Alzò gli occhi e mi guardò.
“Che c’è che non va?”.
“Non mi servono delle scarpe nuove. Dovrò lavorare tutta la vita per ripagarle i vestiti che mi ha preso a Phoenix e con il gusto che ha, sceglierà le scarpe più costose che avranno in negozio”.
Abbozzò un mezzo sorriso e riprese a giocare con la mia mano.
“Non preoccuparti per questo, il denaro non è di certo un problema per noi”.
“Non c’entra molto. Sono in debito lo stesso”.
“Non ti chiederà di restituirglielo”.
“Questo è il problema”.
“Lo accumuliamo in modi non molto onesti”, mi bisbigliò in un orecchio con un sorriso malizioso in viso.
“Cosa…”.
“Alice”, disse. “E’ infallibile in certe cose”.
“Come barare al gioco?”.
“Non siamo tipi da Casinò”.
“E cosa allora?”.
“Usa la fantasia”.
Non c’erano leggende o fumetti da cui copiare, così mi limitai a dire la cosa più scontata che ci potesse essere pensando a gente bella e ricca.
“Borsa?”, dissi, quasi ridendo”.
“Si”.
“Ma… non dovresti dirmele queste cose. Stare con voi, a volte, vuole veramente dire andare contro tutto quello che mi ha insegnato Charlie in diciassette anni”.
“Lascia perdere allora”, disse, alzando un sopracciglio e voltandosi verso il piano.
Iniziò a suonare qualche nota a caso, senza prestare veramente attenzione a cosa facesse.
Cercai di cambiare argomento.
Avevamo discusso già abbastanza negli ultimi due giorni.
“Che aveva Rose?”.
“Il solito”.
“Oh”, il solito odio per me, voleva dire.
“Mi spiace”.
“Non posso pretendere di piacere a tutti quanti voi, Edward”.
Stava per ribattere qualcosa, quando dalla porta entrò Alice.
Con il suo passo di danza, si avvicinò a noi e diede un bacio sulla guancia a tutti e due.
“Di buon umore oggi”.
“Si”.
“Cos’era?”, gli chiese, la voce dura.
“Resta fuori dalla mia testa, fratellone”.
Li osservavo con aria perplessa.
“E’ una cosa che fa innervosire tutti quanti noi, quando fanno così”, mi sentii dire all’orecchio.
“Ah!”, urlai.
Perché dovevano cogliermi di sorpresa e spaventarmi ogni volta?
Non potevano tenere un campanellino al collo o fare rumore con le scarpe e avvertire della loro presenza?
Nel giro di un secondo mi ero ritrovata circondata da Vampiri, fossero stati quelli cattivi, sarei probabilmente morta.
Stando con loro, mi accorgevo sempre di più quanto fosse difficile cercare di tenermi al sicuro.
Non davo la minima collaborazione.
“Scusa, Bella”, disse, sorridendo.
La voce calma e tranquilla di sempre.
Continuavo a chiedermi perché Edward avesse tanta paura che potesse farmi del male.
“Non preoccuparti, sei il terzo vampiro che la spaventa oggi”, gli rispose.
“Il terzo?”, chiese al fratello, mentre passava un braccio attorno alla vita sottile di Alice, che si sciolse in un sorriso ancora più grande di quelli che regalava solitamente.
“Si. Questa mattina io, poi Esme e ora tu”.
“Così non va Bella, devi abituarti a noi”.
“Potreste avvertire quando entrate in una stanza. O evitare comunque di materializzarvi alle mie spalle. Sarebbe d’aiuto”.
“Non ci materializziamo, te l’ho già detto una volta”, mi disse Edward. Chiuse il coperchio e tasti e si rivolse ai suoi fratelli con il suo solito sorriso sghembo.
“Però Emmett non la terrorizza sapete?”.
Si divertiva tanto con quella storia?
I due vampiri che mi stavano davanti, alzarono un sopracciglio e mi guardarono scettica e quello seduto vicino a me rise.
Dovevo essere il loro passatempo preferito per divertirsi.
L’umana imbranata, quanto di più lontano da loro ci fosse.
“Oh mi stavo dimenticando”, mi disse Alice, porgendomi un sacchetto blu.
“Sono le scarpe?”.
Fulminò con lo sguardo Edward.
“Rovini sempre tutto”.
“Non importa, non è un regalo. Intendo restituirti i soldi e anche dei vestiti…”.
“Bella, Bella, ma che dici? In famiglia, i soldi sono di tutti”.
Ecco il perché eravamo diventate così legate.
Era l’unica a mettermi
tra loro e non
con loro.
“Grazie, Alice”, le risposi sorridendo.
“Vai a mettertele che poi ti porto a casa”, mi disse Edward.
“Andrai con Emmett a caccia?”, gli chiese Jasper.
“Si”.
“Rosalie si arrabbierà molto”.
“Non importa”, rispose e poi si voltò verso di me. “Vai pure in camera mia”.
“Non serve faccia di fretta. Sono passata da Charlie, gli ho detto che saresti rimasta da noi per la cena”.
“Gra…”.
“No”, le rispose Edward. “Se non la riporto a casa prima di cena, non mangerà un’altra volta”.
“Potrebbe farlo qui”.
“Non vedo come”.
“Esme è andata a prenderle una pizza”.
Restò spiazzato e sul viso di Alice, comparve un sorriso di vittoria.
“Non te ne eri accorto, vero?”.
“Prima di uscire, ha organizzato tutto”, rispose per lei Jasper.
“Come volete”.
Si alzò di scattò prendendomi per mano.
Salimmo le scale in silenzio e si decise a dire qualcosa soltanto quando fummo davanti la sua camera.
“A te va bene restare?”.
“Devo rispondere sinceramente o vuoi che ti dica cosa vuoi sentire?”.
Scosse la testa e aprì la porta della stanza.
Era buia, ma lui ovviamente, si mosse come se fossimo in pieno giorno.
Mi lasciò la mano per andare ad accendere la luce e inciampai.
Stavo per cadere a terra, quando sentii il suo braccio forte e gelido stringermi e buttarmi sulla pelle nera e fredda del divano che teneva al posto del letto.
“Non posso staccarti gli occhi di dosso neanche un secondo vero?”.
I suoi occhi e i denti affilati, luccicarono nel buio.
“Preferirei di no”.
Guardai quegli scuri e neri per qualche secondo.
Si piegò su di me, poggiando le sue labbra fredde sul mio collo.
“Non hai paura neanche adesso?”.
Risi, passando le braccia sotto le sue stringendolo.
“No. Mi fido di te”.
Si rilassò, deciso a lasciar perdere e scivolò su di me finché il suo orecchio non fu sul mio cuore.
Passai le mani tra i suoi capelli e lui chiuse gli occhi.
“Bella?”, mi chiamò.
La sua voce risuonò chiara e forte nel silenzio della camera, benché non fosse niente più che un sussurro.
“Dimmi”.
“Sai che non mi va di lasciarti qui da sola quando non ci sono, ma…”.
“Devi andare?”.
“Si. Emmett ha appena detto a Rose che sarebbe venuto via con me”.
“Devi portarlo in salvo?”.
Sorrise. “Diciamo di si”.
“Non preoccuparti. Starò con Alice”.
“Ti porterà lei a casa. E’ meglio che non guidi ancora. Domani viene da te così Charlie sarà felice di rivederla”.
“Va bene”.
Alzò il viso e mi guardò e poi mise le mani ai lati del mio viso e si alzò.
“Mi mancherai”, sussurrò.
La mia risposta fu un bacio che lui non tardò a interrompere per poi alzarsi e portarmi di sotto con lui.
In salotto, Alice, Jasper e Rosalie guardavano la TV e Esme aveva messo la scatolo della mia pizza sul tavolino che gli stava davanti.
“Emmett sta scendendo”, disse Jasper.
Rosalie si alzò di scatto e se ne andò.
“Torneremo domani sera”, disse Edward, avviandosi alla porta.
Esme ci raggiunse da una delle tante stanze che non avevo ancora visto e lo abbracciò.
“Ci vediamo domani allora. Fate i bravi”, disse con tono divertito.
Prima che me ne accorgessi, Emmett era già arrivato in salotto.
“Vi toccherà sopportarla”, disse indicando il piano di sopra.
Edward mi venne vicino e mi diede un bacio a fior di labbra e poi andò andarono via.
Restai a fissare la porta senza rendermene conto finché non vidi Alice sventolarmi una mano davanti al viso.
“Tutto ok, Bella?”.
Annuii con la testa e andai a sedermi accanto a lei sul divano, iniziando a mangiare fissata da tre paia di occhi curiosi e immortali.
Possibile non ricordassero niente di quando erano gli umani con la buffa mania di mangiare e non bere solamente?
Quando Alice si alzò per andare a prendere la macchina di Edward e portarmi a casa, Rosalie ancora non era scesa, ma ero certa che non appena avesse visto che me ne ero andata, sarebbe uscita dalla sua camera e si sarebbe riunita alla sua famiglia.
Capitolo 3
“Entri un attimo? Charlie sarebbe felice di rivederti”.
Che razza di scusa. Se avessero saputo quanto avevo bisogno di avere almeno un vampiro in casa per rendermi conto di non aver sognato tutto, mi avrebbero sicuramente presa per pazza.
“Certo, Bella”, mi rispose sorridendo.
Quando entrammo, Charlie stava guardando la partita in salotto.
“Ciao papà”.
“Ciao Bells”.
“Salve signor Swan”.
Si alzò di scatto dal divano e rivolse la sua attenzione a noi.
“Ciao Alice, che piacere rivederti”.
Iniziava a preoccuparmi quanto le si fosse attaccato.
“Resti a dormire qui con Bella?”, chiese.
Lei restò per qualche secondo in silenzio e poi mi guardò con occhi tristi prima di rispondere.
“Si. Era questo il piano”.
“Allora vi lascio andare a dormire. Buona notte ragazze”.
Ci lasciò in fondo alle scale e se ne tornò in salotto.
“Bella, non devi preoccuparti, tornerà domani sera”.
“Cosa hai visto?”.
“Stavi davvero male. Piangevi nella foresta. Credo sia soltanto un cattivo sogno che avresti fatto”.
“Ho sempre degli incubi quando dormo da sola”.
“Bè, per stanotte è tutto sistemato. Resterò io con te”.
“Grazie”.
Mi lasciò andare in bagno mentre lei se ne andava in camera mia ad aspettarmi.
Quando vi entrai, la trovai seduta sulla sedia a dondolo vicino al mio letto che leggeva qualcosa.
“Dovresti cambiare genere”, disse lanciando lontano una copia di “Romeo E Giulietta”.
“Non ti piacciono i classici?”.
“Si. Ma non particolarmente quelli che trattano di suicidi d’amore. Non ne abbiamo bisogno un granché in famiglia di storie del genere, soprattutto da quanto ne fai parte anche tu”, finì la frase sorridente.
“Ora dormi. Se Edward ti troverà con le occhiaie domani, sarà dura tenerlo calmo”.
“Mi spiace si arrabbi con te per colpa mia”.
Scosse la testa. “Non importa”.
Chiusi gli occhi ma il sonno tardava ad arrivare e sapevo che fingere di dormire con lei non avrebbe funzionato.
Non funzionava nemmeno con il fratello.
Mentre continuavo a pensare al volto di Edward e a quanto già mi mancasse, mi ritrovai in mezzo alla nostra radura seduta sull’erba umida e stavo aspettando che lui arrivasse ma nel sogno, nell’incubo, sapevo che non sarebbe arrivato.
Era come se fosse in un tempo lontanissimo dal presente e sentivo il dolore crescermi dentro, quando sentii una mano gelida posarmisi sulla fronte, sobbalzai svegliandomi.
“Bella?”.
Alice mi fissava con gli occhi sbarrati.
“Cosa hai sognato?”.
“Un incubo. Uno dei tanti”.
“Stavi chiamando Edward e hai iniziato a piangere, per questo ti ho svegliata”.
“Va tutto bene?”.
“Si”, mentii.
Guardai fuori dalla finestra.
Il sole stava sorgendo oltre la finestra e per quanto mi sforzassi di riprendere sonno, fu tutto inutile.
Verso le otto e mezza, scendemmo a fare colazione.
Charlie era già al lavoro e questo risparmiò ad Alice di dover far finta di fare colazione.
Non mi toglieva gli occhi di dosso.
“Cosa hai sognato?”, mi richiese.
“Le solite cose. Non dirlo a Edward”.
“Perché?”.
“Perché non smetterebbe di farmi domande”.
“Vero”.
Restammo in silenzio finì non ebbi svuotato la mia tazza e poi decidemmo di uscire.
“Vorrei cercare un lavoro”, le dissi mentre metteva in moto la Volvo.
“A che ti serve?”.
“A ripagarvi”.
“Dovresti chiederlo prima a Edward”.
“Perché?”.
“Lo sai. Vuole tenere tutto sotto controllo”.
“Bè, per questa volta ne resterà fuori”.
“Lo farai arrabbiare”.
“Almeno si sfogherà un po’. Tiene sempre tutto dentro, finirà come un vecchio vulcano. Tanto pacifico all’apparenza e poi un giorno bum! E fa fuori tutti”.
“E’ l’identikit di un killer quello che hai fatto”.
“Già”.
“Ci sta”. Sospirò prima di riprendere a parlare. “Allora, dove vuoi cercarlo?”.
“Non lo so. Proviamo al centro commerciale”.
“Ok”.
Quando parcheggiò la Volvo fuori dal negozio, notai la macchina di Mike che posteggiava proprio vicino a noi.
Perfetto. Il modo migliore di iniziare una giornata che sapevo già sarebbe stata un totale disastro.
Scendendo, fissò la macchina.
Prima di decidere se venire a parlarmi o meno, voleva essere certo che Edward non ci fosse e quando Alice scese chiudendo l’auto, iniziò a sorridere.
“Ciao Bella”.
“Ciao Mike”.
“Ehi? Sei di cattivo umore?”.
“Un po’”.
“Giri sempre con un Cullen dietro vero?”.
“Già”.
Non riusciva a capire che non avevo minimamente voglia di parlare?
“Ciao Mike, io sono Alice. Non penso ci abbiano mai presentato”, disse avvicinandosi a noi.
Mike la fissò per qualche istante, la bellezza di famiglia non l’aveva tradita.
“Ciao”, rispose in fine.
“Stiamo cercando un lavoro per Bella. Credi di poterci aiutare?”.
Mi passò il braccio attorno alle spalle e mi tirò a se sorridendo. “Ha qualche debito da dover saldare”.
“Certo. Nel negozio dei miei. Non stiamo cercando nessuno per adesso, ma ti farò avere un posto. Sono sicuro”.
Mi voltai verso Alice e la fulminai con lo sguardo ma sul suo volto il sorriso non mutò.
Tra tutti i Cullens, lei e Edward erano gli unici che sarebbero veramente potuti sembrare fratello e sorella.
“Questo me lo sarei aspettata solo da
lui”, mormorai, certa che Mike non potesse sentirmi al contrario di lei.
“Allora Bella, accetti?”.
Stavo per declinare gentilmente l’invito, quando mi colse un improvviso pensiero.
Voleva che io dicessi di no, così non avrebbe dovuto discutere con Edward perché non mi aveva impedito di trovare un lavoro e restituire loro i soldi.
“Certo, Mike. Quando posso passare?”.
“Anche oggi pomeriggio”, disse raggiante.
“Benissimo. Allora a dopo”.
“Certo, ciao!”.
Si allontanò verso l’entrata del grande magazzino e io mi rivolsi ad Alice.
“Non serve più andare. Allora, andiamo a casa tua?”.
“Bella?”, chiese togliendo il braccio dalle mie spalle e portandoselo su un fianco. Inclinò la testa e assunse un espressione seria.
“Si?”.
Sfoderò un altro sorriso perfetto e si avviò verso la macchina per andarcene.
“Sei stata furba, stai imparando”.
“Non è stato il migliore dei piani”.
“Vero. Quando glielo dirai, assicurati che io ci sia. Cercavo giusto appunto un po’ di svago”.
Passammo il viaggio in silenzio e quando il vialetto che portava a casa loro era ormai prossimo, si voltò verso di me sorridendo.
"E' già a casa, così potrai dirglielo subito".
"Ti diverte tanto tutto questo?".
"Terribilmente".
"Dovrei essere spaventata?", chiesi, sperando di non tradire il nervosismo che iniziava ad attanagliarmi.
"Terrorizzata!".
"E' di conforto. Grazie".
"Bè pensa positivo. Sei la sua ragione di vita, non penso sia giusto usare questa espressione ma ci capiamo vero? Quindi non preoccuparti. Si arrabbierà, tanto, ma poi si ricorderà di quanto ti ama e riuscirà a calmarsi. Romperà qualche mobile, forse, ma poi tutto passerà".
"Mi aveva detto di avere qualche piccolo problema con il controllo della rabbia".
"Ti ha detto la verità".
Alice parcheggiò direttamente in garage e prima di scendere fece un respiro profondo.
Edward era seduto sui gradini dell'ingresso sul retro assieme a Emmett.
Notai che mentre mi avvicinavo, la porta si stava richiudendo e ebbi la netta impressione di sapere esattamente chi si era volatilizzata via.
Il sorriso sul volto del mio vampiro preferito, scomparve con la stessa velocità con cui era comparso.
"Ciao ragazze", ci salutò Emmett.
Prima che potessimo rispondergli, Edward si intromise.
"Cosa hai fatto?", mi chiese, scattando in piedi.
"Ci risiamo. Non ti avevo detto di prendere le cose con più calma?", gli chiese il fratello.
Alice passò vicino ad entrambi andando in casa e quando Emmett mi fece segno di seguirli capii il perchè.
La voce di Edward era incredibilmente suadente e vellutata, quando voleva, ma la realtà dei fatti era che sapeva essere veramente spaventoso.
Mi ricordai di quando lo avevo sentito ridere prima della partita di baseball e di come tutta la foresta ne era risuonata.
Dovevo aspettarmi una grande sfuriata se si preoccupavano di entrare in casa prima.
Alice si sedette sul divano in salotto e lo stesso fece Emmett trascinandomi vicino a lui, mentre Edward continuava ad andare avanti e indietro per la stanza.
"Che ti è saltato in mente?".
"Fagli fare un paio di domande retoriche prima di rispondergli", mi suggerì il vampiro che mi stava seduto vicino.
Annuii con la testa e restai in silenzio.
"Con Newtoon! Ti ho detto diverse volte quanto mi sia veramente poco simpatico quel ragazzo. Perchè credi che lo abbia fatto? Alla prima distrazione, cercherà di prendere il mio posto".
"Non credi che dovresti darle un pò di fiducia?", intervenne Jasper appena arrivato nella stanza.
O meglio, appena si fu materializzato nella stanza.
"Non è di lei che non mi fido. E'...E' di quello".
Si buttò sulla poltrona portandosi il viso tra le mani.
Il silenzio regnò per qualche istante in tutta la casa.
Rosalie era ancora nascosta di sopra attenta ad evitare ogni contatto con me.
Lanciai un'occhiata ad Alice che non fece altro che sorridere e portarsi le ginocchia al petto poggiandoci sopra il mento.
"Hai pensato che non posso stare con te se tu stai lì?", mi chiese infine.
Cercai le parole più adatte per non fargli perdere di nuovo la calma.
"E' come quando sei a caccia e non puoi stare con me, ma sono in mezzo ad altre persone per cui sono lo stesso al sicuro. Senza contare il fatto che essendo in un negozio di articoli sportivi, potrei trovare qualcosa di appuntito con cui difendermi".
Emmett e Jasper si fissarono per qualche secondo e poi scoppiarono a ridere.
"Questa vorrei vederla. Ti faresti sicuramente più male tu", mi disse il primo.
Lo fissai cercando di avere un'aria minacciosa, ma l'improvviso contatto con gli occhi color caramello di Edward, mi fece perdere ogni traccia di fastidio e di rabbia nutrita per i fratelli.
"Bella, a cosa pensavi esattamente quando hai accettato?".
"Che così avrei potuto ripagarvi e avrei avuto come passare il tempo quando non posso stare con voi. Non mi lasci venire qui quando tu non ci sei e Alice non può starmi sempre dietro come una babysitter, anche se la cosa renderebbe Charlie veramente molto felice".
"Ha ragione. Avanti, non potrà mettersi più in pericolo di quanto non faccia già ogni giorno", disse Alice cercando, almeno credo, di darmi una mano.
"So che trovi la cosa divertente", le rispose. "Ma non per questo glielo lascerò fare".
"Ecco. Potremmo di scutere anche di questo? Vorrei essere interpellata nel decidere cosa posso fare o meno".
Emmett e Jasper risero ancora, ma questa volta fu Edward a zittirli con uno sguardo.
Era più bravo di me anche nel fare gli sguardi minacciosi.
"Ti porto e ti vengo a prendere".
"Oh ma dai, questo è da poppanti".
Alzò uno dei soppraccigli perfetti e incrociò le braccia al petto.
"Questo, è cosa ti concedo".
"Molto bene".
Mi alzai di scatto e mi diressi verso la porta, ma nel giro di un secondo, mi aveva già bloccato.
"Dove stai andando?".
"A lavoro. Mi ci vorrà un pò per tornare in città a piedi".
"Bella".
Ed ecco il tono suadente di quando voleva che tutti facessero esattamente cosa voleva.
Ero fermamente decisa a non dargliela vinta.
"Questa volta non attacca".
"Bella?".
"Smettila di dire il mio nome a quel modo".
Alice si alzò e diede uno schiaffo sulla testa ad Emmett e Jasper che smisero subito di ridere.
Ero veramente il loro passatempo preferito.
"Edward, potresti lasciarmi andare il braccio?".
Senza accorgersene, aveva iniziato a stringere sempre più forte.
Anzicchè fare cosa gli avevo chiesto, mi caricò in spalla e si diresse verso le scale e non mi lasciò scendere finchè non mi ebbe scaricata sul divano di pelle della sua stanz e ebbe chiuso la porta.
"Questo non è affatto corretto".
"Potresti cercare di collaborare ogni tanto alla mia missione di salvarti la vita?".
"Il pericolo più grande che potrò correre, sarà che mi finisca un martello da trekking in testa!".
"Appunto".
"Un pò di fiducia?".
"Sei pericolosa per te stessa, non posso darti fiducia".
"Invece puoi. Andiamo, facciamo che mi dai una settimana, se mi farò male anche solo una volta, allora smetterò di andare".
Mi fissò a lungo prima di sedermisi vicino e accarezzarmi la guancia con la mano gelida.
"Chi era quello bravo a convincere le persone?".
"Io ci riesco solo con te. Tu con tutti. Resti tu quello bravo", dissi sorridendo.
L'atmosfera si rilassò soltanto quando vidi il sorriso sghembo che preferivo, nascergli in viso.
Mi avvicinai a lui e lo abbracciai e dopo un pò, Edward si lasciò andare e mi strinse a sua volta posando le sue labbra fra i miei capelli.
"Mi sei mancata".
"Mi sei mancato".
"Però quei sogni...".
"Hai sbirciato nella testa di Alice?".
"Mi ha fatto sbirciare. Devo preoccuparmi?".
"Era solo un brutto sogno. Hai una vaga idea di cosa mi succede quando te ne vai? Mi chiedo sempre che tornerai".
"Sei l'unica persona da cui ritornerei sempre. Non posso proprio fare a meno della mia piccola umana".
"E io del mio vampiro personale. Perfetto no?".
Scosse la testa ma sentii le sue braccia serrarsi più forti attorno a me.
"Ti ho fatto male prima?".
"No. Mi sono fatta di peggio tante altre volte".
"Ti resterà un livido probabilmente".
"Non mi importa".
"A te non importa mai niente".
"Non delle cose brutte".
"Ti amo".
"Lo so".
Restammo in silenzio, in ascolto dei nostri rumori preferiti.
Il mio cuore e il suo respiro.
Edited by My_Alien - 16/10/2008, 14:16